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L'Europa della Restaurazione

Il Congresso di Vienna e la santa Alleanza
Durante il Congresso di Vienna le questioni più importanti venero discusse solo fra le 4 grandi potenze, Austria, Inghilterra, Prussia e Russia.
Oltre ai principi del contenimento della Francia e dell’equilibrio, si era aggiunto quello della legittimità, che comportava la restaurazione sul trono delle dinastie esistenti prima della rivoluzione.
Ora bisognava trovare un accordo tra Russia e Prussia per la spartizione della Polonia. Alla fine il Granducato di Varsavia fu elevato a Regno di Polonia il cui re fu lo zar Alessandro I e la Prussia fu ricompensata con la Sassonia. L’accordo fu trovato grazie all’intervento del ministro francese Talleyard che offrì l’alleanza della Francia ad Austria e Gran Bretagna, riportando la Francia tra le 4 grandi potenze del Congresso.
Intorno alla Francia fu creata una cintura di sicurezza e nacque la Confederazione germanica nella quale le due potenze più importanti erano l’Austria e Prussia.

L’Italia fu divisa in 8 stati e piegata al volere dell’Austria. La situazione del Regno di Napoli era rimasta in sospeso a causa degli accordi fra Gioacchino Murat e Metternich, che aveva garantito al primo di mantenere la corona se si fosse schierato contro Napoleone. Ma quando le grandi potenze si pronunciarono per la restaurazione dei Borbone, Murat, grazie all’audace ritorno di Napoleone, dichiarò guerra all’Austria, ma fu subito sconfitto e mandato a morte.
Successivamente, le stesse quattro grandi potenze dettero vita alla Santa Alleanza, che aveva il compito di combattere ogni alterazione dell’ordine costituito. Alla santa alleanza aderirono successivamente quasi tutti gli stati europei, tranne la gran Bretagna.
Il primo ministro austriaco Metternich tentò di assicurare all’Austria un ruolo di preminenza. Egli affidò il mantenimento dell’equilibrio ad un altro trattato, la Quadruplice alleanza fra Austria, Prussia, Russia e Gran Bretagna. Questa doveva prevenire ogni possibile rivincita]] francese e i 4 stati doveva indire periodici congressi.

L’Europa restaurata
Per dare all’Europa un assetto stabile, il congresso di Vienna si era appellato al principio di legittimità. Tornò anche la dottrina politica che fondava il potere sul diritto divino. Durante il periodo napoleonico si era diffuso in Europa un sentimento nazionale che però fu ignorato durante il Congresso.
In Italia perciò non si tenne conto delle aspirazioni unitarie della fragile borghesia. In tutti gli stati fu ristabilito l’assetto precedente al dominio francese e furono abrogate le riforme francesi. Però solo il regno del Piemonte tornò all’Antico regime, abrogando i codici napoleonici ed eliminando ogni traccia delle riforme francesi.

Gli austriaci nel Lombardo-Veneto avviarono timide riforme e sottoposero il popolo a un pesante carico di imposte e un sistema doganale che proteggeva solo l’economia austriaca a svantaggio dello sviluppo economico lombardo.
Nello stato della chiesa, il papa riportò in vita la Compagnia di Gesù e fu avviata una prudente modernizzazione delle strutture amministrative.ma questi tentativi furono presto messi da parte.
Nel sud fu creato il Regno delle due Sicilie con a capo Ferdinando I di Borbone. Ma la riduzione dell’autonomia siciliana, determinò l’insorgere di una spinta separatista.

Le monarchie assolute
Il sentimento nazionale era sentito maggiormente in Germania dove però l’Austria limitava molto la nascita della nazione tedesca. Così i giovani tedeschi si fecero promotori di un’accesa campagna antiaustriaca, che culminò nella manifestazione alla Wartburg. Subito il ministro Metternich vietò le unioni studentesche e impose una forte censura alla stampa
In Prussia, il timore di una ripresa della rivoluzione, condusse il re ad abbandonare ogni proposito di riformismo e a d allinearsi all’egemonia dell’Austria e le deboli forze liberali e nazionali furono presto mese a tacere.
Contemporaneamente l’economista List mostrò al popolo i vantaggi dal punto di vista economico di un’unione doganale tedesca (Zollverein). Questa prevedeva l’eliminazione delle tariffe doganali interne e praticava un forte protezionismo verso l’estero. Fu così avviata una importante riforma economica che fece aumentare il prestigio e la ricchezza delle Prussia.

