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Popolazione europea

All’inizio del settecento vivevano in Europa poco più di cento milioni di persone, quasi tutte concentrate nella parte occidentale del continente, che risultava più urbanizzata, poiché circa un sesto della sua popolazione viveva in centri abitati di almeno duemila abitanti. Gli abitanti dell’India erano almeno altrettanti, i cinesi un po’ di più, e il resto dell’Asia accoglieva un altro centinaio di milioni di abitanti. Gli abitanti dell’Asia erano più avanzati nelle tecniche di irrigazione, e inoltre si nutrivano principalmente di riso, anziché di grano, quindi di un prodotto che offre una maggior resa per ettaro. La loro agricoltura aveva inoltre bisogno di meno terra e di più lavoro rispetto a quella europea, e poteva nutrire una popolazione più numerosa. Dagli inizi del Settecento gli europei conobbero uno sviluppo delle capacità produttive che non si è più interrotto, inoltre la popolazione cominciò a crescere a ritmi molto sostenuti, e la produzione pro capite a una velocità ancora maggiore. Con i progressi economici e sanitari, cominciò per prima a diminuire la mortalità. Dall’Europa sparì la peste, e la gente, meglio nutrita, riuscì a sopravvivere più a lungo che in passato.

Campagne (Agricoltura)

La maggior parte degli uomini lavorava la terra, perfino se abitava in città, e principalmente coltivavano il grano, che era alla base dell’alimentazione europea. I campi però non potevano produrre tutti gli anni, poiché dovevano stare a riposo un anno ogni due o tre. Inoltre non era possibile coltivare tutta la terra a disposizione, poiché parte di essa doveva essere finalizzata al pascolo, senza il quale sarebbero venuti a mancare alcuni beni come latte, lana e carne, ma soprattutto il concime per l’agricoltura. I terreni incolti erano dunque di importanza vitale, e venivano considerati come una risorsa comune. Il concetto di proprietà privata in agricoltura era dunque profondamente limitato, e sottostava al controllo dei poteri pubblici, infatti si doveva per forza coltivare il grano, un bene che non poteva assolutamente mancare. In generale i campi erano aperti, e dopo il raccolto, cioè nei mesi in cui non veniva coltivato, diventavano di uso comune. In Inghilterra, invece, si erano diffuse le recinzioni (enclosures), sottraendo una parte della terra all’uso tradizionale, per destinarla all’allevamento intensivo, o ad un’agricoltura progredita. Un po’dovunque i maggiori proprietari cercavano di accaparrarsi e recintare quelle aree di proprietà pubblica destinate a pascolo, dette demaniali. Tale situazione andò ad alterare l’equilibrio sociale e demografico, andando spesso a provocare la rovina degli abitanti più indifesi delle campagne. Quest’ultimi producevano ciò che consumavano, e ciò che veniva prodotto in quantità maggiori rispetto alle loro esigenze veniva loro sottratto, e trasferito in città, attraverso un sistema di prelievi fiscali e di rendite, le quali gravavano tutte sulla terra. Come se non bastasse la Chiesa riscuoteva per il proprio mantenimento una tassa, la decima, che di solito ammontava a un decimo del prodotto. Inoltre gran parte delle terre aveva un signore, la quale governava il territorio, e prelevava anche egli una rendita, definita spesso “feudale”. Spesso chi coltivava la terra non la possedeva, perciò i loro proprietari anticipavano ai contadini le sementi (semi usati per la semina), o prestavano loro il necessario per vivere negli anni di carestia. Conseguentemente ne ricavavano rendite aggiuntive, costituite dalle restituzioni munite di interessi, ne conseguì che i contadini molto spesso si trovavano regolarmente indebitati. In conclusione, ciò che restava materialmente del raccolto ai contadini era ben poco, perché basti pensare che su 10 sacchi di grano 1 indirizzato alla decima, 1 per i diritti signorili, circa la metà per il proprietario delle terre, 2 per la semina successiva, e quello che rimaneva veniva utilizzato per l’autoconsumo, aggravati dai debiti e dalle tasse.

