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A tale rivoluzione novecentesca ci si arrivò in seguito a diversi passaggi. La Russia cominciò il suo processo di modernizzazione nel 1861 attraverso l'abolizione della servitù e l'affrancamento (liberazione) dei contadini. Si ebbe un parziale svecchiamento del sistema produttivo agricolo tuttavia il problema legato alla terra continuava ad alimentare grandi tensioni, accompagnato dalla profonda disuguaglianza sociale. La classe operaia costituiva una minoranza. Limitatamente alla situazione politica, la Russia era un paese autocratico sotto il potere di uno zar dispotico. Esistevano comunque alcuni partiti d'opposizione come il Partito costituzionale-democratico (voleva la formazione di un parlamento elettivo), il Partito social-rivoluzionario (chiedeva una redistribuzione della terra a favore dei contadini) e il Partito operaio socialdemocratico russo, desideroso di un processo rivoluzionario che doveva partire dalla società operaia.
Una prima grande rivoluzione si ebbe con la sconfitta marina nella guerra contro il Giappone. Nel 1905 a San Pietroburgo si ebbe uno sciopero pacifico operaio in cui si chiedeva un miglioramento delle condizioni lavorative e la costituzione di un'assemblea costituente. La reazione fu però durissima: i soldati spararono sui manifestanti inermi provocando numerose vittime. A San Pietroburgo si formarono i soviet dei lavoratori, un nuovo organismo politico- rappresentativo. Nello stesso anno lo zar concesse così una duma (parlamento) che tuttavia provvedeva solamente a garantire i suoi privilegi in quanto molto limitata in potere. Seguirono altre due dume ma la situazione non cambiò. L'unica parentesi positiva fu la costituzione dei soviet dimostrando che la classe operaia poteva condurre ad un cambiamento se si fosse alleata con i contadini. Il metodo della repressione tuttavia si capì non era più possibile e così il primo ministro Stolypin varò una serie di leggi a favorire un rilancio della produzione agricola consentendo ai contadini di richiedere dei terreni, lottizzando i mir, le comunità di villaggio. Ciò comportò solamente dei peggioramenti in quanto i contadini, non avendo i mezzi necessari per far fruttare i nuovi terreni, furono costretti a venderle ai grandi proprietari terrieri o ai contadini agiati, i kulaki. I contadini quindi, senza lavoro, si riversarono nelle città non trovando sufficientemente lavoro a causa delle poche industrie. Aumentò così la disoccupazione e con l'entrata in guerra, l'alleanza operai-contadini divenne sempre più concreta.

8 marzo

L'entrata in guerra non era appoggiata da nessuno: in primis il popolo ucraino e polacco che vedevano i combattimenti svolgersi nei propri territori, i socialisti erano in disaccordo così come gli stessi soldati (per lo più contadini). Nei primi due anni di guerra furono infatti molte le perdite dovute anche all'incapacità dei generali e ai precari mezzi di trasporto. La guerra comportò inoltre un rincaro di tutti i beni di prima necessità e così gli operai cominciarono a scioperare sempre più di continuo. Il governo dello zar si dimostrò totalmente impreparato e i disastri militari e la povertà accrebbe l'avversione verso quest'ultimo. La situazione cambiò nel 1917 quando operai e soldati si ribellarono l'8 Marzo a Pietrogrado (ex San Pietroburgo) portando inaspettatamente all'abdicazione dello zar Nicola II. La rivolta divenne una vera e propria rivoluzione chiamata “Rivoluzione di Febbraio” che portò alla creazione di due distinti organismi di potere: un governo provvisorio (composto da liberali moderati, guidati dal principe L'vov, il cui obiettivo era quello di proseguire la guerra e formare un'Assemblea Costituente) e il soviet di Pietrogrado (costituito da socialisti, socialrivoluzionari, menscevichi e bolscevichi; questi premevano invece per una pace immediata e la divisione delle terre). Una fitta rete di soviet si diffuse in tutto il territorio russo. Lenin tuttavia si trovava in esilio in Svizzera e non poté pertanto raggiungere la Russia. Il soviet fu così guidato dai menscevichi che si opponevano al governo provvisorio.

7 novembre

In Aprile Lenin fece ritorno a Pietrogrado inneggiando alla “rivoluzione socialista”. Lesse così il suo breve scritto conosciuto come le “Tesi di Aprile” esprimendo la necessità di far cadere il governo provvisorio e che si dovesse evitare di entrare in guerra. Lenin si impegnò quindi a far approvare una mozione che conferiva “tutti i poteri ai soviet”. Tale possibilità divenne più concreta in Luglio quando il governo guidato da Kerenskij scatenò un'offensiva militare ai danni della Galizia uscendone sconfitto. Ciò provocò una sfiducia verso il governo provvisorio e verso i menscevichi, che si erano fatti coinvolgere. Una nuova rivolta venne repressa dal governo provvisorio verso i bolscevichi, i quali si dispersero, tra cui Lenin che si rifugiò in Finlandia. I soldati successivamente si rifiutarono di andare in guerra e così nel mese di Settembre per il soviet di Mosca, i bolscevichi ottennero la maggioranza. Lenin, tornato in Russia, il 10 Ottobre il comitato bolscevico approvò la soluzione rivoluzionaria: rovesciare il governo provvisorio di Kerenskij e prendere il potere. I soviet, con l'impotenza del governo provvisorio, erano diventati l'unico punto di riferimento politico. La notte del 7 Novembre (Ottobre secondo il calendario ortodosso) si agì e i rivoluzionari guidati da Trokij si impadronirono in pochissimo tempo dei punti strategici della città. Sciolto il governo provvisorio, con sede nel Palazzo d'Inverno, i rivoluzionari instaurarono il Consiglio dei commissari del popolo. Kerenkij riuscì a fuggire. Il nuovo governo rivoluzionario era presieduto da Lenin con Trokij e Stalin come ministri.

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