In Francia era stato richiamato dal senato Luigi XVIII che però non potè accettare di essere re dei francesi solo perché chiamato dal popolo e di essere obbligato a firmare la costituzione, per cui ne impose una nuova, la Carta dovuta a un pura concessine del re e non prevedeva alcuna sovranità popolare né diritti naturali, ma era un compromesso tra il re e il ceto alto francese. Questa situazione non soddisfò né i liberali né i monarchici. Nelle elezioni del 1815 presero il sopravvento gli Ultras(indica ultramonarchico) il partito reazionario che minacciò il re con sanguinose vendette. Poiché Luigi non aveva discendenti il suo governo fu affidato al fratello Carlo X.

Il ritorno della rivoluzione
Durante il periodo napoleonico erano sorte in tutta Europa associazioni segrete contro il regime napoleonico. Successivamente alcune continuarono a combattere contro l’ordine stabilito dal congresso di Vienna. Altre miravano ad una trasformazione della società con l’abolizione della proprietà privata e l’instaurazione del comunismo. Per sfuggire al rigido controllo poliziesco queste avevano una complicata struttura gerarchica: solo i membri più alti conoscevano gli appartenenti all’associazione e l’obiettivo prefissato, mentre gli altri conoscevano solo il loro superiore e l’inferiore e a volte ignoravano addirittura ciò per cui stavano combattendo.
(massoneria: corporazione medievale dei muratori (grande e media borghesia, professionisti)
Tra le varie associazioni in Italia c’era la Carboneria (organizzazione carbonari della Franca contea), sorta a Napoli, di carattere liberale-costituzionale e con la base sociale più ampia, costituta da ex ufficiali, soldati, intellettuali, borghesi, artigiani e sacerdoti.

Le rivolte non tardarono ad arrivare.
In Spagna sotto la protezione inglese si erano riunite le cortes e avevano stipulato una costituzione a Cadice. Tuttavia dopo il ritorno di Ferdinando VII di Borbone i sogni liberali furono repressi e i rivoluzionari mandati in esilio. Ma se l’esercito era stato l’artefice della repressione, proprio dall’esercito scaturì una nuova rivoluzione (1820) che costrinse Ferdinando ad accettare la costituzione.
L’esempio spagnolo si espanse in Portogallo, che divenne un governo costituzionale, e poi a Napoli. I carbonari, appoggiati dall’esercito, imposero al sovrano una costituzione e subito dopo esplose una rivolta a Palermo che voleva l’indipendenza dal Regno. L’esempio napoletano ispirò i piemontesi ma la rivolta fu stroncata dagli austriaci. Due mesi dopo stessa sorte fu riservata al Regno di Napoli.
Per quanto riguarda la Spagna, Metternich cercò di far valere nella quadruplice alleanza il principio dell’intervento ma la Gran Bretagna negò il suo appoggio che fu rimpiazzato dalla Francia, desiderosa di riottenere la sua importanza internazionale.
Anche in Russia si ebbe una rivolta ma anche qui ebbe effetto minimo.

L’indipendenza della Grecia
Diversi furono gli esiti della rivoluzione greca. La Grecia era stata per tutto questo tempo controllata dall’Impero ottomano ormai in crisi. Se da una parte le potenze europee non volevano che questo crollasse per non guastare gli equilibri, dall’altra c’era una forte compassione per colei che era stata la patria della civiltà occidentale. La Gran Bretagna doveva tener maggiormente conto di questo secondo punto rispetto alle altre nazioni e per conto suo la Russia avrebbe tratto enormi vantaggi dallo sfacelo dell’impero turco. Così si stipulò il trattato di Londra tra Russia, Gran Bretagna e Francia che prevedeva una risoluzione pacifica della situazione. Alla fine l’impero ottomano fu costretto ad accettare l’indipendenza greca e fu creato un nuovo stato con confini ridotti la cui sovranità fu affidata al figlio minore del re di Baviera.

