Ominide 42 punti

La Restaurazione

Congresso di Vienna e Santa Alleanza
Con la sconfitta di Napoleone a Waterloo, nel 1815, si chiudeva la stagione delle guerre che avevano visto opporsi la Francia rivoluzionaria prima e quella napoleonica dopo alla vecchia Europa. Si apre, quindi, l’età della restaurazione, improntata alla ricostruzione del vecchio ordine europeo, alla restaurazione dei sovrani spodestati e dei modi di governo dell’ancien régime. Il programma, però, poteva essere definito irrealizzabile, a causa dei mutamenti ormai troppo profondi che erano intervenuti nelle società. Sarebbe stato impossibile, infatti, eliminare con un colpo di spugna l’intera eredità rivoluzionaria sia per quanto riguardava le istituzioni politiche che gli ordinamenti giuridici. La dominazione napoleonica, poi, aveva portato i progressi più evidenti sul piano della certezza del diritto e dell’uguaglianza formale, passando ormai il punto di non ritorno. La restaurazione, quindi, si risolse in un compromesso fra antico e nuovo regime, che tentava di adattare le vecchie strutture ad una realtà ormai irrimediabilmente mutata.

Il terreno su cui si manifestò più chiaramente l’intento rivoluzionario fu certamente quello dei rapporti internazionali, quando, nell’autunno del 1814, le potenze vincitrici si riunirono a Vienna.
Il congresso di Vienna si aprì il 1 novembre 1814 per concludersi il 9 giugno 1815. Nonostante parteciparono rappresentanti di tutti gli stati europei, le decisioni più importanti furono prese da un gruppo ristretto di cui facevano parte gli emissari di Gran Bretagna, Russia, Prussia e Austria, il vero direttore dei lavori si può definire essere il ministro degli esteri austriaco, Metternich, benché anche il rappresentante della Francia sconfitta, l’anziano Talleyrand, riuscì a far valere le sue posizioni.
Talleyrand, infatti, sfruttò i contrasti fra i vincitori e riuscì a fra valere il principio di legittimità, ovvero il principio per il quale dovevano essere restaurati i diritti legittimi violati dalla rivoluzione, dunque anche quello dei Borbone in Francia, evitando quindi un governo francese controllato da potenze estere, ma garantendo una completa restaurazione dei legittimi sovrani francesi. Tuttavia, era nell’interesse delle altre potenze accontentare le richieste di Talleyrand, facendo così della Francia un pilastro del nuovo equilibrio piuttosto che umiliarla, rischiando di prestare il fianco a nuovi tentativi rivoluzionari, per questo motivo la Francia non subì alcuna amputazione alle frontiere del 1791.
Scopo principale degli statisti europei riuniti a Vienna era quello di evitare il ripetersi di simili eventi, creando quindi una mappa dell’Europa che potesse garantire un equilibrio duraturo. Il nuovo assetto territoriale, quindi, non tenne minimamente conto dei principi di nazionalità o della volontà delle popolazioni coinvolte, ma si procedette ad una razionalizzazione della geografia politica europea.
La Russia poté espandersi verso occidente, occupando parte della Polonia; la Prussia annetté territori nella zona del Reno; il numero degli stati tedeschi fu ridotto e furono riuniti in una Confederazione Germanica, la cui presidenza venne data all’imperatore d’Austria. L’Impero Asburgico, poi, divenne il fulcro dell’equilibrio europeo, si vide riconosciuto un ruolo egemone sull’intera penisola italiana. Belgio, Lussemburgo e Olanda formarono il Regno dei Paesi assi, mentre la Gran Bretagna non accampò richieste sul continente, ma si preoccupò di evitare che in Europa sorgessero nuove ambizioni egemoniche.
L’Italia, quindi, fu riportata alla situazione ante-napoleonica, la maggior novità fu il rafforzamento dell’egemonia austriaca, ottenuta grazie ad una serie di legami militari e dinastici con il Regno di Napoli (ricostruito e battezzato Regno delle Due Sicilie). L’unico stato ancora indipendente dall’impero asburgico fu il Regno di Sardegna, ora ingranditosi grazie all’acquisto di territori della Savoia e della Liguria.
Vero promotore della politica dell’equilibrio fu lo zar Alessandro I, il quale diede vita alla Santa Alleanza, cui aderirono Austria e Prussia e successivamente anche la Francia. Questa consisteva in un’alleanza personale tra gli imperatori, il cui testo era intessuto di riferimenti alla religione cristiana, per questo motivo era da escludere una partecipazione dell’Inghilterra, che da tempo aveva operato la separazione dei poteri statale ed ecclesiastico.
Il ministro degli esteri inglese, Castlereagh, però, fu fautore di una nuova alleanza, firmata nel 1815, tra le quattro potenze vincitrici (Austria, Russia, Prussia e Inghilterra), che impegnava i contraenti a vigilare contro tentativi di rivincita della Francia ed a intervenire contro ogni sommovimento che minacciasse l’equilibrio europeo.
Il doppio sistema di alleanza si definiva come una novità assoluta nella politica europea, sia perché legava il mantenimento dell’ordine internazionale all’ordine interno dei singoli paesi, sia perché prevedeva una serie di consultazioni periodiche tra la principali potenze europee. Il risultato fu, quindi, la riduzione delle tensioni sul continente, che assicurarono all’Europa un quarantennio di pace.

