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La Prima Guerra mondiale


Al principio del Novecento, le relazioni internazionali tra gli Stati europei erano complicate da diversi fattori, accumulatisi negli anni. In particolare, la scena europea era carica di tensione per quattro motivi:
La Francia manteneva intatto il proprio desiderio di rivalsa sulla Germania, dalla quale era stata umiliata nella guerra del 1870-71.
Austria-ungheria e Russia si fronteggiavano nell’area balcanica, dove avevano interessi alternativi perchè ciascuna sperava di trarre vantaggio dalla debolezza dell’impero ottomano.
La weltpolitik della Germania, inaspriva le relazioni tra Berlino e Londra. Il varo da parte dei tedeschi di una flotta da guerra imponente, capace di minacciare il dominio britannico sugli oceani ( navalismo ) era una specifica ragione di contrasto tra i due stati.
Tutte le potenze europee erano in generale competizione tra loro per l’acquisizione di nuove colonie in Asia e Africa e la conquista dei mercato economici internazionali.
I reciproci rancori erano sfociati nella costituzione di due alleanze contrapposte: da un lato la Triplice alleanza ( 1882 Germania, Austria-Ungheria, Italia ) dall’altro la Triplice intesa ( 1907 Regno Unito, Francia, Russia ).
Lo Stato che investiva maggiormente in spese belliche era il Regno Unito, seguito dalla Germania: ogni tentativo di porre fine alla corsa agli armamenti, da ambo i lati, fallì. Berlino bocciò una proposta russa in tal senso nel 1899, così come le successive offerte degli inglesi di accordarsi sugli effettivi dele flotte da guerra. Eguale esito fallimentare ebbe una conferenza perla pace promossa dal presidente statunitense Theodore Roosevelt e tenutasi a l’Aia nel 1907.

Nonostante rivalità forti e diffuse, le crisi di inizio Novecento furono risolte diplomaticamente o contenute entro conflitti locali. Nel 1905, Francia e Germania giunsero quasi allo scontro per il Marocco. Berlino si pose a difesa dell’indipendenza marocchina che garantì gli interessi economici di tutte le potenze europee nel Paese nordafricano favorendo la Francia. Nel 1911 la Francia occupò Fez e Gugliemo II minacciò di intervenire. In tale occasione, la Germania recedette dalle proprie posizioni e concesse ai suoi avversari mano libera in Marocco. Lo Stato africano fu riconosciuto come protettorato della Francia, in cambio di una parte del Congo francese alla Germania.
La situazione balcanica si dimostrò più complicata. L’Austria-Ungheria nel 1908 procedette all’annessione della Bosnia Erzegovina e i suoi interessi si scontarono con quelli della Serbia, che voleva riunire le popolazioni slave. La Serbia era sostenuta dalla Russia, che intendeva limitare l’espansionismo austriaco al fine di tutelare i propri traffici commerciali.
Aspirazioni tanto contrastanti sulla sistemazione geopolitica della penisola ebbero come risultato lo scoppio di due guerre balcaniche, combattute tra il 1912 e 1913. La prima vede la vittoria di Serbia, Bulgaria, Grecia e Montenegro che si coalizzarono contro l’Impero ottomano. L’impero perse tutti i territori europei che controllava. In questa occasione nacque anche lo Stato o Principato di Albania che impediva l’accesso al mare della Serbia.
Il secondo conflitto scoppiò poco dopo, Serbia e Bulgaria si contendevano il territorio macedone e l’impero ottomano e la Romania sostennero le ambizioni serbe contro la Bulgaria. Lo scontro si concluse a svantaggio dei bulgari.
Le guerre balcaniche si configurarono ancora come guerre locali. La triplice alleanza risultò indebolita dall’inasprirsi del contrasto tra Italia e Austria Ungheria. D’altro canto gli imperi centrali godettero dell’appoggio della Bulgaria, nettamente ridimensionata, e dell’Impero ottomano, alle soglie dello smembramento.