La Gran Bretagna dalla repressione alle riforme
Nel 1815 il blocco continentale imposto da napoleone per colpire la Gran Bretagna aveva privato quest’ultima del grano, ma l’estensione dei terreni coltivabili e una politica protezionista le avevano permesso di fronteggiare la crisi. Alla fine della guerra i proprietari terrieri, che avevano ottenuto ingenti guadagni dalla situazione, e gli imprenditori, che invece dovevano acquistare merci ad un prezzo più alto, si trovarono in conflitto. A peggiorare la situazione fu un’inziale crisi economica che portò gli operai ad intensificare il luddismo. Il conte di Liverpool reagì sospendendo l’Habeas Corpus, ovvero le garanzie costituzionali di libertà personali, e infliggendo la pena di morte agli artefici di questi movimenti. Gli operai esplosero in una manifestazione che fu soppressa con le armi. La situazione cambiò con l’avvento al governo di Canning agli Esteri e Peel agli Interni. Il primo si distaccò dalla quadruplice alleanza e appoggiò i movimenti nazionali in Europa, il secondo legalizzò le attività sindacali a condizione che i lavoratori rinunciassero al diritto di scioperare.
Nel 1798 a seguito di una clamorosa rivolta in Irlanda si era formato il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda con l’aumento di seggi in senato per gli irlandesi. Ma questi provvedimenti ebbero scaso significato pratico in quanto il ceto ricco irlandese era comunque occupato da proprietari terrieri inglesi o scozzesi e se pure un irlandese avesse avuto denaro sufficiente a farsi eleggere, il Test Act impediva ai cristiani di prendere parte in parlamento. A seguito quindi della rivolta degli irlandesi capeggiati da Daniel O’Connell il Test Act fu finalmente abolito. La crisi economica costrinse il governo a rivedere la legge sui poveri che furono considerati capaci di lavorare. Con la crescita delle industrie si sarebbe sicuramente arrivati ad un compromesso con la classe salariata e gli imprenditori. Quindi il problema dei disoccupatio in grado di lavorare non fu addossato al governo ma l’unica via di fuga erano le case di lavoro pubbliche. Ci furono comunque miglioramenti nelle industrie in quanto fu vietato ai minori di 16 anni il lavoro e le ore di lavoro furono ridotte a 10.

L’emergere dell’Europa liberale
Nel 1830 ebbe inizio una nuova rivoluzione in Francia. Il Parlamento cercò di far valere il suo potere di revocare la sovranità al re Carlo X che rispose sciogliendo la camera. Le elezioni però dettero una nuova vittoria ai liberali perciò Carlo si convinse ad emanare 4 decreti: la camera appena letta venne sciolta, e vennero indette le elezioni, il sistema elettorale fu modificato per indebolire il ceto borghese e la stampa fu sottoposta a forti censure. Tuttavia la spontanea insurrezione di Parigi costrinse Carlo alla fuga. I borghesi, intimoriti dall’eventuale nascita della repubblica, affidarono il governo a Luigi Filippo ‘Orleans, che fu in seguito nominato il Re borghese in quanto i suoi provvedimenti furono tuti indirizzati a vantaggio di questo ceto.
Nel 1830 una rivoluzione scoppiata in Belgio portò all’indipendenza del paese dall’Olanda. Anche in Polonia e Germania ci furono rivolte ma di poco conto. In Italia settentrionale e in particolare a Modena, Parma e Bologna esplosero proteste antipapali e antiassolutistiche guidate da Ciro Menotti, ricco imprenditore. I cospiratori contavano sull’appoggio del duca di Modena Francesco IV, ma quando questo appoggio fu negato, era troppo tardi per fermare i moti delle associazioni segrete che furono così facilmente repressi.


