Mongo95 di Mongo95
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Nel 1922 viene a determinarsi l’assetto internazionale della Russia: nasce l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS), aggiunse al territorio Russo anche Bielorussia, Ucraina e Zona Caucasica. Nel 1924 viene stilata una Costituzione con l’intenzione di dare allo Stato una struttura federale. Al governo centrale spettavano compiti generali quali difesa, moneta, trasporti, relazioni internazionali.
Nel 1919 Lenin aveva istituito la III Internazionale, con lo sopo di riunire tutti i partiti comunisti d’Europa e del mondo e per arrivare ad una rivoluzione a livello globale. Le rivoluzioni socialiste in Ungheria, Bulgarie e Baviera però erano tutte fallite. I partiti comunisti inoltre erano minoritari rispetto a quelli socialisti, che avevano il supporto dei molti operai. Adottando la però fallimentare “Politica del Fronte Unico”, si decise di coalizzarsi: vengono però solò accettati i militanti, ma non i dirigenti socialisti.
Il Soviet dei Commissari del Popolo inizia ad avvertire una minore minaccia da parte delle potenze europee. Quindi dal comunismo di guerra si passa alla Nuova Politica Economica (Nep). La proprietà privata viene in parte reintrodotta, i contadini dovevano donare allo Stato una parte del ricavato, ma erano liberi di vendere le eccedenze e assumere manodopera. Viene liberalizzato il commercio interno, con libera moneta. Non avvengono più requisizioni nelle campagne. Si parla di un “nuovo capitalismo russo”, anche se lo Stato manteneva comunque controllo su grandi industrie e commercio all’ingrosso. Nasce una nuova classe piuttosto agiata, cioè i kulaki, cioè contadini benestanti. Tutte le figure, come piccoli imprenditori e commercianti, che trassero vantaggio dalla Nep vengono indicati come “nepmany”.

Nel 1924 avviene la morte di Lenin. All’interno del partito si presenta il problema della successione, nonche anche uno di tipo ideologico: “rivoluzione mondiale permanente” (secondo Trockij) oppure “socialismo in un solo Paese” (secondo Stalin)? Secondo Trockij l’Internazionale doveva impegnarsi per far scoppiare rivoluzioni ovunque. Egli era comunque sempre stato il più vicino a Lenin, anche se non condivideva il concetto “giacobino” di partito: esso doveva essere coeso ed indirizzare il proletariato al potere tramite attività automone e non con la coercizione. Però era idea comune che in un paese economicamente arretrato come la Russia il proletariato sarebbe andato la potere prima che in un paese avanzato. A Trockij non importa il potere, ma pensava che se la rivoluzione fosse avvenuta soltanto in URSS sarebbe poi andata incontro a processi degenerativi.
Egli però si trovava in una posizione di svantaggio: i vari focolai globali di rivoluzione erano tutti falliti. Rivoluzioni che lui aveva sempre fortemente sostenuto, soprattutto quella in Germania, dove il bolscevismo sarebbe stato molto più incisivo e sareppe poi potuta divenire centro della rivoluzione mondiale. Poi non era carismatico come Stalin, a cui erano molto più vicini i militanti. Stalin credeva che fosse necessario consolidare il socialismo in unione sovietica, senza fare conto su di una illusoria estensione della rivoluzione.
Nella lotta per la successione ebbero grande rilevanza i problemi di politica estera ed interna. I “ritmi di sviluppo” da dare all’industrializzazione. L’URSS aveva un’economia fondata sull’agricoltura, una forte industrializzazione avrebbe comportato prezzi umani altissimi. Trockij vedeva malamente i kulaki, ed intendeva combatterli. Quindi secondo lui la Nep andava eliminata, perché la classe di nuovi ricchi andava contro la prospettiva socialista. Stalin invece riteneva che non fosse ancora giunto il momento. Il partito si divide in un ala destra (Stalin) ed in una sinistra (Trockij). Nel 1927 però quest ultimo viene espulso e poi, nel 1929, esisiliato, segnando così il trionfo della linea staliniana. Stalin però si impossessa delle linee programmatiche del rivale: inizia una fortissima industrializzazione con il Piano Quinquiennale (1928). L’agricoltura doveva essere potenziata con la collettivizzazione e l’abolizione della proprietà privata. Nonché eliminazione dei kulaki. Per fronteggiare la crisi generata dallo scarso raccolto di grano, si ritorna a requisire i cereali dalle campagne. Il governo, non più il gioco domanda-offerta, è ora a stabilire la quantità di merci da produrre e il loro prezzo. Si voleva arrivare ad un incremento del 230% della produzione industriale e del 55% di quella agricola. Con due Piani Quinquiennali si arriverà al 170%, con però elevatissimi costi umani, causati anche dall’urbanizzazione dei contadini, le cui cattive condizioni di vita portarono ad assenteismo e scarso rendimento. Non essendoci inventivi economici, si fece appello all’ “amor di patria”, senso del dovere. Come esempio si prese l’ “eroe del lavoro” Stachanov, un inarrestabile minatore. Si ricorre ad un mutamento dei rapporti di proprietà: vengono creati il “kolchoz” (fattorie cooperative) e i “sovchoz” (aziende agricole di proprietà dello stato). I kolchoziani potevano tenere un appezzamento di terra e lavorarci per se stessi e poi immettere sul mercato i propri prodotti. I contadini in generale videro malamente la formazione di queste proprietà. Lo stesso Bucharin, fedelissimo di Stalin, non voleva una collettivizzazione forzata, ma nel 1929 Stalin impose la sua linea dura, con la volontà di reprimere ogni resistenza. Ad opporsi maggiormente furono i nepmany: si assiste ad una massiccia macellazione degli animali: piuttosto che darli ai dirigenti dei kolchoz, meglio ucciderli.