Il 28 giugno 1914, l’arciduca di Austria-Ungheria Francesco Ferdinando fu ucciso insieme alla moglie Sofia mentre si trovava in visita a Sarajevo, l’attentatore era Gavrilo Princip. L’attentato fece esplodere le tensioni latenti portando allo scoppio della prima guerra mondiale.
L’Austria Ungheria, attribuì la responsabilità dell’attentato alla Serbia e il 23 luglio, forte del pieno sostegno della Germania, inviò a Belgrado un durissimo ultimatum, che prevedeva tra l’altro l’invio in territorio serbo di inquirenti austriaci per le indagini sull’assassinio dell’arciduca.
L’ultimatum fu pertanto formulato in modo tale da essere sostanzialmente inaccettabile per la Serbia, ne conseguì una risposta serba che fu facilmente giudicata insoddisfacente e che condusse alla dichiarazione di guerra da parte dell’Austria il 28 luglio.
La Russia si schierò in difesa della Serbia, facendo scattare il meccanismo degli accordi diplomatici contrapposti: la Triplice alleanza e la Triplice intesa erano state firmate a scopo difensivo, ma ora obbligavano i contraenti a intervenire in aiuto dei Paesi attaccati.
Il 1 agosto la Germania dichiarò guerra ai russi e il 3 agosto alla Francia, che aveva annunciato la mobilitazione in difesa della Russia. Di conseguenza il Regno Unito dichiarò guerra all’Austria-Ungheria e alla Germania.
Il 4 agosto l’esercito tedesco invase il Belgio, territorio neutrale, per aggredire la Francia da nord est. Il 23 agosto, il Giappone si schierò a fianco dell’Intesa e dichiarò guerra alla Germania, approfittando della situazione per acquisire il controllo dei territorio tedeschi sul Pacifico.
Il 4 agosto 1914 le maggiori potenze europee avevano dunque dato il via ad una pericolosa guerra fra loro. Ciononostante, la prospettiva del conflitto fu accolta ovunque con manifestazioni di piazza entusiastiche, senza che le opinioni pubbliche si opponessero alle decisioni dei governi belligeranti.
L’intervento fu sostenuto dai vari movimenti nazionalisti, spinti da due precise motivazioni: da un lato, incrementare attraverso la guerra la potenza e il prestigio del proprio paese; dall’altro, combattere le istituzioni liberali e parlamentari.
In nome dello stesso obiettivo la guerra fu bene accolta anche dalle frange rivoluzionarie della sinistra. Quanto ai socialisti riformisti, essi si mostrarono in tutte Europa disuniti non riuscirono a contrastare l’avanzata degli interventisti in modo efficace.
Nell’estate 1914 i deputati del Partito socialdemocratico tedesco votarono a favore dei crediti di guerra chiesti dal governo di Berlino. I socialisti francesi, dopo l’assassinio alla fine di luglio del loro leader Jean Jarues, entrarono a far parte del governo che sosteneva la guerra. Questa decisione da parte dei diversi partiti socialisti nazionali sancì la sconfitta della politica umanitaria e del pacifismo socialisti e determinò la fine della Seconda Internazionale.
Si formò nei diversi Paesi quel clima bellicoso di unione sacra in cui partiti e gruppi politici opposti di destra e sinistra si schierarono in governi di coalizione nazionale a difesa della patria in pericolo.

Il 2 agosto 1914 l’Italia di Salandra dichiarò la propria neutralità. Pretesto della decisione di Roma fu il fatto che Vienna aveva per prima dichiarato guerra alla Serbia: essendo la Triplice Alleanza un patto difensivo, il governo non si sentiva obbligato a intervenire + la maggioranza degli italiano non voleva la partecipazione al conflitto.
Tra 1914 e 1915 crebbero pressioni dell’Intesa e degli imperi centrali perchè l’Italia si schierasse e si scatenò un accesissimo dibatto tra quanti condividevano la scelta della neutralità e quanti volevano che il Paese prendesse parte al conflitto.
I neutralisti erano:
i cattolici, che seguivano l’insegnamento pacifista della chiesa, inoltre il nuovo papa benedetto XV e la chiesa erano preoccupati per una guerra contro la cattolica Austria-Ungheria e per il timore dello scoppio di una rivoluzione sociale. I movimenti cattolici esprimevano anche la perplessità delle masse rurali.
I socialisti riformisti, che furono l’unica frangia dei partiti socialisti europei a sostenere che i lavoratori non dovevano partecipare alla guerra voluta da governi e potentati economici imperialisti. I salariati dovevano anzi opporsi al conflitto. La linea ufficiale del Partito socialista tenne però conto anche dei diffusi sentimenti patriottici, tanto che fu sintetizzata con lo slogan ‘ne aderire ne sabotare’ in linea con quanto stabilito dalla Seconda internazionale.
Giolitti e i liberali giolittiani. L’ex presidente del consiglio era convinto che si potesse ottenere molto dalla guerra anche senza combattere: era sicuro che si potesse negoziare con l’austria-ungheria per ottenere il trentino in cambio della neutralità.
Il fronte degli interventisti che incitava alla guerra era composto da:
I liberali conservatori, guidati dal presidente del consiglio Salandra e Sonnino che volevano per l’Italia una politica di potenza. Il principale strumento di propaganda di queste idee era il Corriere della Sera, diretto da Luigi Albertini.
I nazionalisti che furono inizialmente favorevoli a intervenire a fianco della Triplice alleanza, ma in seguito sostennero la decisione di schierarsi con l’Intesa, in nome del compimento dell’unità territoriale italiana. I nazionalisti esaltavano il carattere irrazionale della guerra come una forza vitale e rigeneratrice della società + Gabriele d’Annunzio e le provocazioni del movimento dei futuristi. Inoltre i nazionalisti speravano che la disciplina di guerra rafforzasse l’autoritarismo dello Stato, bloccando l’ascesa dei socialisti.
Gli irredentisti, tra cui Cesare Battisti, convinti che la guerra avrebbe permesso all’Italia di conquistare le terre irredente del Trentino e della Venezia-Giulia e completare così il processo di unificazione. + repubblicani e radicali.
Sindacalisti rivoluzionari e i socialisti rivoluzionari che erano convinti che solo la guerra barene permesso alle masse lavoratrici di tutta Europa di scardinare il capitalismo e avviare il proprio dominio sulla società.