Dalla Gran Bretagna all’Europa

Nell’800 si assiste in tutta Europa ad una crescita economica e demografica esponenziale. Questo fenomeno è dovuto alla diffusione dell’industrializzazione al di fuori dei confini della Gran Bretagna in particolare in Belgio, Francia, Prussia, Svizzera e Stati Uniti. Ma a partire dal 1870 questa penetrò anche in Italia e Spagna. Sebbene si possono delineare queste grandi aree si deve dire che l’industrializzazione non seguiva percorsi nazionali ma piuttosto regionali perché lo sviluppo dell’industria era vincolato da tre fattori: la presenza di miniere di carbone, di strade e ferrovie efficienti e una solida tradizione manifatturiera in particolare nel campo tessile. L’aumento dei prodotti coincideva con l’utilizzo sempre maggiore di macchinari costosi e complessi che le aziende a conduzione familiare non potevano permettersi per cui in breve tempo furono totalmente rimpiazzate dalle grandi fabbriche. In questo periodo si sviluppano molto il settore siderurgico e meccanico.
Un importante fattore che impediva la diffusione dell’industrializzazione oltre alla mancanza di materie prime, era la frammentazione politica, sociale ed economica. In particolare in Germania, successivamente all’abolizione delle barriere doganali, l’industrializzazione cominciò a diffondersi in maniera esponenziale.
In Italia questo processo ebbe importanza soltanto nella parte Settentrionale e in particolare in Lombardia dove si sviluppò il settore della seta, in Emilia Romagna quello della canapa e in Piemonte quello del cotone.

Le cause dell’ondata di crescita
Come abbiamo detto il settore meccanico e siderurgico subì un grande sviluppo. Questo fatto è dovuto alla necessità di costruire sempre più complesse e capillari vie di comunicazione. In questo periodo furono costruite le prime ferrovie, le prime navi a vapore e venne inventato un nuovo modo per asfaltare le strade. Servivano quindi nuove locomotive, nuove navi, nuove stazioni, i binari: tutto ciò andava ad incrementare il lavoro nel settore siderurgico e contemporaneamente permetteva un miglior scambio di merci e la loro esportazione in tutto il continente.
Con l’apertura del Canale di Suez poi migliorò di gran lunga anche la navigazione in quanto le navi , già divenute più veloci, non avevano più bisogno di circumnavigare l’Africa per arrivare in Oriente.
La ricchezza comunque, in questo periodo, non era legata ai beni di consumo in quanto i ceti popolari non potevano permettersi acquisti extra con il loro misero stipendio, ma era appunto legata ai beni capitali (infrastrutture).
Mentre le città crescevano a discapito delle campagne, e i contadini con il loro lavoro non erano più in grado di soddisfare i bisogni della nazione intera, si assiste in Europa ad una crescita nel settore agricolo senza precedenti. Questo è dovuto all’introduzione delle macchine anche in questo settore, che migliorò la produzione, ma rese inutile il lavoro del contadino che quindi andava a cercare fortuna in città per poi diventare un operario sottopagato e sfruttato.
E’ proprio in questo perdio che il liberismo trova il suo massimo sfogo con l’affermazione del liberoscambismo che aboliva completamente le barriere doganali e quindi favoriva la circolazione delle merci e dei prodotti in tutti i paesi. Il liberismo riguardò non solo le merci ma anche le persone, infatti cominciò in questo secolo una pesante emigrazione transoceanica; gli Stati Uniti infatti erano ancora un territorio sottopopolato ma con una fiorente economia in cerca di forza lavoro. Dagli Stati Uniti deriva la creazione della prima macchina da cucire ad opera di Singer nel 1851 che permise la diffusione degli atelier e quindi fece divenire l’abbigliamento un nuovo settore produttivo. Altra invenzione importante su quella ad opera di Bessemer che inventò il convertitore, una macchina in grado di separare il carbonio dalla ghisa, da qui la produzione dell’acciaio e il suo utilizzo nelle fabbriche, sino a rimpiazzare il ferro.
Nascono anche nuove forme di finanziamento. Infatti era impossibile che un solo imprenditore avesse le risorse necessarie per costruire da solo una fabbrica di quelle dimensioni. Nascono così oltre a nuovi tipi di banche, anche nuove forme societarie come le società per azioni o le obbligazioni. Tra i vari tipi di banche c’è quella francese il Credit Mobilier, creata con l’unico scopo di sostenere lo sviluppo industriale raccogliendo i risparmi dei nuovi e vecchi ceti urbani. In Germania si crearono un numero considerevole di piccole banche. Mentre in Inghilterra industria e banche rimasero separate in quanto queste si limitavano solo a piccoli prestiti a breve termine.

