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Rivoluzione russa

Nel 1917, in piena Prima guerra mondiale, in Russia scoppia la rivolta. Già nel 1905 la popolazione aveva manifestato (pacificamente) e lo zar aveva fatto reprimere con la forza questa manifestazione.
Al momento dello scoppio della guerra, la Russia si trovava con una situazione economica interna molto fragile. Lo zar faceva leva sul numero elevato di truppe, ma nonostante la superiorità numerica la Russia subì dure sconfitte. Nel corso della guerra la situazione economica e sociale della Russia peggiora sempre di più: scarseggia il cibo nelle città, che si trovarono prive sia dei beni alimentari che dei illuminazione. Lo zar non fu in grado di porre rimedio a questi problemi e iniziarono una serie di sommosse a cui lo zar pose fine con delle violente repressioni. Si mossero anzitutto gli operai: ai primi di marzo scoppiò uno sciopero nelle officine di Pietrogrado. Lo zar decise di intervenire con la forza, impiegando l’esercito contro i manifestanti. I soldati, però, si rifiutarono di obbedire e si schierarono con i rivoltosi. L’8 marzo le manifestazioni e le sommosse diventarono una vera e propria rivoluzione che fu chiamata Rivoluzione di Febbraio, perché quel giorno, nel calendario russo, corrispondeva al 23 febbraio. Lo zar incapace di affrontare questa situazione, decide di abdicare. Abdicando, lo zar dava la possibilità ai gruppi moderati di prendere il potere e formare un governo provvisorio, sostenuto dalla Duma. I componenti dei Soviet (organismi rappresentativi di operai e soldati) rifiutarono di entrarvi, decidendo di svolgere per il momento soltanto un’azione di controllo.