La decisione a favore della partecipazione italiana alla guerra fu assunta all’inizio della primavera del 1915 da Salandra. Fin dall’autunno del 1914, Sonnino e Salandra avevano avviato contatti segreti con l’Intesa e Roma firmò il 26 aprile 1915 il Patto di Londra, con il quale si impegnava a sostenere la guerra contro gli imperi centrali.
L’accordo fu mantenuto segreto e rimase tale fino al 1917, quando fu inopinatamente reso pubblico dai rivoluzionari russi. Esso impegnava l’Italia a entrare in guerra entro un mese dalla firma, in cambio al termine del conflitto avrebbe ricevuto il Trentino e l’Alto adige, Trieste e l’Istria, la Dalmazia e Valona.
Radiose giornate di maggio -> il parlamento dovette affrontare il rischio di una crisi istituzionale. La maggioranza liberale della Camera dei deputati era infatti ancora neutralista.
La Camera alla fine rinunciò allo scontro istituzionale e i deputati votarono i pieno poteri a Salandra, con la sola eccezione dei socialisti di Turati. Il 24 maggio 1915, Vittorio Emanuele III annunciò agli italiani l’entrata in guerra del Paese a fianco delle potenze della Triplice intesa.

Il Kaiser Gugliemo II e i suoi generali avevano impiegato anni per elaborare un piano che evitasse alla Germania di combattere su due fronti. Esso prevedeva un attacco rapidissimo e di sorpresa alla Francia attraverso il Belgio neutrale e la caduta di Parigi in appena otto settimane -> guerra lampo o Blitzkrieg. Si contava sul fatto che i russi avrebbero impiegato molto tempo a mobilitare il loro immenso esercito e a muoverlo verso le linee del fronte.
Sconfitto il nemico a Occidente, sarebbe stato facile abbattere l’avversario anche a Oriente: i tedeschi pensavano cioè di vincere velocemente grazie a una brillante manovra strategica.
I fatti smentirono presto queste previsioni. I belgi opposero una resistenza maggiore e tra il 5 e il 9 settembre i francesi fermarono l’avanzata dei tedeschi sul fiume Marna, costringendoli a ritirarsi verso nord quando erano giunti a poche decine di chilometri da Parigi. I russi attaccarono in Prussia e Galizia in anticipo, costringendo Berlino a dividere le sue truppe. I russi strapparono la Galizia agli austriaci, ma in Prussia furono fermati dai tedeschi e poi sconfitti ai Laghi Masuri.
Alla metà di settembre erano passate poche settimane dalla dichiarazione di guerra e la germania, anziché la vittoria, si trovò a gestire uno scontro su due fronti: la prospettiva più temuta dagli strateghi.
I tedeschi provarono allora a dirigersi verso il mare per occupare Calais e spezzare il fronte anglo-francese ma anche questo tentativo si risolse in un nulla di fatto. I tedeschi arrestarono dunque stabilendo le loro truppe su una linea in corrispondenza dei fiumi Aisne e Somme.
A ovest, nell’autunno del 1914, la guerra di movimento era già finita: il conflitto passò alla guerra di posizione dentro le trincee.

Nell’autunno 1914, tedeschi, inglesi e francesi si attestarono su una linea che dalle Fiandre arrivava alla frontiera della Svizzera; su questa linea scavarono le loro trincee, preparandosi a una guerra di logoramento, non prevista; nel solo primo mese e mezzo di scontri era morto mezzo milione di uomini.
Già a natale del 1914 i generali compresero che si stava combattendo un nuovo tipo di guerra -> guerra di usura, per la quale nessuno era preparato e che barene chiesto un tributo altissimo di uomini e materiali.
Sul fronte ovest la guerra fu guerra di assalti alle trincee. Gli uomini vivevano rintanati nei propri rifugi, esposti al tiro dei cecchini e ai continui cannoneggiamenti degli avversari; attendevano il segnale d’attacco e quando questo arrivava, si lanciavano contro la trincea nemica. La maggior parte dei soldati cadeva sotto il fuoco incrociato delle mitragliatrici, i superstiti tornavano indietro, in attesa del contrattacco nemico o del prossimo segnale d’assalto.
Nell’aprile del 1915, nei dintorni di Ypres, fece la sua comparsa nel conflitto il gas tossico, che fu lanciato dagli aerei tedeschi nell’intento di far crollare le trincee francesi -> iprite.
Dopo pochi mesi di guerra apparve chiaro che la vittoria sarebbe andata a chi avesse semplicemente resistito di più: avrebbe trionfato chi si fosse mostrato capace di produrre più armi, mandare a morire in trincea più uomini, tenere unito il fronte.
L’iniziale sostegno delle opinioni pubbliche in guerra si rovesciò nel logoramento delle trincee, all’interno delle quali le truppe esaurivano le proprie risorse fisiche e psicologiche. Nei tre anni di conflitto crescenti segnali di opposizione alla guerra si manifestarono: i soldati iniziarono a disertare, a rifiutarsi di combattere o a compiere atti di autolesionismo per non esser mandati in battaglia.
Le battaglie cardine combattute su questo fronte furono:
La battaglia per Verdun, 1916. Il tentativo di sfondamento tedesco non ebbe successo.
La battaglia della Somme, 1916 da francesi e inglesi per respingere i tedeschi; fu sacrificato un milione di soldati, anche in questo caso senza apprezzabili avanzamenti delle truppe.
La battaglia di Passchendaele, 1917, 800mila soldati cadetto morti o feriti, la linea del fronte rimase invariata.