Gli ordinamenti politici della restaurazione
La restaurazione portò una modificazione degli ordinamenti politici interni ai singoli paesi, benché in maniera diversa per ognuno. Ovunque si ebbe un assestamento degli equilibri interni in linea conservatrice, dovuta anche al riavvicinamento tra potere temporale e potere religioso.
In Inghilterra, la prevalenza dell’ala destra del partito conservatore, ovvero i tory, che rappresentavano l’aristocrazia terriera e l’alto clero, si tradusse in una politica a favore degli interessi della grande proprietà terriera, attraverso l’imposizione di un forte dazio di importazione, sacrificando così gli interessi dell’industria esportatrice, causando inoltre un inasprimento delle tensioni sociali, le quali causarono sommosse operaie sempre duramente represse.
Particolarmente dura fu la restaurazione in Spagna, dove il sovrano Ferdinando VII si affrettò ad annullare la Costituzione di Cadice del 1812 e a reprimere duramente le tendenze liberali.

In Francia si ebbe una restaurazione “morbida”: nel 1814 si insediò sul trono Luigi XVIII, il quale promulgò una costituzione che proclamava l’uguaglianza di tutti i cittadini francesi davanti alla legge, garantiva le libertà fondamentali e prevedeva un parlamento bicamerale (Camera dei pari di nomina regia e Camera dei deputati elettiva). In merito a questo tipo di costituzioni si parla di Charte octroyée, carta concessa, ovvero di contenuto liberale limitato dagli scarsi poteri di cui la Camera dei deputati godeva e dal carattere restrittivo della legge elettorale, che legava il diritto di voto sia all’età sia al censo.
Tuttavia, la Francia restaurata è uno dei pochi regimi monarchici costituzionali presenti in Europa, infatti furono mantenute alcune innovazioni del periodo napoleonico (codice civile, ordinamento scolastico) e fu garantita l’inviolabilità di tutte le proprietà, vecchie e nuove. La moderazione di Luigi XVIII, tuttavia, scontentò quella parte di aristocratici emigrati, che avevano visto nella restaurazione una speranza di ritorno in patria sotto le stesse condizioni del periodo in cui l’avevano lasciata. Fu questo gruppo di nobili a formare una fronda che sognava un ritorno completo all’ancien regime e presero il nome di ultrarealisti, o ultras.
In Italia la restaurazione portò un arresto di quello sviluppo civile che era stato avviato durante il regime francese. Nel regno sabaudo, Vittorio Emanuele I abrogò la legislazione napoleonica, ristabilì il controllo della Chiesa sull’istruzione e riportò in vigore le discriminazioni contro le minoranze religiose.
Nello Stato della Chiesa, la moderazione del papa Pio VII e del segretario, il cardinal Consalvi, si scontrava con la linea di restaurazione teocratica sostenuta dal collegio cardinalizio e dalla Compagnia di Gesù. Alla morte di Pio VII nel 1822, quindi, Consalvi fu allontanato, senza essere riuscito a raggiungere l’obiettivo di aprire ai laici l’accesso alle più alte cariche pubbliche.
Nel Regno di Napoli, dove era primo ministro Luigi de’ Medici, la sua linea moderata che mirava alla riconciliazione fra i fedelissimi del re e gli uomini di Murat, si scontrò con le tendenze reazionarie del sovrano Ferdinando I. Fu mantenuta ed estesa la legislazione antifeudale, e soprattutto si giunse alla completa unificazione dello Stato dal punto di vista amministrativo, nel 1816, sotto il nuovo nome di Regno delle Due Sicilie, benché questo non ebbe altri effetti che suscitare tendenze autonomistiche nella nobiltà siciliana.

