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Regno polacco - Apogeo e crisi nel Seicento

Il regno cattolico polacco-lituano aveva raggiunto il suo apogeo e la sua massima estensione nella seconda metà del XV Secolo, sotto gli Jagelloni, estendendosi dal mar Baltico al mar Nero (Moldavia), sino a comprendere i territori collocati tra la Moscovia e i confini orientali dei domini asburgici: cioè Bielorussia, Ucraina, Boemia e Ungheria. Nell'insieme, un territorio pari a circa il doppio di quello francese.
Fra Quattro e Cinquecento ebbe inizio un progressivo ridimensionamento territoriale, a opera degli Ottomani (che privarono la Polonia degli sbocchi sul mar Nero e dell'Ungheria), di Carlo V d'Asburgo, che prese la Boemia (1526), e infine della Russia, che le tolse i territori orientali.
A questa riduzione della potenza polacca si accompagnò un indebolimento del potere monarchico, soprattutto in rapporto alle coeve esperienze assolutistiche dei maggiori stati europei. Intorno alla metà del Seicento la Polonia vide, sul piano interno, un sensibile rafforzamento dell'aristocrazia e del parlamento nobiliare, cui si accompagnò una forte ripresa del cattolicesimo tridentino; sul piano esterno, un ulteriore ridimensionamento territoriale, dovendo cedere l'Ucraina orientale (1648), con Kiev e la regione di Smolensk (1654), alla Russia, la Livonia (che comprendeva le attuali Estonia e Lettonia) alla Svezia, la Prussia orientale al Brandeburgo. Nel corso del Settecento - mentre l'elezione del re da parte del parlamento nobiliare era esposta a ingerenze sempre più forti e dirette delle grandi potenze - continuò l'indebolimento del regno, sino alle ripetute spartizioni del suo territorio tra Russia, Prussia e Austria.

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