Poiché appariva impossibile arrivare alla vittoria via terra, Regno Unito e Germania cercarono la strada del successo sul mare.
Lo scontro tra flotte però non diede alcun esito: la Royal Navy e la Kriesgsmarine si batterono nel maggio 1916 nello Jutland, ma nessuna delle due prevalse, da allora le navi tedesche rimasero in porto.
Gli inglesi sfruttano il loro predominio sui mari: istituirono un blocco navale che impedì a Germania e Austria di ricevere derrate e materie prime.
Berlino rispose attuando una sorta di controblocco con la guerra sottomarina, che causò gravi perdite alla flotta mercantile britannica, senza però mettere in difficolta la sua industria. La guerra sottomarina fu controproducente poiché coinvolgeva anche i bastimenti dei paesi neutrali -> l’affondamento nel maggio 1915 del Lusitania, un transatlantico statunitense, causò 1200 vittime. Questo episodio fu alla base di un profondo risentimento dell’opinione pubblica americana verso la Germania. -> ridurre guerra sottomarina.
U-boot -> affondarono 400mila tonnellate di naviglio mercantile diretto nelle isole britanniche.
Ciò però non fu sufficiente a bloccare la macchina bellica inglese, anzi la guerra sottomarina contribuì all’entrata degli Stati Uniti in guerra a fianco dell’Intesa.

A est la guerra fu soprattutto di movimento e su questo fronte l’andamento del conflitto fu altalenante. Nella primavera del 1915 riprese lo scontro tra Prussia e Galizia, quando i russi furono respinti da quest’ultima con gravissime perdite: fu allora che l’esercito dello zar mostrò per la prima volta di essere inadeguato alla guerra contemporanea. I tedeschi e gli austriaci penetrarono profondamente in territorio russo e ebbero per alleata anche la Bulgaria.
Dopo un inverno passato a recuperare le forze, le armate dello zar attaccarono con successo degli avversari nel maggio 1916 -> galizia. La Romania decise di intervenire a fianco dell’Intesa, ma fu invasa rapidamente e occupata dai tedeschi, autrici e bulgari: Vienna e Berlino poterono da quel momento sfruttare le vaste riserve per compensare gli effetti del blocco navale inglese.
La guerra a est nel 1917 conobbe la fine, quando la rivoluzione scosse la Russia e determinò la caduta dello zar Nicola II -> rivolta popolare -> truppe si rifiutavano di combattere e fraternizzavano con i nemici, abbandonando il fronte.
Pochi mesi più tardi, quando presero potere, i bolscevichi di Lenin abbandonarono la lotta contro Germania e Austria Ungheria.
I russi firmarono l’armistizio il 25 dicembre 1917 e la pace il 3 marzo 1918. L’accordo fu siglato con gli inviati degli imperi centrali a Brest Litovsk, sul confine con la Polonia e prevedeva per i russi perdite gravissime.
A partire dalla fine del 1917, tedeschi e austriaci poterono dunque destinare agli altri fronti le truppe fino a quel momento impegnate a est -> risorse assai consistenti.

