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L’Europa nel Settecento


L’Europa nel Settecento: un continente giovane


Intorno alla metà del Settecento avvenne in Europa un fenomeno nuovo: la popolazione iniziò a crescere e non trovò più ostacoli che la fermassero. Per tutto il Medioevo l’andamento della popolazione fu ciclico. L’incremento demografico suscitò fra gli studiosi reazioni contrastanti. L’inglese Malthus espresse ad esempio la sua preoccupazione che a una crescita incontrollata potessero seguire crolli spaventosi pari a quelli dei secoli precedenti. I fattori che fecero aumentare la popolazione furono diversi. Intanto, diminuirono le cause di morte: dopo il 1720 scomparvero le epidemie di peste. Anche le guerre, nel Settecento, furono meno distruttive. Ma un’importanza fondamentale ebbero il miglioramento dell’alimentazione e la diminuzione delle carestie dovute a due coltivazioni importate dal Nuovo Mondo: il mais e la patata. Per l’insieme di questi fattori, calò la mortalità e la vita media si allungò. In queste condizioni, l’alto livello delle nascite assicurò la crescita della popolazione che obbligò ad ampliare le terre coltivate e a migliorare le tecniche agricole.
È bene dire subito che le grandi trasformazioni agricole avvennero solo in Inghilterra, Olanda, in alcune aree della Francia e della pianura padana. L’Inghilterra fu il paese dove si verificarono le maggiori innovazioni, che poi si estero progressivamente ad altre zone d’Europa con l’applicazione di un nuovo sistema di rotazione ciclica. A questo tipo di rotazione, che lasciava quasi inutilizzato un terzo del terreno ogni anno, se ne sostituirono altri che consentivano di coltivare il terreno tutti gli anni. A queste innovazioni tecnologiche si accompagnò un altro importante cambiamento: la trasformazione dei rapporti sociali, cioè del rapporto fra proprietari e contadini. Ciò richiedeva innanzitutto notevoli capitali, che il piccolo proprietario certamente non possedeva, e in secondo luogo la possibilità di creare aziende capitalistiche, che lavorassero grandi appezzamenti di terreno affiancando al pascolo le più diverse colture. Perciò i grandi proprietari ottennero dal parlamento il diritto di effettuare recinzioni (enclosures) delle terre di uso comune. Le recinzioni permettevano di creare aziende sempre più estese, il cui proprietario investiva capitali per aumentare la produttività e utilizzava manodopera salariata.

Nobili, contadini e borghesi nell’Europa del Settecento


Nel Settecento la società veniva ancora immaginata, come nel Medioevo, articolata in tre ceti. In tutta Europa i nobili costituivano un gruppo privilegiato. La proprietà terriera e l’appartenenza a una antica casata aristocratica garantivano loro diritti maggiori rispetto agli altri ceti. Molti privilegi erano goduti anche dal clero, al cui interno esistevano però forti differenze. All’altro capo della scala sociale stavano i contadini. La loro condizione era l’opposto di quella dei nobili. Nell’Europa orientale, in Spagna e nell’Italia meridionale il contadino dipendeva strettamente dal signore. Migliori erano le condizioni dei contadini dell’Europa centrale e occidentale, dove i nobili avevano mantenuto solo alcuni diritti feudali. Tra i nobili e i contadini si collocava poi la borghesia, prevalentemente insediata nelle città. Questo gruppo era molto variegato, perché comprendeva grandi finanzieri, banchieri e mercanti, ma anche avvocati e giudici, notai, e ancora proprietari di laboratori e artigiani e di botteghe. Da questo ceto veniva la maggior parte dei funzionari dello stato. Artigiani, bottegai e professionisti erano organizzati in associazioni professionali (Corporazioni) che partecipavano all’amministrazione delle città. Là dove la borghesia non aveva ancora conquistato il potere, era sempre più insofferente dei privilegi goduti dalla nobiltà e del suo dominio fondato sulla nascita ed ereditato di generazione in generazione. L’uguaglianza giuridica, cioè l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge dello stato, senza distinzione di nascita, fu però la grande parola d’ordine della borghesia settecentesca nella sua lotta contro l’aristocrazia.

Guerre e diplomazia nel Settecento


Dopo le paci di Utrecht e di Rastadt (1713-14), che avevano concluso la guerra di successione spagnola, i rapporti tra le grandi potenze europee si ispirarono alla politica di equilibrio. Per circa un ventennio si sviluppò ampiamente la diplomazia, che affrontò, senza ricorrere alle armi, le innumerevoli ragioni di conflitto. Anche le due successive guerre della prima metà del secolo furono accompagnate da trattive diplomatiche e si ispirarono alla logica di mantenere l’equilibrio politico in Europa. Come la guerra di successione spagnola, esse furono originate da problemi dinastici: la prima (guerra di successione polacca, 1733-38) vide la Francia, la Spagna e i Savoia opporsi all’Austria e alla Russia per il controllo della corona polacca e si concluse con la sconfitta dell’Austria, che dovette cedere ai Borbone i suoi domini nell’Italia meridionale. La seconda guerra scoppiò per la successione al trono d’Austria (1740-48) e si concluse senza mutare l’equilibrio precedente. Dal 1757 al 1763, infine, i paesi europei furono impegnati nella guerra dei Sette anni, che rappresentò una svolta nella politica mondiale. Da un lato erano schierate la Francia, l’Austria e la Spagna: dall’altro Inghilterra, la Prussia, che da sola sostenne vittoriosamente l’attacco degli altri stati europei. La guerra ebbe due principali conseguenze: la Francia perse molti dei suoi domini americani a vantaggio dell’Inghilterra, che diventò la principale potenza coloniale; in secondo luogo, la guerra confermò il fatto che sul continente europeo nessuno stato poteva prevalere sugli altri. Dal 1763 alla fine del secolo l’Europa occidentale attraversò un periodo di pace; a est si assistette all’espansione delle nuove potenze, Prussia e Russia, e dell’Austria. Quanto alla Polonia, in vent’anni (1772-1795) il suo territorio fu interamente spartito tra russi prussiani e austriaci. Alla metà del secolo, dunque, gli Asburgo d’Austria videro i loro domini ampliati verso sud e verso oriente: le vittorie sui turchi avevano fruttato l’annessione dell’Ungheria e di gran parte della Serbia, aprendo la via della penetrazione nei Balcani; solido era il dominio austriaco in Lombardia. Prendeva così corpo un impero multinazionale, formato da diversi popoli e diverse nazioni.
Il nuovo re di Prussia, Federico II (1740-1786) proseguì la politica del padre. Grande generale, all’inizio del suo regno aggredì l’Austria e le tolse la Slesia. Federico II ottenne in tal modo tre risultati: dimostrò che la Prussia era una grande potenza, la propose come principale stato tedesco al posto dell’Austria, creò le premesse per il suo sviluppo industriale. La Slesia era infatti ricca di ferro e carbone. Alla fine del regno di Federico II la Prussia era uno degli stati tedeschi più ricchi, anche se aveva l’aspetto di una grande caserma con capitale Berlino. L’alleanza con i grandi nobili e la forza dell’esercito permettevano alla monarchia assoluta di controllare ogni aspetto della vita del paese.

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