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La Rivoluzione francese

La Francia, nella seconda metà del Diciottesimo secolo, soffriva di una gravissima crisi economica. La monarchia assolutista non riusciva ad ottenere il consenso di alcun ceto sociale.
Ogni riforma risultò paralizzata dal duro conflitto fra il re e i parlamenti, cioè i tribunali regi che registravano gli editti del sovrano. I parlamenti nella seconda metà del secolo rivendicarono con sempre maggior forza il diritto di giudicare la legittimità degli editti regi. Ottennero spesso il consenso del popolo poiché essi si presentavano come paladini delle libertà contro il dispotismo del re. Alcuni illuministi vedevano nei parlamenti una difesa contro l’assolutismo, anche perché gli Stati Generali, l’antica rappresentanza dei tre ordini (nobiltà, clero e Terzo stato) non veniva più riunita dal 1615.
La situazione precipitò quando il sovrano Luigi XVI cercò di imporre una nuova imposta sulla terra. Le proteste indussero Luigi XVI a fare marcia indietro e ad accettare la richiesta avanzata dal parlamento di convocare gli Stati Generali (1788).

L’assemblea di riunì a Versailles il 5 maggio 1789. Essa era per il Terzo stato l’inizio di un processo che avrebbe portato l’allora monarchia assolutista in una nuova monarchia costituzionale. I lavori, però, s’incagliarono subito: si sarebbe dovuto votare per ordine o per testa? Il voto per ordine assicurava ai privilegiati (nobiltà e clero) la maggioranza di due a uno, mentre il voto per testa rendeva possibili diversi risultati, dato che il Terzo stato contava parecchi alleati negli altri due ordini.
Dopo due settimane di estenuanti discussioni, il Terzo stato si autoproclamò Assemblea nazionale (17 giugno). Il sovrano reagì facendo chiudere il locale dove si riuniva l’assemblea. I deputati, quindi, si trasferirono nella sala della “pallacorda” e giurarono di non separarsi più finché la Costituzione non fosse stata stabilita: è il famoso “giuramento della pallacorda”. Viste le circostanze, il sovrano ordinò ai rappresentanti degli ordini privilegiati di unirsi all’assemblea. Quest’ultima, il 7 luglio, si autoproclamò Assemblea nazionale costituente.
Nel frattempo Luigi XVI faceva affluire truppe armate a Versailles. La convinzione che si stesse preparando una soluzione di forza contro l’assemblea si diffuse a Parigi. Nella notte dell’11 luglio, quindi, scoppiò un’insurrezione animata da operai e artigiani: si formò una milizia popolare, la Guardia Nazionale. Il 14 luglio 1789 la folla in armi espugnò la Bastiglia, il carcere simbolo dell’assolutismo. Gli insorti assunsero il controllo della municipalità di Parigi e il re fu costretto a ritirare le truppe. Nei giorni successivi insorsero molte città francesi. I fatti più importanti si verificarono nelle campagne. Violente rivolte contadine divamparono in molte regioni francesi. I contadini si armarono e assalirono gli uffici delle imposte, i castelli e le abazie. Una ribellione che affondava le sue radici in una miseria e in una soggezione secolari.
I deputati dell’Assemblea nazionale compresero che occorreva tenere sotto controllo la rivolta per evitare che si ritorcesse contro la rivoluzione stessa. È in questo contesto che ad agosto 1789 si giunse alla prima conquista della rivoluzione: l’abolizione della feudalità e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Questo testo segnava la rottura con il passato e l’inizio di un nuovo modo di pensare la società.
Il 5-6 ottobre 1789, tuttavia, il re rifiutò di approvare l’abolizione della feudalità e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Una grande folla, dunque, invase in castello di Versailles esigendo la firma dei decreti e il trasferimento del sovrano e dell’Assemblea nazionale nella capitale Parigi. Il popolo francese stava perdendo la fiducia nel suo sovrano.
L’Assemblea, tuttavia, svolse un’opera importante di riforma votando una serie di leggi, in campo amministrativo, giudiziario ed economico, che trasformarono profondamente il volto della società francese.
Queste riforme non potevano risolvere il grave problema del deficit del bilancio statale. Per ottenere le risorse necessarie, l’Assemblea decise di nazionalizzare e mettere in vendita i beni del clero.
Assunti provvedimenti di importanza storica, i deputati dell’Assemblea nazionale si impegnarono nel dibattito che riguardava la formazione della nuova Costituzione.
La grande maggioranza dei deputati, nel settembre 1789, approvò la Costituzione, entrata in vigore nel 1791, che prevedeva: un sistema monocamerale, un’Assemblea titolare del potere legislativo e l’esecutivo affidato al re.
La maggior parte dei gruppi politici dell’Assemblea, negli anni a seguire, aveva dato vita a club e società popolari. Il circolo destinato a maggior fortuna fu quello dei giacobini. Essi avevano un indirizzo politico moderato. Alla guida di tale gruppo emerse un giovane, Robespierre.