Nei Balcani, i delicati equilibri che si erano stabiliti prima dello scoppio del conflitto furono rotti dall’entrata in guerra dell’Impero ottomano, a fianco di Austria-Ungheria e Germania. Questa decisione fu presa dal nuovo governo dei Giovani Turchi che considerava vantaggiosa l’alleanza con la Germania perchè era l’unica grande potenza europea a non avere interessi coloniali in Medio Oriente.
I tedeschi speravano che l’intervento ottomano portasse alla rivolta dei musulmani che vivevano nelle colonie inglesi e francesi, costringendo i due Paesi a impegnare parte delle loro forze fuori dall’Europa.
Gli inglesi compirono uno sbarco nella zona dello Stretto di Dardanelli, con l’intenzione di forzarlo e piegare Istanbul: l’attacco si rivelò un insuccesso e alla fine della Battaglia di Gallipoli, dopo mesi di scontri violentissimi , le truppe alleate dovettero ritirarsi.
L’arretramento russo a est privò intorte la Serbia del suo maggiore alleato, lasciandola isolata. Quando la Bulgaria si schierò a fianco di Germania e Austria-Ungheria, la situazione della Triplice Intesa nei Balcani volse decisamente al peggio: la Serbia fu invasa e sconfitta; a francesi e inglesi rimase solo una base a Salonicco. Gli ottomani però, dopo la Battaglia di Gallipoli, non avevano forze per dare un valido aiuto alle alleate e dovettero impegnarsi a neutralizzare la rivolta delle popolazioni arabe. I popoli arabi sostennero l’avanzata dell’Intesa con l’obiettivo di raggiungere l’indipendenza e nel 1917 arrivarono a conquistare Baghdad. Tra 1916 e 1917 Francia e Regno Unito siglarono un accordo segreto per dividersi, in caso di successo, le spoglie dell’Impero turco in Medio Oriente.
Tra il 1915 e 1916, in Turchia, il conflitto mondiale introdusse un ulteriore elemento di barbarie: la persecuzione dei popoli oppressi: l’Impero ottomano riprese la pulizia etnica della minoranza armena, convinto che le potenze europee impegnate nel conflitto non sarebbero intervenute nelle questioni interne. Gli armeni erano accusati dai turchi di essere il nemico interno cioè: di tramare contro l’Impero, di essere alleati della Russia zarista e di volere l’indipendenza. Così i primi ad essere trucidati furono i soldati armeni arruolatisi nell’esercito ottomano -> marce della morte che consisteva nella deportazione di massa nei campi di prigionia ai confini desertici della Siria e della Mesopotamia. Si calcola che tra il 1915 e 1923, anno di nascita della Repubblica turca, siano stati uccisi 1milione e 500 armeni. Nonostante la proporzione che assunse, il genocidio armeno non suscitò la reazione di nessuno dei Paesi occidentali.

Il teatro di guerra italo austriaco si dispiegò tra il Friuli e il Trentino, con la larga prevalenza del primo.
Le truppe italiane volsero i loro attacchi a est, contro le difese austriache, dal maggio 1915 al settembre 1917, avendo come obiettivo strategico Trieste. Le offensive si ripeterono senza esito risolutivo.
Nel maggio 1916, gli austriaci tentarono di cogliere di sorpresa gli Italiani attaccando in trentino, ma la cosiddetta Strafexpedition, la spedizione punitiva con cui Vienna voleva colpire Roma per il suo tradimento, fu fermata sull’Altopiano di Asiago e respinta. Poco più tardi gli italiano raggiunsero finalmente Gorizia: fu l’avanzata massima dell’esercito in quasi due anni e mezzo di guerra.
Le truppe regie erano guidate dal generale Luigi Cadorna, era impreparato ad affrontare i problemi della guerra di posizione, che cercava di risolvere semplicemente alimentando il fronte con la maggior quantità possibile di uomini e materiali, peraltro non di rado inadeguato + esercitava un comando autoritario e professava una disciplina inflessibile, incurante delle sofferenze dei fanti di prima linea, chiamati solo a obbedire. + accusò di disfattismo e tradimento il fronte interno, soprattutto la propaganda pacifista e neutralista imputandole le responsabilità dell’andamento della guerra.
La sua posizione divenne però indifendibile nell’autunno 1917, quando gli austriaci sfondarono il fronte dell’Isonzo, all’altezza di Caporetto.
La tragica disfatta di Caporetto va posta attenzione sul contesto nel quale avvenne: il 1917 fu l’anno decisivo della guerra, ma anche l’anno in cui le manifestazioni di protesta raggiunsero l’apice -> il caso più clamoroso avvenne sul fronte francese dove i soldati si ammutinarono, rifiutando di combattere. Dappertutto e con molteplici forme si esprimevano infatti i segni di stanchezza per una guerra che era diventata una carneficina. Anche in Italia ricorrevano continuamente scioperi degli operai e ammutinamenti al fronte.
Il malcontento trovò espressione nelle parole di papa Benedetto XV che invitò nel 1917 le parti belligeranti a porre fine all’inutile strage in atto, sollecitando a risolvere la guerra con spirito conciliate.
In questo quadro gli Stati maggiori della Germania e dell’Austria-Ungheria elaborarono un attacco contro l’Italia che avrebbe dovuto concludere la guerra.
I soldati dell’imperatore austro-ungarico Carlo I scatenarono l’offensiva il 24 ottobre 1917 con l’appoggio di sette divisioni tedesche: spezzarono in due lo schieramento italiano sulla linea dell’Isonzo. I soldati italiani erano logorati degli attacchi condotti nei mesi precedenti: l’esercito cedette di schianto all’assalto delle truppe austriache, che riuscirono a penetrare in territorio italiano per circa 140 chilometri.
Gli ordini contraddittori e confusi degli Stati maggiori italiano aggravarono la situazione. Cadorna cercò di scaricare sulle truppe la responsabilità del disastro, conseguenza di uno sciopero militare in prima linea. Il generale assunse una posizione tanto inflessibile da voler rifiutare agli italiano che cadevano prigionieri degli imperi centrali qualunque forma di assistenza prevista dai trattati internazionali.
La ritirata di Caporetto si trasformò in una rotta e l’esercito italiano contava, già nei primi di novembre, 40 mila tra morti e feriti. Gli austriaci si impossessarono di una grande quantità di armamenti e materiale bellico.
In italia si diffuse il panico. La gravissima situazione creatasi sul confine produsse un’immediata reazione istituzionale. Le redini del governo furono affidate al liberale Vittorio Emanuele Orlando e Cadorna fu destituito-> generale Armando Diaz. Un’ondata di patriottismo scosse l’Italia nel momento del maggior pericolo e in parlamento persino i socialisti, con il loro leader Filippo Turati, concessero il loro voto all’esecutivo. Ciò confermava un rinnovato clima di unione sacra e di solidarietà nazionale di fronte al Paese in pericolo. Sul terreno di guerra l’esercito fu riorganizzato e Diaz si mostrò più sensibile alle esigenze delle truppe. Queste dimostrarono il loro valore resistendo sul Piave e sul Monte Grappa dove si stabilizzò la nuova linea difensiva: qui fu fermata l’avanzata austriaca e gli eserciti fronteggiarono per tutto l’inverno 1917-18