Stalin aveva paura di restrizioni delle semine, quindi nel 1930 rallenta un po’ la morsa repressiva, ma solo per pochi mesi. Poi si inizia ad allontare i kulaki dai villagi, per poi deportarli in Siberia insieme ai kolchoziani come manodopera per le grandi opere pubbliche. Alle vittime di questa repressione (1,25 milioni) si aggiungono anche i morti dell’inverno 32-33, per via di una carestia (soprattutto in Ucraina) dovuta in parte anche a fenomeni naturali, ma principalmente alla mancanza di cibo per via di requisizioni, restrizioni delle semine, il rifiuto dei contadini di cedere allo Stato la quota di prodotti.
Economicamente la colletivizzazione fu un insuccesso, anche gli abitanti delle città ne soffrirono. Ma in ogni caso il prestigio dell’URSS presso le masse popolari mondiali crebbe a dismisura. Passò così in secondo piano la repressione esercitata.
I fautori della Rivoluzione volevano una società eugalitaria, senza classi. Con Stalin però la stratificazione sociale raggiunge livelli mai visti prima. I dirigenti volevano realizzare il principio “a ciascuno secondo i propri bisogni”. La penuria di beni però aveva portato a “a ciascuno secondo il proprio lavoro”. Lo stesso Stalin provvedette ad una differenziazione, diversificazione salariale: il livellamento può esistere soltanto in una società immaginaria, primitiva, di asceti, non in una socialista organizzata marxisticamente. Per combattere l’analfabetismo Stalin aveva permesso ai figli degli operai e dei contadini di istruirsi ad alti livelli, facendoli poi diventare la classe dirigente economica del Paese. In Unione Sovietica esistono diverse classi: i funzionari di partito, la classe dirigente dell’industria e del commercio (burocrati), scienziati e scrittori (i primi per la modernizzazione e recevevano forti finanziamenti, senza però uscire dai canoni del marxismo. I secondi, uomini di cultura in generale, erano sottoposti a rigida ideologia: le loro opere dovevano essere comprese dalle masse popolari e avere una funzione pedagogica) e borghesia, che viene però cancellata. Stalin non solo si preoccupò di eliminare le “classi pericolose”, ma anche i vertici dell’esercito e del partito. Riusciva a cogliere e sfruttare i vari contrasti già presenti, per realizzare il suo potere, che diventerà assoluto alla fine degli Anni ’30. Tra il 1937 e il 38 si sfocia nel “Grande Terrore”. Inaudita violenza repressiva ad opera della polizia segreta, la Ceka. Un periodo di “purghe”, cioè operazioni di ripulitura. Esponenti al vertice del partito venivano assassinati misteriosamente e altri (che con loro erano in dissidio), venivano accusati di essere i mandanti. In spettacolari processi farsa, arrivavano al punto di confessare, per poi essere eliminati. Questo perché l’appartenenza al partito era come un impegno religioso: di fronte a due posizioni, cioè mettere in cattiva luce il partito oppure confessare il falso, si sceglieva la seconda. Nel 1937 vengono eliminati anche i vertici dell’esercito. Inizia a diffondersi l’idea che Stalin sia circondato da nemici, quindi si giunge ad un vero e proprio culto del capo. Egli godeva dell’appoggio e di grande prestigio presso tutti i partiti comunisti del mondo. È il “capo indiscusso” del proletariato globale. L’URSS emerge come uno dei paesi più potenti. Il mito di Stalin diventa poi culto della personalità. Anche nel suo paese, dove, nonostante la mancanze di libertà, le persecuzioni, la morte di milioni di persone nei gulag e le carestie, si viveva comunque in condizioni di vita migliori rispetto al passato. I sacrifici erano necessari per il “benessere” acquisito. La società contadina in breve tempo si trasforma in società operaia, ma mantiene gli atteggiamenti tradizionali: fiducia nel sovrano dispensatore di giustizia, il cui potere viene sacralizzato.

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