Il mondo della fabbrica
Lo sviluppo meccanico comportò una sempre maggiore parcellizzazione del lavoro. Il vero lavoratore era la macchina, i vecchi artigiani furono completamente cancellati; tutti potevano essere operai, a patto che avessero almeno un’istruzione da scuola elementare, quindi che sapessero leggere. La scuola primaria infatti divenne obbligatoria. Nella fabbrica inoltre vi erano tecnici specializzati che dovevano pur essere formati in scuole: furono quindi creati i primi istituti tecnici. La figura più importante era l’ingegnere formato nei politecnici.
Lo sviluppo industriale nel suo complesso generò grandi speranze per l’umanità. Si pensò che il progresso, capace di far viaggiare gli uomini con rapidità e di fornire loro case confortevoli, potesse risolvere i grandi problemi della vita. Fu questa l’ideologia positivista di Comte, che rifiutava spiegazioni metafisiche dell’universo per concentrarsi sulla missione della scienza e sulle certezze fornite dalle sue leggi. Comte credeva che l’uomo avesse mezzi necessari per soddisfare tutti i suoi bisogni rifiutando tute le spiegazioni di carattere irrazionale e religioso.
Questo positivismo si diffuse in tutta Europa assumendo i caratteri di una visione del mondo, ed ebbe una vastissima influenza. Infatti le nuove scoperte influirono profondamente anche sulla vita quotidiana e sulla mentalità dell’epoca. Insomma il progresso trionfava.

CAP. 13 PAR. 5 L’INDIPENDENZA DELL’AMERICA LATINA
Ai primi dell’800 nell’America Latina, ancora sottomessa a Spagna e Portogallo, la popolazione bianca che si era arricchita con i commerci coloniali, approfittò della debolezza degli stati europei per ottenere l’indipendenza. Contemporaneamente c’erano state trasformazioni economiche e sociali. In Brasile il principale polo era stato quello delle miniere d’oro e successivamente si svilupparono le piantagioni di caffè che divennero la più rilevante attività economica del Brasile. Nelle colonie spagnole la popolazione india e quella bianca erano cresciute moltissimo. Inoltre si erano creati due nuovi poli: nel Venezuela con le piantagioni di cacao, e nel Rio de la Plata con l’allevamento e commercio del bestiame.
La situazione precipitò in occasione delle guerre napoleoniche quando l’imperatore francese istituì il blocco continentale per indebolire la potenza economica inglese ed eleminò ogni ostacolo alla penetrazione del capitalismo britannico in America latina e sancì il controllo dei commerci transatlantici da parte della corona inglese.
Sul piano politico il crollo delle monarchie spagnola e portoghese accelerò il processo di indipendenza. In Brasile fu lo stesso re portoghese Pietro I di Braganza , detronizzato nel suo paese, a rendere indipendente il nuovo regno.
In Messico, con l’indebolimento del potere spagnolo, esplosero due grandi sollevamenti indios e alla fine fu concessa l’autonomia del Messico sotto la sovranità di Ferdinando di Borbone. Successivamente la situazione era ancora instabile e così fu proclamata la totale indipendenza, ma un anno dopo i liberali proclamarono la repubblica. Successivamente le provincie più meridionali si separarono costituendosi in Stati Uniti dell’America centrale.
Ma fu negli stati del Sud America che sembrò avverarsi il sogno di una federazione latino-americana simile agli Stati Uniti. Qui due importanti figure di rivoluzionari, Josè de san martin e Simon Bolivar, furono gli artefici dell’indipendenza di ben nove stati. Nel 1826 Bolivar convocò una conferenza di tuti gli stati sorti dal crollo dell’impero coloniale spagnolo, con l’obiettivo di realizzare il suo sogno, cioè di creare un grande stato federale. Ma la riunione fu un fallimento e quindi non riuscì a coronare il grande sogno.