Il 1917 portò alla guerra due eventi straordinari: il crollo della Russia zarista che permise a Germania e Austria-Ungheria di concentrare le loro forze sul solo fronte occidentale e l’ingresso in guerra degli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti reagirono inizialmente con la rottura delle relazioni diplomatiche con la Germania, ma ben presto il presidente Wilson riuscì a vincere le forti correnti isolazioniste che animavano il Congresso e il 6 aprile 1917 gli Stati Uniti dichiarano guerra alla Germania.
Gli Stati Uniti entrarono nel conflitto con una posizione politica e una visione delle relazioni internazionali autonome, ben esposte nei Quattordici punti che il Presidente illustrò al Congresso l’8 gennaio 1918, Wilson:
rifiutava l’autoritarismo degli imperi centrali e l’imperialismo praticato dalle democrazie liberali.
Affermava il principio di autodeterminazione dei popoli
Sosteneva la piena libertà di navigazione sugli oceani, il disarmo e il libero scambio commerciale -> abbandono protezionismo
Proponeva una soluzione delle questioni coloniali che tenesse conto delle esigenze dei popoli di Asia e africa.
Avanzava precise proposte rispetto al nuovo assetto europeo dopo la fine della guerra
Auspicava la creazione di un’assemblea generale degli Stati, la Società delle nazioni, incaricata di discutere in futuro le controversie internazionali perchè venissero risolte pacificamente.
Queste tesi ebbero vasta risonanza in tutto il mondo e guadagnarono a Wilson l’apprezzamento di buona parte dell’opinione pubblica internazionale.
L’intervento degli Stati Uniti ebbe il potere di restituire entusiasmo al fronte interno di Francia, Regno Unito e italia.
L’intervento americano condizionò pesantemente la strategia della Germania e dell’Austria Ungheria, poiché gli statunitensi avrebbero impiegato molti mesi a mobilitare le truppe, equipaggiarle, trasferirle in Europa e schierarle, era necessario che entro questa finestra temporale gli impero centrali piegassero la resistenza avversaria: in caso contrario, la guerra sarebbe stata irrimediabilmente persa. La Germania e Austria-Ungheria elaborarono nel 1917 azioni di guerra che avrebbero dovuto essere risolutive, come nel caso dell’attacco al fronte italiano di Caporetto.

L’ultimo attacco tedesco sul fronte occidentale scattò nel marzo 1918; fu scelto per lo sfondamento il punto in cui la linea francese si saldava alla linea inglese; arrivarono alla Marna dove si fermarono per mancanza di uomini e materiali. A luglio iniziò la controffensiva alleata, rafforzata di soldati statunitensi e le troppe del Kaiser furono costrette a retrocedere e dopo quattro anni lasciarono la Francia e il Belgio. Decisiva fu la Battaglia di Amiens (8-9 agosto 1918) che sancì il crollo dell’esercito tedesco.
A crollare fu il fronte interno, la cui resistenza era allo stremo. Il 3 novembre 1918, la marina si ammutinò nella base di Kiel e la rivoluzione divampò nelle fabbriche e nelle città di tutto il Paese. Gugliemo II dovette fuggire in Olanda e il 9 novembre a Berlino fu proclamata la repubblica. L’11 novembre 1918 i tedeschi firmarono l’Armistizio di Rethondes, arrendendosi senza condizioni.
Nacque allora il mito della pugnalata alle spalle: i generali sapevano che la Germania nulla avrebbe potuto a quel punto della guerra contro la superiorità di francesi, inglesi e americani, ma il fatto di non esser stati sconfitti in una battaglia risolutiva alimentò nella parte più conservatrice dell’opinione pubblica tedesca la convinzione che la guerra fosse stata persa per colpa dei politici e non dei militari.
L’austria-ungheria lanciò il suo attacco decisivo sul fronte italiano in giugno e fu respinta.
L’esercito italiano raccolse le forze e lanciò a sua volta una grande offensiva il 24 ottobre 1918: i soldati di Diaz avanzarono e sconfissero gli austriaci a Vittorio Veneto -> l’armistizio fu firmato a Villa Giusti il 3 novembre ed entrò in vigore il giorno successivo, mentre gli italiani occupavano il Trento e Trieste.
L’impero degli Asburgo intanto si dissolveva, Carlo I abbandonò l’Austria ( 12 novembre repubblica), la Bulgaria aveva ceduto le armi già alla fine di settembre, l’Impero ottomani si era arreso alla fine di ottobre.
Nello spazio di un mese e mezzo, terminò lo scontro che aveva impegnato milioni di uomini per anni.
Vinse chi resistette più a lungo.

