pexolo di pexolo
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Economia rurale dei secoli V-VII


Terre e boschi

Il dilatarsi delle aree boschive, forse dovuto anche ad un cambiamento climatico (più caldo ed umido), accrebbe l’importanza dell’economia forestale (allevamento, caccia, raccolta di frutti selvatici, legname). Il passaggio allo sfruttamento di queste risorse (favorito dal diffondersi della cultura germanica) ebbe anche effetti positivi: aumentò il consumo di carne e la varietà di cibo, rendendo forse meno drammatici gli effetti delle carestie. Questo mutamento fece decrescere ulteriormente la già scarsa produttività dell’economia rurale: allevare gli animali nei boschi significava privare i campi del loro concime, il che ne compromise la resa. La crisi demografica che si accompagnò all’abbandono delle terre coltivate e alla crescita dell’incolto fu probabilmente ciò che consentì, attraverso la scarsa densità demografica, alle popolazioni di resistere e poi moltiplicarsi.

Fine della schiavitù?


Secondo Bloch, l’antieconomicità del mantenere schiavi accompagnata al loro precedente accasamento ne cambiò, di fatto, la condizione, avvicinandola a quella dei coloni liberi; questo fenomeno, definito dallo storico come «servaggio», pose fine alla schiavitù trasformandola in servitù, una nuova condizione economica e sociale, intermedia tra schiavitù e libertà. Ma per altri storici il vero momento di interruzione della schiavitù è successivo (secondo Duby collocabile attorno all’anno Mille), in quanto ciò che mutò fu la loro funzione economica, mentre almeno fino al X secolo non ottennero diritti civili e di proprietà (stesso status giuridico di appartenenza al padrone). La condizione schiavile, a causa della fine dell’azienda latifondista e della conseguente frantumazione in piccole proprietà terriere, ne uscì meno omogenea che in precedenza, differenziandone le condizioni a seconda dell’esigenza.
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