CAP 14 LA CONDIZIONE OPERAIA E IL SOCIALISMO
La condizione operaia
Lo sviluppo economico e la crescita del progresso avevano determinato l’affermazione dell’ideologia del progresso. Si credeva infatti che il capitalismo e la scienza fossero in grado di garantire all’intera umanità un futuro felice. Coloro che però non coglievano nel loro orizzonte questo benessere, soprattutto operai e contadini, consideravano il capitalismo un mostro sfruttatore. Fu quindi facile, per gli intellettuali del tempo, che studiavano le diseguaglianze presenti nella società, elaborare una critica radicale all’industrialismo.
Infatti, a metà dell’800 la condizione delle classi popolari era drammatica: i salari erano bassi, i prezzi delle case nelle città industriali erano molto levati e così erano costretti a vivere nelle orribili periferie. Dapprima la rivolta contro queste condizioni aveva dato luogo alla distruzione delle macchine (luddismo), ritenute le responsabili della povertà dei proletari, poi generò in una presa di coscienza collettiva delle ingiustizie a cui i lavoratori erano sottoposti. Nacque quindi la consapevolezza che la difesa dei propri interessi comportasse la necessità dell’associazione e dell’organizzazione per trasformare la spontanea solidarietà in capacità di lotta e di resistenza. Si venne costituendo un vasto tessuto di società di mutuo soccorso, di associazioni di mestiere, di leghe e forme cooperative. Si formarono le prime organizzazioni di classe i cui obiettivi riguardavano l’aumento dei salari, la riduzione della giornata lavorativa, il diritto di associazione e quello di sciopero.

Le origini del socialismo
I primi a formare un’associazione furono gli operai tessili inglesi guidati da Robert Owen, un industriale che condivideva la fiducia di Comte nel progresso (v. cap 12, 3° parag) ma che cercò di combinarla con una migliore condizione sociale da parte di tutti. Il suo progetto previde una fabbrica di cotone la “New lanark” che doveva essere un’azienda modello nella quale si garantivano salari più levati e condizioni di vita più dignitose per gli operai e le loro famiglie e si cercava di eliminare gli aspetti degradanti della condizione operaia come l’alcolismo.
Tentò poi di fondare una colonia comunista in America ma presto i suoi tentativi fallirono.
In Francia alcuni intellettuali diedero inizio a quel pensiero radicale conosciuto come socialismo, perché tendeva a superare le diseguaglianze per imporre un nuovo ordine sociale armonico e più giusto. Ma i pensatori socialisti, non essendo a stretto contatto con le masse operaie, costruirono sistemi di pensiero difficili da tradurre in pratica.
I maggiori esponenti furono Furier che ipotizzò l’eliminazione delle disuguaglianze sociali attraverso la creazione di un ordine sociale armonico nel quale potessero dispiegarsi le tendenze naturali degli uomini; Saint-Simon era convinto che il progresso dell’umanità risiedesse tutto nel sapere scientifico e tecnico e affermò che la proprietà privata non doveva scomparire ma essere posta sotto il controllo statale; Blanqui voleva la dittatura del proletariato; Blanc ideò un sistema di fabbriche nazionali che avrebbero soppiantato la proprietà privata e donato a tutti quel diritto universale che è il diritto al lavoro che lo stato ha l’obbligo di garantire; infine Proudhon, antistatalistico, voleva il federalismo e quindi il decentramento per favorire la libera attività sempre basata su strutture solidaristiche.
In Italia le prime associazioni si svilupparono in Piemonte e successivamente, con l’unificazione nazionale, si diffusero in tutto il Regno. Il maggiore esponente è Giuseppe Mazzini (180-72) che aveva elaborato un progetto sociale riformatore che dava spazio alle esigenze del proletariato e degli artigiani. Egli puntava a una crescita condivisa da imprenditori e operai, che dovevano partecipare agli utili dell’azienda. Superare quindi le rivendicazioni personali e dare origine ad un’organizzazione nazionale unitaria dei lavoratori che riguardasse anche l’ambito politico. Venne quindi approvato l’Atto di fratellanza delle società operarie che rappresentava la base statutaria di quell’organizzazione nazionale delle associazioni operaie che era uno dei principali obiettivi di Mazzini.