Tutti i maggiori Paesi d’Europa impugnarono le armi battendosi sui fronti occidentale, orientale, italo-austriaco e balcanico. Ogni continente fu coinvolto nello scontro -> agosto 1914 il Giappone era intervenuto a fianco delle potenze dell’Intesa; contro gli imperi centrali si schierarono Siam,Brasile , Nicaragua e Liberia; gli stati uniti nel 1917 e il 14 agosto anche la Cina prese parte al conflitto schierandosi contro Vienna e Berlino.
Mai prima di allora l’aggettivo mondiale fu tanto giustificato per connotare una guerra.

Ciò che rese così peculiare la Prima guerra mondiale fu l’entità delle risorse umane utilizzate. Lo scontro durò talmente a lungo da costringere i governi a mobilitare milioni di uomini: secondo un calcolo dello storico Barraclough, si mobilitarono in totale 66 milioni di persone che furono travolte dall’impegno bellico.
Le principali potenze belligeranti ebbero circa 8,5 milioni di morti e 21,2 milioni di feriti. Così si dovettero chiamare alle armi giovani poco più che adolescenti o uomini ben oltre l’età di leva -> ragazzi del ’99 italiano che nella primavera del 1918 si trovarono catapultati sulla linea del Piave a difendere l’Italia dallo sfondamento austriaco.
Per moltissimi contadini fu la prima e traumatizzante uscita nel mondo moderno. Egualmente per le donne, reclutare nel fronte interno quando gli uomini cominciarono a mancare perchè richiamati al fronte. Le donne diventarono così più consapevoli del proprio ruolo e della propria importanza: in quegli anni il movimento a sostengo dei diritti femminili conobbe un deciso avanzamento.
Il coinvolgimento nella guerra fu per tutte queste categorie un evento destabilizzante -> dal punto di vista sociologico al termine della guerra l’articolazione sociale dei paesi europei era fortemente provata. I reduci incontrarono seri problemi di reinserimento in un tessuto socio-economico che si era riorganizzato. Le donne avevano avuto accesso a ruoli e funzioni sociali ed economiche prima pressoché precluse ed era impossibile ignorare i profondi cambiamenti avvenuti.
Il conflitto produsse anche milioni di profughi si durante i combattimenti sia negli anni successivi ed espose le popolazioni civili ai rischi della guerra in una misura mai sperimentata prima. Tragico ed emblematico fu in questo senso il destino degli armeni turchi.

A determinare l’assoluta novità di questa guerra fu l’influenza della scienza e della tecnica sul suo svolgimento -> seconda rivoluzione industriale: sottomarini, gas asfissianti, dinamite, aeroplano, carro armato, mitragliatrice.
Ogni Paese aveva accumulato scorte di materiale bellico che si dimostrarono insufficienti. Fu dunque necessario porre sotto controllo statale le materie prime e reimpostare l’interno apparato di fabbricazione affinché fornisse alle forze armate la maggiore quantità possibile di risorse. Si rivelò indispensabile orientare l’agricoltura al soddisfacimento delle esigenze delle troppe e solo dopo di quelle dei civili: gli abitanti delle città soffrirono dunque il razionamento dei generi alimentari.
Tutto ciò richiese una pianificazione intensiva dell’economia: un indirizzo politico che per molti governi costituiva un’assoluta novità e che si sarebbe tramutato in una scelta stabile negli anni successivi alla Prima guerra mondiale. Al termine dell guerra i sistemi economici e finanziari dei Paesi europei erano allo stremo.

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La conferenza di pace iniziò a Parigi nel gennaio 1919, con la presenza di 32 nazioni che furono chiamati a presenziare solo per la firma dei trattati imposti loro dai vincitori. Tra tutti i presenti, ebbero effettiva voce in capitolo solo la Francia, Regno Unito, Stati Uniti e l’Italia, rappresentati rispettivamente da Clemenceau, Lloyd George, Wilson e Orlando. Le trattative furono molto complesse a causa dei mutamenti causati dalla guerra nella geopolitica europea:
erano crollati i quattro grandi imperi e ciò imponeva di ridisegnare la carta dell’Europa centro-orientale.
Bisognava conciliare la visione wilsoniana, ispirata al principio dell’autodeterminazione dei popoli e del rispetto delle nazionalità, con le ambizioni territoriali delle democrazie liberali europee che avevano vinto la guerra.
Wilson aveva fornito il determinante approccio alle relazioni internazionali, che prevedeva la costituzione della Società delle nazioni.
Anche gli elementi di psicologia sociale ebbero il loro peso: la Francia voleva l’umiliazione e l’annientamento della Germania. Francia e Regno Unito speravano inoltre di spartirsi i domini ottomani e la stessa Italia nutriva ambizioni coloniali. Furono necessari ben cinque trattati di pace per trovare un punto di sintesi tra questi elementi contrastanti.

