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La frantumazione dei latifondi

Il consistente aumento della pressione fiscale, inteso a compensare i costi sempre crescenti della vasta macchina imperiale e dell’esercito, portò in Occidente a un notevole impoverimento delle campagne e a fenomeni di abbandono delle terre da coltivare. La riforma fiscale di Dicleziano – basta su un’imposta fissa e non rivedibile per lunghi periodi, calcolata sulla stima della quantità di lavoro per persona (capitatio) e sulla rendita per unità di terra (iugatio) – finì per legare ereditariamente i contadini alla terra, pur di consentire le rilevazioni fiscali e il mantenimento del gettito.
Negli ultimi secoli dell’Impero la grande proprietà terriera assunse gradualmente caratteristiche che in parte anticipavano quelle feudali. Le tenute agricole, economicamente autosufficienti, si organizzarono infatti attorno alle residenze fortificate dei proprietari e, protette da milizie formate di schiavi e difficilmente controllabili da parte del fisco, divennero di fatto indipendenti dal potere centrale.Il sistema schiavistico su cui si basavano i latifondi diventò sempre più difficilmente sostenibile per la bassa produttività e per i costi di mantenimento e di sorveglianza degli schiavi. Le grandi proprietà tesero così a essere divise in piccoli appezzamenti, ceduti a coloni in cambio di canoni e servizi.

La condizione del colono era di fatto di tipo servile: non godeva infatti della pienezza dei diritti giuridici, poteva essere venduto con la terra, non poteva sposare donne libere e il suo matrimonio era considerato una forma di concubinato. Il ristagno economico delle città, ormai improduttive, gravava ulteriormente sulla già precaria situazione delle campagne.
Anche nella parte orientale dell’Impero l’aumento della pressione fiscale portò alla distruzione della piccola proprietà terriera, a ribellioni e all’abbandono delle terre coltivabili, mentre l’estensione delle grandi proprietà, che non permetteva di controllare efficacemente il lavoro dei coloni, tese a ridursi.
La riorganizzazione amministrativa del territorio determinò a formazione di una classe di contadini-soldati che coltivavano, direttamente o tramite schiavi, le terre che avevano ricevuto in proprietà ereditaria e che avevano l’obbligo di difendere. Nel Medio Oriente e sulle coste nordafricane, dove poi si affermò la presenza araba, i latifondi dell’epoca tardoantica vennero divisi in piccoli appezzamenti affidati a contadini liberi, che dovevano peraltro cedere ai signori e alle istituzioni proprietarie i quattro quinti del raccolto.
La fine dell’Impero e delle strutture di controllo territoriale, militare, burocratico ed economico a esso connesse, e l’insediamento stabile in Europa di popolazioni nomadi extraeuropee, estranee alla cultura romana, portò nel giro di pochi secoli a un cambiamento radicale delle strutture e dei rapporti sociali. Senza una funzione politica e burocratica precisa, le città si impoverirono e vennero in parte abbandonate. Inoltre, senza una classe dirigente in grado di co-ordinare lavori di manutenzione, reperire fondi e materie prime e con la perdita di capacità tecniche e di funzioni artigianali specialistiche, le complesse strutture che caratterizzavano i centri romani (terme, acquedotti, condutture, strade, ponti) si deteriorarono rapidamente finendo per cadere in rovina. In molti casi si aggiunsero saccheggi e distruzioni, a volte a opera degli stessi abitanti , anche solo per recuperare preziosi materiali edilizio (in una situazione di regressione o totale paralisi dei mercati e di irreperibilità di materie prime). È questo il caso di Roma. Dopo una lunga crisi politica, nel 410 l’antica capitale venne saccheggiata dai Visigoti e la perdita della sua sacra inviolabilità confermò la crisi inarrestabile di tutto l’Impero.

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