Città

La ricchezza agricola alimentava in città una serie di consumi di lusso, attraverso i quali essa diventava visibile e si traduceva in prestigio sociale. Inoltre anche coloro la cui ricchezza non era di origine agricola puntavano comunque ad acquistare la grande proprietà terriera, spesso unita a titoli nobiliari. Molti quindi aspiravano ad una ascesa sociale, resa definitiva attraverso tre elementi: la proprietà terriera, una buona strategia matrimoniale, ed in fine il titolo nobiliare. Così per mercanti e banchieri, l’ascesa sociale attraverso la nobiltà comportava spesso l’abbandono delle attività che avevano sì prodotto quell’ascesa, ma non avrebbero potuto consolidarla. Di conseguenza l’importanza dell’aristocrazia terriera comincia a decadere.
Inoltre in ambito produttivo nacque la stretta esigenza di produrre vicino ai luoghi di consumi, poiché i costi di trasporto erano troppo elevati, a eccezione dei prodotti di gran lusso, il cui prezzo sarebbe stato influenzato ben poco dai costi legati al trasporto.
I mestieri erano inquadrati in corporazioni, le quali vegliavano sulla qualità e sui prezzi, e mediavano con le grandi famiglie e le loro clientele. Erano dominate da dinastie di mastri (maestri), che tutelavano l’armonia interna ed esercitavano il potere sulle relazioni professionali e i rapporti di lavoro. Per aprire una bottega artigiana ed entrare in una corporazione bisognava fare anni di apprendistato come apprendisti, i quali vivevano a contatto con il mastro e imparavano da lui. Ma la bottega artigiana non era tutto, poiché gran parte della popolazione viveva in condizioni di marginalità, svolgendo piccoli mestieri non protetti.


Governo

Da un punto di vista della gestione del potere, in questo periodo si affermò maggiormente come forma di governo la monarchia, secondo la quale tutto il potere discendeva da Dio, che lo affidava, attraverso la consacrazione ecclesiastica, a un uomo, il re, che aveva dunque legittimità a governare anche senza tener conto del consenso delle parti. Perciò le decisioni del re non potevano e non dovevano ogni volta essere contrattate con le rappresentanze aristocratiche della comunità. La figura del re inizia quindi ad occupare spazi di decisione sempre più importanti, a danno delle libertà o dei privilegi. Questo tendenziale e progressivo rafforzamento del principio monarchico nella politica aveva trovato il suo massimo apice nella monarchia assoluta, superiore alle leggi, in quanto la legge proveniva dal re stesso. Quest’ultima forma di governo aveva quindi cercato di sottomettere le aristocrazie, le città, la chiesa, subordinandole alle decisioni centrali. In Europa occidentale questo processo di formazione della monarchia assoluta aveva avuto successo in Spagna di Filippo II (seconda metà del 500), e in Francia di Luigi XIII (prima metà del seicento), fallendo invece in Inghilterra. In generale essa non riuscì ad imporsi, poiché fu contrastata dalle opposizioni locali, sia aristocratiche sia urbane, poco propense a piegarsi alla legittimità di diritto divino. La monarchia trionfò invece, per quanto riguarda l’Europa orientale e centrale, in Austria, Prussia e in Russia. Ciò accadde poiché il popolo non aveva saputo opporre resistenza, e i nobili, in cambio della loro sottomissione politica, potevano contare su un incremento del loro potere sociale e dei loro privilegi nei confronti dei contadini, che divennero servi della gleba1. Solo in Polonia esisteva una grande aristocrazia che conservava potenza e autonomia politica, e non cedeva al rafforzamento della monarchia. La monarchia principalmente aveva due compiti:
• Ridurre il grado di complessità e di diversità tra le classi sociali, cercando di ricondurre tutti i sudditi alla stessa legge, alla stessa religione, e alla stessa lingua.
• Potenziare i propri apparati burocratici, permettendo così di controllare dal centro tutti gli aspetti della vita del Paese.

Economia

In campo economico si tendeva ad accumulare, concentrare, sorvegliare, rendere uniforme, perseguendo una precisa politica economica. Accumulare e sorvegliare serviva in primo luogo ad accrescere il prelievo fiscale, poi serviva a non far mancare il necessario, e soprattutto a tenere sotto controllo la bilancia dei pagamenti2. Ancora, agli inizi del secolo, si riteneva che la quantità di produzione materiale e di scambi fosse sostanzialmente data dal tetto ormai raggiunto dalla popolazione e dai consumi. Quindi se l’ammontare complessivo della ricchezza non poteva crescere, allora toccava a ogni individuo e a ogni governo cercare di accaparrarsene la quota maggiore possibile. Questo era il precetto essenziale della dottrina economica, chiamata mercantilismo. Essa si basava sulla bilancia dei pagamenti: si doveva cercare di esportare merci e servizi per un valore superiore a quello totale delle importazioni, in modo che ogni anno si accumulasse un avanzo. Il mercantilismo risultava quindi aggressivo, poiché ogni paese poteva arricchirsi soltanto a spese di altri, cioè con una politica di potenza. Un settore essenziale perciò fu il commercio internazionale, ogni paese cercava di accaparrarsi la quota più ampia possibile imponendo le proprie navi, proteggendo le proprie rotte e rendendo insicure quelle degli altri. In particolare la potenza più aggressiva fu l’Inghilterra, superando l’Olanda e la Spagna, fronteggiando la Francia in un grande conflitto mercantilista che si concluse con la vittoria britannica.
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