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Concilio di Trento

In Italia la riforma luterana non si diffuse, perché, sebbene vi fossero delle comunità non cattoliche come i valdesi, né la popolazione né i principi erano interessati ad aderire, troppo legati alla Chiesa cattolica, e non vi erano collegamenti tra la riforma e gli eventi politici, sociali e nazionali, come in Germania. In questo periodo cominciò ad affermarsi una reazione della Chiesa chiamata Controriforma, termine contestato dai cattolici perché sembrava che la Chiesa si attivasse dopo la contestazione, mentre invece rivendicava un processo autonomo di moralizzazione interna verso una maggiore adesione alla sua missione fondamentale di praticare il Vangelo. Si reclamava da tempo la convocazione di un concilio ecumenico che affrontasse i problemi del rinnovamento, ma i papi del 400 lo osteggiarono, temendo la rinascita della corrente conciliarista.
I successi di luteranesimo e calvinismo ne resero indispensabile la convocazione per tentare di ripristinare l’unità religiosa. Il concilio fu convocato da papa Paolo III Farnese a Trento, città italiana, ma che apparteneva all’Impero, e doveva partire nel 1542, ma a causa della guerra contro Francesco I che impegnava Carlo V, iniziò nel dicembre 1545. Col pretesto di un’epidemia di tifo fu trasferito nel 1547 a Bologna fino al 1549, quando morì Paolo III. Riaperto a Trento da Giulio III nel 1551 fu sospeso nel 1552, poi terminato tra il 1562 e il 1563 da Pio IV. I protestanti però non vi presero parte, non accettando il ruolo preminente del papa e la partecipazione dei soli ecclesiastici, che contrastava il principio del sacerdozio universale. Divenne un’assemblea del mondo cattolico, alla quale però al partecipazione fu ristretta sia in numero che nella rappresentanza geografica: infatti i ¾ dei partecipanti erano italiani. Si confrontarono nel concilio due tendenze: una volta ad affrontare i problemi di carattere istituzionale e disciplinare, seguita dall’imperatore, preoccupato di trovare un accordo tra principi cattolici e luterani, l’altra che poneva attenzione alle questioni dogmatiche e teologiche, sostenuta dal papa.
Si decise allora di organizzare i lavori in modo che fossero trattati entrambi gli aspetti. Sul piano dottrinario il concilio operò una netta chiusura nei confronti del protestantesimo. Questo riaffermò la superiorità del clero, l’autorità della Chiesa come unica interprete delle Sacre Scritture, il principio secondo cui la salvezza si dovesse ottenere per mezzo della fede, ma anche delle opere, e rintrodusse la venerazione dei santi e della Madonna. Inoltre fu ribadito l’obbligo del celibato ecclesiastico e quello della residenza, cioè tutti i sacerdoti erano tenuti a risiedere nella circoscrizione loro affidata e furono imposte le visite pastorali. Per combattere l’ignoranza furono istituiti seminari per la formazione culturale degli ecclesiastici e per testare la loro vocazione. Inoltre, in contrasto al Common prayer book, venne affidato a Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, il compito di redigere un Catechismo romano, stampato nel 1566, che contenesse la dottrina del concilio di Trento.

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