Più a sinistra dei giacobini si collocava il club dei cordiglieri su posizioni nettamente antidemocratiche: la figura di maggiore spicco fra i cordiglieri era Danton.
Avendo concluso il suo compito costituente, l’Assemblea nazionale decise di sciogliersi. Alla fine di settembre si tennero le votazioni per l’elezione dell’Assemblea legislativa, che si riunì il 1° luglio 1791.
Tra i deputati della nuova Assemblea ci furono sin da subito accesi contrasti. Nel conflitto che divideva i deputati, fu la sinistra a dimostrare maggiore iniziativa politica e capacità di ottenere consensi. In particolare emerse come leader di primo piano Brissot, che coagulò intorno a sé molti deputati chiamati girondini.
Le grandi potenze europee tennero inizialmente un atteggiamento prudente di fronte alla rivoluzione. Questo atteggiamento mutò dopo l’episodio di Varennes, nel quale il re Luigi XVI tentò la fuga, ma, riconosciuto e bloccato da alcuni cittadini, fu costretto a tornare nella capitale. L’imperatore d’Austria, dunque, minacciò di intervenire qualora la rivoluzione non fosse rimasta entro i binari moderati.
A favore della guerra contro le monarchie europee si creò una paradossale alleanza fra Luigi XVI e i girondini. Il re voleva la guerra nella speranza di trarre vantaggio da una sconfitta. Robespierre era invece decisamente contrario ad un’avventura militare. Il re, quindi, affidò il governo a Brissot e il 20 aprile 1792 la Francia dichiarò guerra all’Austria, a fianco della quale si schierò subito la Prussia.
I primi mesi di guerra furono disastrosi per la Francia. L’esercito, non addestrato, subì una serie di umilianti sconfitte.
In una situazione che si faceva sempre più esplosiva, anche a causa delle crescenti difficoltà economiche, salì al centro della scena il movimento dei sanculotti. Il movimento sanculotto era composto da bottegai, artigiani e domestici, chiamati con questo nome poiché portavano calzoni larghi. I sanculotti rivendicavano il suffragio universale ed erano contro i privilegi della casta.
Intanto, l’Austria continuava a minacciare un’esecuzione militare contro la popolazione francese qualora il re avesse subito il minimo oltraggio. I popolani armati, quindi, presero d’assalto il palazzo reale e costrinsero il re ad abdicare. L’Assemblea legislativa convocò nuove elezioni per una nuova Assemblea costituente che si sarebbe chiamata Convenzione.
La Convenzione era composta da 749 deputati: circa la metà non aveva alcun tipo di orientamento politico (Pianura); l’altra metà proveniva in gran parte dal club dei giacobini. In questo club, tuttavia, si vennero a creare due schieramenti: i girondini, il cui leader era Brissot, e i montagnardi, che seguivano Robespierre e l’estrema sinistra cordigliera. Tra questi gruppi politici venne sviluppandosi un conflitto sempre più aspro. In un clima di accese tensioni politiche, sociali, economiche e militari, la Convenzione, il 21 settembre 1792, deliberò l’abolizione della monarchia e la proclamazione della repubblica francese.
Il primo scontro tra girondini e montagnardi si ebbe a proposito della sorte al re: i primi tentarono di salvarlo proponendo l’esilio, mentre i secondi chiedevano a gran voce la pena di morte. La condanna a morte fu eseguita il 21 gennaio 1793.
Nel 1793 la situazione politica e sociale si andò a complicare: la Convenzione decretò la leva di 300 mila uomini, ma questa decisione provocò una delle più grandi rivolte controrivoluzionarie, quella in Vandea. I pericoli interni ed esterni che minacciavano la Repubblica convinsero i deputati della Convenzione a formare due nuove istituzioni: un Tribunale rivoluzionario, al quale venne affidato il compito di arrestare chiunque tramasse contro la Repubblica, e un Comitato di salute pubblica, diretto da Robespierre e Danton. I girondini, contro questa decisione, favorirono rivolte popolari. A sanare tali rivolte intervenne il movimento dei sanculotti, uno dei più violenti e rivoluzionari, chiamati per tale motivo gli “arrabbiati”. Essi costrinsero i deputati girondini a dimettersi. Era la vittoria politica definitiva dei giacobini e dei montagnardi.
I giacobini ritenevano che, per difendere la rivoluzione, fosse necessario colpire i nemici interni. Ebbe così inizio il periodo più drammatico della rivoluzione, il cosiddetto “periodo del terrore”, durante il quale vennero giustiziati tutti coloro che erano sospettati di tramare contro la rivoluzione. Per far dronte a tali soprusi si formò un’alleanza tra i giacobini stanchi del Terrore e i deputati corrotti che, il 9 termidoro 1794 fecero ghigliottinare senza processo Robespierre e gli altri capi montagnardi
Successivamente, nel 1795, fu approvata dalla Convenzione una nuova costituzione che affidava il potere legislativo a due camere e il potere esecutivo nelle mani di un Direttorio composto da 5 membri.
La rivoluzione francese poteva dirsi terminata.

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