Marx e il marxisimo
Anche in Germania si svilupparono organizzazioni operaie, come la Lega dei giusti, nella quale operavano due intellettuali Marx e Engels. La svolta del pensiero socialista si ebbe a metà del XIX secolo, quando vene pubblicato il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels, che analizzava la società e l’economia capitalistiche e presentava previsioni sulla trasformazione del sistema di produzione capitalistico e tracciava un programma d’azione politico-sociale nuovo. Il socialismo si opponeva a tre fattori: la disuguaglianza sociale che lo sviluppo portava con sé; l’urbanesimo e la crescita del proletariato di fabbrica (coloro il cui unico bene erano i figli, prole).
Osservando con attenzione le società industriali inglese e francese, essi compresero che il sistema capitalistico funzionava in base a leggi che potevano essere studiate e descritte.
Marx affermava che la contraddizione principale di tutta la società borghese è rappresentata dal fatto che la proprietà privata dei mezzi di produzione e la loro utilizzazione vanno a vantaggio solo di una ristretta classe sociale. Quindi si creò una lotta di classe tra borghesia capitalistica e produttori salariati (proletariato moderno) il cui esito, dopo la vittoria di quest’ultimo, sarebbe stato la costruzione di una società dove la proprietà collettiva dei mezzi di produzione avrebbe impedito l’esistenza delle classi e lo sfruttamento dell’uomo. Questo Manifesto, all’inizio passò inosservato, ma successivamente, la sua critica al capitalismo, rappresentò una svolta radicale nel pensiero politico socialista.
Il comunismo per Marx ed Engels era una teoria della rivoluzione; essi erano più vicini al radicalismo comunista francese piuttosto che a quello di Owen e Saint-Simon, anche perché le idee radicali facevano maggiore breccia nei lavoratori.
Il socialismo marxiano si distingueva dai suoi predecessori per tre aspetti diversi. 1) fece una critica più estesa della società capitalistica; 2) inserì il socialismo nella struttura di un’analisi storica evolutiva, capace di spiegare sia il motivo per cui era sorto in quel dato periodo storico, sia il motivo per cui il capitalismo alla fine dovesse generare una società socialista; 3) ha chiarito le modalità di transizione dalla vecchia alla nuova società: il proletariato ne sarebbe stato il portatore, attraverso una lotta di classe che avrebbe raggiunto il suo obiettivo solo attraverso la rivoluzione.
Quindi questo socialismo, poiché ancorato ad un’analisi storica ed economica profonda, fu definito scientifico, per differenziarlo da quello precedente, definito invece utopistico.
Del tutto diversa fu la teoria esposta dal russo Michail Bakunin, che vedeva in ogni forma di stato l’origine dell’oppressione e dell’ingiustizia. Principali bersagli della sua polemica erano il patriottismo e lo sforzo dei mazziniani di dare più importanza alla lotta politica per il compimento dell’Unità, che non alla lotta sociale. La sua intuizione più feconda fu quella di spostare l’attenzione dalle città alle campagne, individuando nelle masse agricole affamate e non politicizzate, il vero interlocutore del programma rivoluzionario.
Questa dottrina, definita, anarchica, si diffuse negli stati più arretrati industrialmente, come la Spagna e l’Italia. Nonostante la loro diversità, tuttavia, le differenti tendenze socialiste cercarono di trovare un terreno comune. Nacque perciò a Londra, sotto la direzione di Marx, la Prima Internazionale dei lavoratori, che si proponeva di collegare le organizzazioni operaie in Europa e di potenziare la capacità di lotta del proletariato industriale. Ma i contrasti interni tra le diverse tendenze socialiste ne causarono la fine precoce.
Mentre si dibatteva all’interno del movimento socialista internazionale, nel marzo del 1871 la sollevazione del proletariato parigino e la formazione della Comune, primo esempio di autogoverno operaio, misero in evidenza l’importanza raggiunta dalla classe operaia.

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