Mongo95 di Mongo95
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Si assiste ad una profonda crisi delle centralità europea, che perde il ruolo di baricentro politico-economico mondiale. Prima di tutto si cerca di ricostituire un ordine internazionale, identificando negli Stati Uniti una funzione di guida. Infatti essi erano gli unici ad emergere dal conflitto come veri vincitori. Il Presidente Wilson quindi, nel gennaio 1918, indica Quattordici punti su cui fondare la futura politica internazionale. Tra questi i più importanti sono sicuramente il diritto all’autodeterminazione dei popoli; le libertà di commercio e l’abbattimento delle barriere doganali; la riduzione degli armamenti; la creazione di un organismo sovranazionale con il compito di regolare le controversie internazionali: la Società delle nazioni. Eppure gli Stati Uniti scelgono di mantenere un continuo isolazionismo, non partecipando neppure alla Società delle Nazioni, che si dimostra quindi quasi un insuccesso. Infatti la Germania non vi entra che fino al 1916 e la Russia anche (1934) perché il nuovo regime non piaceva. Ci entrano quindi i Paesi vincitori e quelli neutrali.

Nel 1919 a Parigi si tratta la Pace (Conferenza di Pace di Versailles). Wilson e il Primo Ministro inglese Lloyd volgiono mantenere un atteggiamente moderato, ma il Primo Ministro francese Clemenceau fu intransigentenei confronti della Germania. Essa viene colpita con dure pene: perdita di molti territori (Alsazia-Lorena, bacini carboniferi della Saar, Schleswig, Pomerania, Posnania, Alta Slesia, corridoio di Danzica), molti altri vengono demilitarizzati (riva sinistra del Reno), l’esercito viene ridotto a 100mila uomini, tutte le colonie vengono spartite dai vincitori, enormi danni di guerra. Anche l’Austria viene duramente colpita: il suo impero viene smembrato, l’Ungheria diviene indipenente e nascono molti nuovi stati (come la Cecoslovacchia).
Per quanto riguarda l’Italia, ai Trattati il Ministro degli esteri Sonnino è del tutto irrilevante. Il Paese riceve soltanto Il Trentino, il Südtirol, l’Istria e Trieste, ma non Fiume e la Dalmazia.
Nel 1920, con il Trattato di Sevres, si assiste allo smembramento dell’Impero Ottomano, in seguito al quale nascono la Turchia moderna (per mano del generale Mustafa Kemal, poi detto Atatürk) e molti altri Stati mediorientali. Molti Stati di questa zona vengono affidati alla tutela e all’amministrazione di Francia ed Inghilterra. Vengono quindi trasformati in “protettorati”, oppure in “mandati” (cioè una amministrazione direttamente voluta dalla Società delle Nazioni). Si sviluppano generalmente correnti di nazionalismo arabo. Veri e propri scontri continuano in Palestina, così come tutte le problematiche legate al “sionismo” (movimento che rivendicava la costituzione di uno stato ebraico riconosciuto dal diritto internazionale. Il ritorno ebraico nel loro protettorato viene riconosciuto dalla Gran Bretagna).

L’economia americana dopo la Guerra si trova in uno stato di maggiore potenza e continua crescita. La produzione industriale copriva l’intero fabisogno nazionale, ma anche l’esportazione. C’è la rivoluzione nel settore automobilistisco e in quello delle radiocomunicazioni. Il mondo agricolo si modernizza e il conseguente esubero di manodopera viene sfruttato nell’industria o nel nuovo settore terziario. C’è la produzione di beni di consumo di massa e una grande organizzazione scientifica del lavoro: un grande mercato di acquirenti (domanda) trova prodotti (offerta) a prezzi accessibili. Questo fu reso possibile dall’abbattimento dei costi per unità di prodotto, nonché da un grande aumento di produttività (corrisposto da un aumento dei salari). Ci furono anche grosse conseguenze sociali: la catena di montaggio necessitava di molto operai comuni specializzati in un’unica mansione di lavoro. Si sviluppa anche un nuovo ceto medio di impiegati pubblici e nasce il settore terziario, slegato dal mondo dell lavoro manuale e legato allo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa, la commercializzazione su larga scala e la pubblicità. La nuova organizzazione della fabbrica fa nascere anche una classe di impiegati privati, più adatti al lavoro intellettuale e di dirigenza (i “colletti bianchi”). È anche un periodo di formazione di gruppi razzisti e antisemiti. Il più famoso è il Ku Klux Kla, che raggiunse nel 1925 circa 4milioni di affiliati. Era una società ricca e moderna, ma allo stesso tempo conformista e moralista. Emblematico al riguardo è il proibizionismo, cioè il divieto di produrre e consumare alcolici. Ma è anche un periodo di paura e pregiudizio nei confronti degli immigrati: nel 1927 due immigrati italiani, Sacco e Vanzetti, vengono condannati a morte con l’accusa di omicidio, basandosi però su prove del tutto evanescenti.

Il sistema di valori statunitense inizia a diffondersi in tutto il mondo, soprattutto nella nuova Europa stanca di privazioni e conflitti e desierosa solo di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra. Si parla di “americanismo”.
Nel 1920 il democratico Wilson perde le elezioni. Si apre un lungo periodo di presidenti repubblicani (Harding, Coolidge ed Hoover). Per la prima volta il suffragio diventa effettivamente universale, anche le donne possono votare. La politica economica fu improntata al più estremo liberismo, cioè autoregolamentazione del mercato, con ampio spazio all’iniziativa privata, poco intervento statale e molta politica protezionistica. Fu un sistema che funzionò perfettamente e produsse grande ricchezza per circa un decennio. Nel 1929 però il meccanismo si inceppò. Il 24 ottobre l’indice di Borsa di Wall Street subisce incredibile flessione. Cioè stava a significare che venivano offerte alla vendita molte più azioni di quante ne fossero effettivamente richieste. Molti risparmiatori e speculatori allora iniziarono a vendere per paura di subire perdite. Cioè causa una reazione a catena alimentata dal panico: più le azioni scendevano di valore, più l’ondata di vendite si accresceva. Dalla Borsa la crisi si trasmise anche a tutto il sistema economico (finanza  economia reale). Le banche coinvolte nelle speculazioni fallirono a catena. I finanziamenti vennero quindi tagliati di netto (sia alle imprese che ai privati) e ne nacque una crisi di liquidità. Non c’era più domanda di beni di consumo. Le aziende quindi ridussero la produzione e licenziarono in massa. Inizio una accelerrata recessione economica. La disoccupazione raggiunse livelli stellari. La Grande Depressione durò dal 1929 al 1933.
La crisi si diffuse in tutto il globo (tranne URSS), al punto tale che si inizia a criticare il sistema del liberismo assoluto. Economisti vari, come l’inglese Keynes, ribadiscono l’importanza dell’intervento statale.
Infatti alla radice della crisi ci furono più fattori:
-Sovrapproduzione: nel decennio precedente la produzione e i profitti erano cresciuti più velocemente rispetto ai salari e ai redditi. Quindi la domanda era molto inferiore all’offerta. Molti consumatori poi avevano fatto acquisti o a rate, o indebitandosi.
-Speculazione finanziaria: l’euforia economica generale aveva spinto risparmiatori ad investire in azioni. In Borsa vennero convogliati una grande massa di capitali, facendo salire notevolmente gli indici. Quindi la dimensione finanziari crebbe a dismisura, senza una effettiva corrispondente crescita dell’economia reale: il mercato dei titoli azionari cresceva enormemente, ma la ricchezza prodotta e consumata non corrispondeva a ciò. La “bolla” finì quindi per scoppiare.

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