I cadetti (componenti del Partito Costituzionale Democratico russo) garantirono ai propri alleati la prosecuzione della guerra e decisero di proclamare delle elezioni per eleggere un’assemblea costituente. Ma il programma dei Soviet prevedeva l’uscita immediata dalla guerra per procedere alla distribuzione delle terre per riportare il paese a una fase di pace al fine di ricostruirlo.
All’interno dei Soviet, però, non tutti avevano la stessa linea politica: infatti questi erano controllati dai socialisti che erano divisi in menscevichi e bolscevichi. I menscevichi erano legati al pensiero di Marx (la rivoluzione proletaria doveva essere successiva alla fase borghese capitalistica) e ritenevano la situazione ancora non adatta per uno sbocco rivoluzionario e decisero quindi di appoggiare questo governo provvisorio. Con il rientro di Lenin in Russia (dopo il suo esilio) le cose cambiarono. Egli pose, anzitutto, la questione dell’alleanza tra gli operai e i contadini poveri che avevano già dato vita a numerose occupazioni di terra. Lenin comprese che, in un paese come la Russia, dove essi formavano la maggioranza della popolazione, era necessario per gli operai avere i contadini come alleati, se si voleva realizzare una rivoluzione socialista. Lenin presentò il suo programma nella Tesi di Aprile, in cui chiese che il proletariato conquistasse tutto il potere e ponesse fine alla guerra.
La figura di maggior rilievo nel nuovo governo fu il Ministro della Guerra Kerenskij, che si adoperò per introdurre la libertà di stampa, di parola, di associazione e di religione. Fece approvare anche la concessione del suffragio universale e proclamò l’uguaglianza dei diritti per le donne. Ma il suo proposito di instaurare un regime democratico in Russia fu ostacolato dalla decisione di proseguire la guerra.
La maggior parte della popolazione russa infatti, non voleva la continuazione del conflitto, che avrebbe significato non solo nuovi sacrifici da parte degli operai ma anche la rinuncia dei contadini alla lotta per le terre.
A luglio il Soviet di Pietrogrado, sostenuto soltanto dai bolscevichi, tentò di conquistare il potere, ma il tentativo fallì. Fu formato allora un nuovo governo guidato da Kerenskij. Alla fine di agosto Kornilov( generale dell'esercito russo), per poter proseguire efficacemente la guerra proclamò lo stato d’assedio a Pietrogrado. Ma Kerenskij destituì Kornilov. In risposta quest’ultimo marciò su Pietrogrado. Di fronte alla minaccia di un colpo di stato militare, i bolscevichi invitarono gli operai ad armarsi e a formare la guardia rossa a difesa della città, contribuendo così a far fallire il tentativo di Kornilov. Il successo accrebbe il prestigio dei bolscevichi tra gli operai e i soldati.
Lenin riteneva che il partito dovesse assumere la guida forzando gli avvenimenti. Fu appoggiato da Stalin (Ministro della Nazionalità) e da Trockij (Ministro degli Esteri) e fu decisa un’ insurrezione per la notte fra il 6 e il 7 novembre. Lo scontro decisivo si svolse a Pietrogrado ed ebbe un rapidissimo svolgimento: l’8 novembre, dopo aver occupato il resto della città, i bolscevichi attaccarono il Palazzo d’inverno, sede del governo Kerenskij. Nello stesso giorno i Soviet affidarono il governo ai bolscevichi, che formarono un nuovo governo definito Soviet dei Commissari del Popolo guidato da Lenin. Il nuovo governo emanò subito due decreti che andavano incontro alle esigenze della maggioranza della popolazione russa. In politica estera fu decretata l’immediata apertura delle trattative per arrivare a una pace senza annessioni che, rispettosa del principio della nazionalità, lasciasse i popoli liberi di scegliere. In politica interna fu decretata la confisca delle grandi proprietà e la distribuzione delle terre ai contadini. Poiché la Russia era composta da molte etnie fu stabilito che tutti i popoli avrebbero avuto diritto all'autodeterminazione (erano, perciò, liberi di unirsi alla Russia o di staccarvisi).
Lenin iniziò le trattative di pace con la Germania e firmò la pace di Brest-Litovok, molto punitiva per la Russia che dovette cedere alla Germania i Paesi Baltici (Estonia, Lettonia, Lituania), la Polonia, la Finlandia, e l’Ucraina e dare loro l’indipendenza. Inoltre la Russia dovette cedere molte industrie e rinunciare a una parte molto consistente delle conquiste zariste. Lenin, però, riteneva questa rinuncia necessaria per riportare la situazione interna alla pace. Dopo aver firmato la pace, il primo problema che sconvolge la situazione interna è la rivoluzione civile. Lenin aveva deciso di dedicare tutte le sue energie al consolidamento del potere interno e alla lotta contro le forze che si battevano contro il potere sovietico in tutte le regioni della Russia e che erano definite “bianche” in contrapposizione a quelle “rosse”. La lotta contro le forze nemiche del potere comunista doveva essere condotta con ogni mezzo. La logica della guerra civile del 1918 fece aumentare il peso degli elementi di destra, che contro il terrore rosso, diedero vita al terrore bianco: da tutte e due le parti si combatté senza esclusioni di colpi. A capo delle truppe rosse c’era Trockij che, instaurandovi una ferrea disciplina, riuscì a trasformare volontari inesperti e disorganizzati in un vero e proprio esercito, l’Armata Rossa, in grado di soffocare le rivolte interne e di fronteggiare i pericoli che venivano dall'esterno. Gli avversari dell’Armata Rossa erano tutti coloro rimasti fuori dalla nazione bolscevica: i kulaki e i borghesi (fedeli allo zar). Questi gruppi vennero poi aiutati dalle potenze dell’Intesa (Francia, Inghilterra) e anche dagli Americani che inviarono loro uomini e armi. Questi eserciti vennero chiamati l’Armata Bianca. I contadini non parteciparono a questa guerra anche perché erano favorevoli alla rivoluzione e alla spartizione delle terre. Nel 1921 la guerra finisce con la vittoria dell'Armata Rossa e intorno alla Russia vengono formati degli stati cuscinetto (Lettonia, Lituania, Estonia, Polonia).
Nel 1921/22 Lenin promosse la formazione di una Terza Internazionale formata dai partiti comunisti e chiamata perciò Internazionale comunista (Komintern). Lenin era convinto che la guerra avesse impresso un’accelerazione al processo rivoluzionario mondiale e che si fossero perciò determinate le condizioni per il rovesciamento del capitalismo anche in altri paesi. L’Internazionale Comunista avrebbe dovuto perciò assumere la guida della rivoluzione europea e nel suo primo decennio di vita non fu solo un forum di discussione ma fu il nucleo dirigente di una concreta attività rivoluzionaria che si esplicava in forma diverse da paese a paese, secondo le condizioni politiche locali. Le tattiche potevano essere differenti ma nell’ambito di uno stesso piano strategico mirante alla conquista del potere da parte dei partiti comunisti, come rappresentanti degli interessi del proletariato in ogni paese, nel quadro più generale della rivoluzione mondiale. Al Secondo Congresso che si tenne nel 1920 i dirigenti dell’Internazionale Comunista posero a tutti i partiti socialisti (come condizione necessaria per potervi aderire) l’espulsione dei riformisti. La maggior parte dei partiti socialisti europei respinse tale condizione e così i socialisti che intendevano seguire l’esempio di Lenin fondarono allora i partiti comunisti.
Inoltre dopo la Rivoluzione russa del 1917, il governo bolscevico trasformò in maniera radicale l’economia borghese, con l’abolizione della proprietà privata e la statalizzazione delle fabbriche, dando così origine al modello dell’economia comunistica. Una forte spinta alla collettivizzazione si verificò con il cosiddetto comunismo di guerra: ai contadini vennero requisiti tutti i beni e vennero usati per rifornire gli abitanti delle città. I contadini, che si erano battuti per ottenere la terra si rifiutarono di consegnare i loro prodotti al governo.

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