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Povertà, emarginazione e soccorso

Povertà e fame nel Medioevo

Per tutto il medioevo, guerre, carestie ed epidemie incisero profondamente sulle condizioni di vita delle comunità umane. In una società caratterizzata dalla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi privilegiati, la maggior parte delle persone appartenenti alle classi sociali inferiori viveva costantemente ai limiti dell’indigenza: catastrofi naturali, conflitti e periodi di crisi produttiva spingevano sovente le masse oltre questi confini. La povertà era un fenomeno diffuso; era sufficiente qualche annata di cattivi raccolti per scatenare una carestia e per diffondere la sottoalimentazione.

La malattia

La cattiva alimentazione causava problemi di salute e favoriva la diffusione di malattie come la tubercolosi, la lebbra, la peste o causava malformazioni fisiche, epilessia, follia. A partire dal X secolo, ad esempio esplosero in Europa numerose epidemie di “fuoco di S. Antonio” (una malattia virale) e di ergotismo, causato dall’ingestione di segale cornuta (cereale infettato da un fungo parassita). Un documento riporta che “molti imputridendo sotto l’effetto del fuoco sacro che consumava l’interno del loro corpo, morivano miseramente; oppure, perduti mani e piedi perchè andati in putrefazione, erano risparmiati per vivere ancora più miseramente”. Anche in questo campo a essere colpiti erano sopratutto i poveri.

Il soccorso pubblico

Durante l’alto medioevo furono rari i tentativi di attuare una politica di soccorsi alimentari e sanitari da parte dell’autorità pubblica.

Il soccorso religioso

L’assistenza e la carità erano prerogativa della Chiesa e dei suoi membri, per i quali fare la carità rappresentava un obbligo religioso. Fin dal V secolo fu disposto che almeno un quarto del reddito delle diocesi fosse impiegato per assistere gli indigenti. Alla Chiesa i pubblici poteri delegavano tale compito: nel IX secolo Carlo Magno stabilì per legge che almeno un terzo dei tributi raccolti dalla Chiesa fosse impiegato per il sostentamento e il soccorso di poveri e malati. Presso monasteri e sedi vescovili avvenivano periodiche distribuzioni di cibo e si offrivano assistenza e cure mediche. Furono costruiti ospedali, convalescenziari, ospizi, orfanotrofi per il ricovero degli indigenti, degli invalidi, dei malati. In queste istituzioni, talvolta, operava personale in possesso di qualche rudimento di medicina e di chirurgia: la cura del corpo tuttavia, era sempre unita alla cura dell’anima, con continue esortazioni alla preghiera rivolte ai malati. Quando, a partire dal X secolo, in Europa si diffuse la lebbra, fuori dai centri abitati furono allestiti i lebbrosari, luoghi di ricovero per i contagiati.

La medicina

Le conoscenze mediche dell’alto medioevo erano assai rudimentali e perlopiù in possesso dei religiosi. Nelle scuole monastiche, infatti, si conservavano e studiavano i testi della medicina antica e si sperimentavano i farmaci preparati con erbe medicinali. Non a caso i primi ospediali, sorsero in prossimità di monasteri benedettini.
Nel corso del medioevo gli studi di medicina avrebbero potuto ricevere un grande impulso dall’incontro con la cultura scientifica araba, che aveva introdotto nuovi farmaci e medicamenti e apportato numerose innovazioni alle tecniche chirurgiche, ma non si registrarono grandi progressi. Mentre gli arabi avevano operato una grande sistemazione e una originale rielaborazione della medicina classica, L’Occidente cristiano rimase fermo alle vecchie concezioni dello studioso greco Ippocrate, secondo le quali la malattia sarebbe stata il risultato dello squilibrio di quattro “umori” organici presenti nel corpo umano (sangue, flegma, bile gialla, bile nera), la cui diversa proporzione determinava anche i diversi temperamenti degli uomini.

Esclusi ed emarginati

Il soccorso prestato dalle istituzioni religiose era l’unica forma di intervento organizzato di cui potessero beneficiare i bisognosi. Al di fuori del circuito della carità cristiana, poveri e malati vivevano in condizioni di assoluta emarginazione. La sociatà medievale era una società chiusa nella quale gli individui occupavano posizioni rigidamente fissate in base alla nascita: ogni minaccia alla stabilità sociale rappresentava un pericolo, un comportamento deviante, un peccato contro l’ordine voluto da Dio. Sovente i poveri erano vagabondi, mendicanti, dunque persone senza fissa dimora che vivevano ai margini della società: oppure si trattava di individui declassati o decaduti che, seppure involontariamente, si erano posti al di fuori dell’ordine sociale prestabilito. Per queste ragioni gli indigenti erano spesso esclusi perseguitati.

La società medievale riservava lo stesso rifiuto ai malati. L’infermità era socialmente degradante, in parte perchè tra le classi inferiori che basavano la propria vita sul lavoro fisico, la malattia causava la povertà e quindi la mendicità, il vagabondaggio.
Esclusi dalla vita sociale furono per esempio i lebbrosi, costretti a vagare per le campagne agitando una campanella, affinchè i passanti fossero avvertiti del loro arrivo e potessero fuggire.
La Chiesa pur impegnata a soccorrere gli indigenti, non si interrogava sulle cause economiche e sociali della povertà e della malattia, nè si proponeva di rimuoverle; l’esistenza del povero era anzi, in qualche maniera, giustificata in quanto strumento attraverso il quale i ricchi, mediante l’elemosina e la carità potevano raggiungere la salvezza.
In conclusione, l’atteggiamento del mondo medievale nei confronti dell’indigenza risulta ambivalente, in continua oscillazione tra l’emarginazione e il soccorso. Poveri e malati erano in fondo necessari in quanto davano l’opportunità di svolgere opere di carità; ma, nello stesso tempo, temuti e disprezzati in quanto percepiti come una minaccia alla stabilità sociale.

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