Il Trattato di Versailles fu firmato il 28 giugno 1919 e dettò alla Germania condizioni di pace particolarmente punitive. I nazionalisti tedeschi definirono la pace un Diktat perchè percepirono il trattato come un’imposizione.
Il Trattato di pace previde alcune sostanziali modifiche territoriali:
Berlino restituì alla Francia l’Alsazia e la Lorena, di cui si era impadronita nel 1871 e alla Danimarca lo Schleswig del Nord, conquistato nel 1866.
Il Belgio fu compensato con i distretti di Eupen e Malmedy la cui popolazione era in maggioranza tedesca.
La Polonia rinacque dopo le spartizioni di fine Settecento e la Germania le cedette l’Alta Slesia, la Posnania e un corridoio territoriale che avrebbe dato a Varsavia lo sbocco al mare e comprendeva la città di Danzica, dichiarata città libera.
Alla nuova Repubblica cecoslovacca fu ceduta dalla Germania la ragione dei Sudeti.
Il trattato di Brest Litovsk tra Germania e Russia fu abolito e nei territori baltici perduti dalla Russia furono create quattro repubbliche indipendenti: Lettonia, Lituania, Estonia e Finlandia.
Le cessioni territoriali imposte dal Trattato di Versailles comportavano per Berlino la perdita di circa 6 milioni di cittadini e 70 mila km di territorio.
Ai tedeschi fu imposto inoltre di riconoscersi responsabili del conflitto e di versare quindi l’enorme somma di 132 miliardi di marchi-oro come riparazione dei danni materiali e umano procurati ai Paesi belligeranti. Già alcuni osservatori dell’epoca denunciarono il fatto che un simile debito nei confronti dei vincitori era di fatto impossibile da saldare per l’economia tedesca e che insistere con la sua imposizione avrebbe provocato inutili tensioni diplomatiche nei decenni successivi.
In aggiunta a questo condizioni di pace, per assicurarsi che la Germania non avrebbe più minacciato l’Europa, furono adottate precise misure:
fu stabilito che il suo esercito non superasse i 100.000 effettivi e la flotta le 108.000 tonnellate, in più fu vietata la costruzione di armamenti pesanti;
La riva sinistra del Reno fu posta sotto il controllo francese per quindici anni, al termine dei quali sarebbe stata smilitarizzata.
Alla Francia fu concesso anche lo sfruttamento temporaneo delle ricche miniere della Saar.
Anche al di fuori dell’Europa la potenza della Germania fu ridimensionata: le colonie tedesche furono divise tra i Paesi vincitori. Poiché cederle alle potenze imperialiste avrebbe violato in maniera lampante il principio di autodeterminazione fu escogitato il sistema del mandato: una sorta di affidamento temporaneo internazionale, che però in concreto corrispose ad un pieno dominio coloniale. É importante ricordare che il Trattato di Versailles conteneva come preambolo l’atto istitutivo della Società delle Nazioni, l’assemblea generale degli Stati voluta da Wilson e stabilita a Ginevra che ebbe parte notevole nelle questioni di politica internazionale tra le due guerre mondiali.






L’Austria firmò il Trattato di Saint-Germain-en-Laye il 10 settembre 1919, mentre il 4 giugno 1920 l’Ungheria sottoscrisse il Trattato del Trianon.
Austria e Ungheria erano ormai due Stati separati e gli accordi di pace riconobbero anche l’esistenza della Cecoslovacchia e della Jugoslavia.
Una particolare clausola del Trattato di Saint-Germain vietò all’Austria di unirsi alla Germania senza l’approvazione di tutti i membri della Società delle Nazioni. L’Ungheria divenne una repubblica e perse i territori di Croazia, Slovacchia, Transilvania e la città di Fiume. La Croazia confluì nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che assunse nel 1929 la denominazione di Regno di Jugoslavia.
La Polonia acquisì anche la Galizia, mentre la Cecoslovacchia si trasformò in una repubblica formata da Boemia, Moravia e Slovacchia.
La Bulgaria firmò il Trattato di Neuilly il 27 novembre 1919: in cambio della pace, cedette parte dei suoi territori a Grecia, Jugoslavia e Romania.
Il trattato di Sevres riguardò invece l’Impero ottomano e fu sottoscritto il 10 agosto 1920 per chiudere la questione d’Oriente. Del vecchio impero rimase solo la Turchia mentre gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli passavano sotto controllo internazionale e il Dodecaneso rimaneva all’Italia. I domini mediorientali ottomani furono divisi tra la Francia e il Regno Unito, con la formula del mandato. (147- 148)
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