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La difficile situazione di Roma

A differenza di Clemente VII e pur essendo come lui impegnato in gravi problemi politici e religiosi e attento alle fortune della propria famiglia, Paolo III dimostrò un profondo interesse e spiegò un'intensa attività per Roma, della quale volle garantire l'ordine e la sicurezza, favorire il benessere e lo sviluppo, continuare ad accrescere la bellezza nell'edilizia e nella sistemazione urbanistica. All'elezione di Paolo III Pasquino si era affrettato a proclamare che sarebbero tornate le «libertà comunali» ma in quale conto il nuovo pontefice tenesse l' amministrazione capitolina lo si vide molto presto. Durante la vacanza della Santa Sede che precedette la sua elezione, si riunì in Campidoglio il consiglio generale che prese i provvedimenti di sua competenza per quel delicato periodo e deliberò secondo l'uso sulle richieste o grazie da presentare al Sacro collegio per il prossimo pontificato. Il nobilis vir Flaminio Tomarozzi pronunciò in consiglio una appassionata requisitoria per denunciare i mali della città e le responsabilità della Curia, proponendo possibili rimedi. Per quanto inorganico, l'elenco delle richieste in 23 articoli, consegnato al Sacro collegio durante il conclave, presenta un quadro abbastanza preciso della difficile situazione dell'amministrazione civile nei suoi rapporti con la Curia, le cui inveterate interferenze ostacolavano, fino a paralizzarlo, l'ordinato funzionamento dell'amministrazione civile della città e del distretto da essa dipendente, e soprattutto faceva di essa un comodo strumento di esazione fiscale. Si chiedeva, questa volta con l'appoggio di baroni e di gentiluomini che avevano partecipato al consiglio, l'eliminazione degli interventi dei presidenti della reverenda Camera apostolica nella giurisdizione dei conservatori, la restituzione delle sue funzioni al tribunale capitolino ormai quasi del tutto sostituito da quello del governatore di Roma, il pagamento al senatore dell'intero salario previsto dallo statuto, la reintegrazione del popolo romano nel possesso di porte, ponti ed entrate delle gabelle di terra e di mare e delle città di Tivoli e di Velletri e nel diritto ai benefici ecclesiastici, provvedimenti per impedire abusi ed estorsioni in materia di giustizia penale e nelle carceri, un sindacato annuale per il bargello e gli altri esecutori di giustizia per i casi di ruberie, corruzione e altri illeciti, la nomina a votazione segreta dei maestri delle strade ed esenzioni fiscali temporanee alla città e aiuti come risarcimento dei danni sostenuti per le recenti gravi avversità. Si chiedeva inoltre l'abolizione dei monopoli e specialmente quello del sapone, il permesso di portare armi da parte di magistrati, gentiluomini e loro familiari, l'abolizione dei vantaggi concessi ai pizzicagnoli nel loro commercio e agli ebrei nel traffico di cose rubate. Il 16 ottobre del 1534 la petizione venne restituita ai conservatori con la sottoscrizione dei 34 cardinali del conclave e del papa in quanto era stato decano del Sacro collegio, accompagnata da brevi annotazioni per ciascun articolo. La maggior parte delle grazie erano state concesse sebbene con riserve che pregiudicavano l'efficacia della concessione, ma rimasero senza alcun seguito e furono ripetute alla lettera nella petizione presentata per il conclave del 1549.


La situazione finanziaria dello stato ecclesiastico

Tranne che per la rapidità della risposta, era il caratteristico comportamento di Paolo III che ascoltava attentamente i consigli dei cardinali e di altri, ponderava lungamente (e non per nulla si meritò lo spiritoso appellativo di vas dilationis), rispondeva in un elegante italiano o in un raffinato latino e alla fine prendeva autonomamente la decisione che riteneva più opportuna, non mancando quasi mai di consultare il suo astrologo, certo Luca Ganrico che gli aveva predetto la tiara. Sotto Paolo III con una saggia amministrazione migliorò la situazione finanziaria dello Stato ecclesiastico, aumentarono le entrate che salirono a
700.000 scudi e tutti i redditi e in particolare quelli doganali. Naturalmente ci fu sempre necessità di entrate straordinarie a cominciare da quelle per la visita a Roma di Carlo v e poi per la difesa e le guerre contro i turchi e varie altre iniziative militari all'estero e nello stesso Stato ecclesiastico, delle quali alcune non disgiunte dagli interessi della famiglia. Fu necessario escogitare e imporre tasse di ogni genere anche agli ecclesiastici, suscitando malcontento tra i sudditi e talvolta aperte ribellioni. Molto pesante fu un'imposta diretta generale, dapprima prevista per tre anni e perciò chiamata sussidio triennale, poi confermata a tempo indeterminato dal 1543. Contro la tassa sul sale ci furono rivolte nel 1536 a Perugia e nel 1541 in molti luoghi del basso Lazio soggetti ai Colonna ed entrambe dovettero essere domate con le armi. Non furono istituiti nuovi monti ma fu incrementato il Monte della Fede e il papa non esitò a creare un altro cavalierato, chiamato di San Paolo, che con il conferimento dell'onorificenza a duecento cavalieri rese 201.000 scudi.
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