Società segrete e insurrezioni (i moti del ’20-21)
All’inizio degli anni ’20, l’ordine europeo venne seriamente minacciato da una serie di moti insurrezionali che si propagavano con grande facilità in tutti i paesi, questo fu un meccanismo di reazione al processo della restaurazione che fu facilitato da un comune senso di malessere economico, ma determinato principalmente da una fitta rete di collegamenti internazionali fra i principali centri rivoluzionari. Coloro che lottavano contro l’ordine costituito facevano capo ad organizzazioni segrete nate nel ‘700 e in età napoleonica che ebbero in questo periodo il momento di maggior espansione.
Sette e società segrete divennero quindi il principale strumento di lotta politica, le più importanti erano di tendenza liberale o democratica, traevano ispirazione dalla Massoneria, cui era legata la più importante delle sette ottocentesche, la Carboneria, presente soprattutto in Italia e Spagna. I Carbonari si ispiravano agli ideali di costituzionalismo e liberalismo moderato, mentre altre associazioni avevano un’impostazione più democratica.
Le sette segrete poggiavano su una base piuttosto ristretta, soprattutto di studenti, intellettuali e militari, questi ultimi fornivano alle sette i nuclei più preparati ed intraprendenti ed erano gli unici ad essere in grado di minacciare seriamente la stabilità dei governi. Fu questo il caso dei moti rivoluzionari che partirono dalla Spagna negli anni ’20, quando una serie di reparti d’istanza nel porto di Cadice si ammutinarono. La rivolta si estese ad altri reparti e furono vani i tentativi di repressione, questo costrinse il re a riportare in vigore la Costituzione di Cadice del 1812 e ad indire le elezioni per le Cortes. Il nuovo regime liberal-democratico che si formò in Spagna, però, era estremamente fragile a causa delle divisioni interne allo schieramento costituzionale e alla scarsa adesione della masse contadine, influenzate dalla Chiesa.
I moti insurrezionali si allargarono nel Regno delle Due Sicilie, in Portogallo e nel 1821 anche in Piemonte, ma le potenze della Santa Alleanza, vedendo minacciato l’equilibrio politico interno agli stati decisero di intervenire militarmente, causando una netta chiusura dell’esperienza insurrezionale. Il fronte conservatore ne uscì quindi rafforzato, mentre le correnti liberali avevano dato prova di scarsa unità e di mancanza assoluta di legami con le masse popolari.

Il ’48 europeo
La crisi rivoluzionaria che attraversò l’Europa nel 1948 fu di dimensioni eccezionali, oltre alla rapidità con cui si diffusero i moti rivoluzionari. Questo fu favorito da alcuni fattori comuni a quasi tutti i paesi europei: nel biennio 46-47 l’Europa aveva attraversato una fase di crisi economica che aveva visto coinvolti prima il settore agricolo, poi quello industriale e commerciale, causando quindi un clima di acuto malessere. Inoltre, i democratici di tutta Europa avevano favorito il diffondersi di idee di libertà politica e democrazia, intrecciata alla spinta di emancipazione nazionale.
Si può dire che il 48 apre una nuova epoca, caratterizzata dall’intervento delle masse popolari urbane, dall’emergere di obiettivi social accanto a quelli politici e questo fu favorito anche dall’inizio dell’esperienza comunista. E’ infatti il 48 l’anno in cui Marx ed Engels pubblicarono il Manifesto.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email