Indice

  1. Cause della Prima Guerra mondiale
  2. Lo scoppio della guerra
  3. L’entusiasmo per la guerra
  4. Fronte occidentale
  5. Fronte orientale
  6. Un conflitto nuovo
  7. Nuove armi
  8. Fronte interno e intervento dello Stato
  9. Guerra globale
  10. Violazioni del diritto internazionale
  11. L’Italia entra in guerra (1915)
  12. Biennio 1915-1916 - Fronte italo-austriaco
  13. Fronte occidentale
  14. Fronte orientale
  15. La guerra sui mari
  16. 1917-1918: la svolta
  17. L’ingresso degli Stati Uniti
  18. L’uscita della Russia
  19. Battaglia sul Piave e Vittorio Veneto
  20. La sconfitta della Germania
  21. I Trattati di pace - Trattato Di Brest-Litovsk
  22. La fine degli imperi europei
  23. Un nuovo diritto internazionale
  24. La Conferenza di Parigi
  25. Il Trattato di Versailles
  26. I Trattati di Saint-German, Del Trianom e di Neuilly
  27. Il Trattato Di Sèvres e l’accordo Skyses-Picot
  28. Il trattato di Losanna e la nascita della Turchia
  29. Il principio di uniformità etnico-religiosa e le sue conseguenze
  30. Il genocidio degli Armeni
  31. Dopo i trattati - Un’economia da ricostruire
  32. Un’epidemia micidiale: la spagnola
  33. Il nuovo ruolo sociale femminile

Cause della Prima Guerra mondiale

1) Relazioni diplomatiche difficili tra Germania e Francia, dovuta alla la sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana (1870), che aveva avuto un grave danno economico, la perdita dell'Alsazia e della Lorena, e un’ umiliazione nazionale, che aveva favorito la diffusione tra i francesi di un sentimento antitedesco e un desiderio di rivalsa, detto Revanscismo.
2) Rivalità tra l’ impero tedesco e Gran Bretagna: Guglielmo II voleva far primeggiare la Germania tra le potenze mondiali, con la sua Weltpolitik ("politica mondiale"), oltre a creare un impero coloniale, ambiva all’egemonia sui mari dell'impero britannico. Il risultato fu una vera e propria corsa agli armamenti.
3) Rivalità per il possesso della penisola balcanica, (i cui confini erano stati ridisegnati in seguito alle guerre balcaniche (1912-1913)), tra Impero ottomano, Austria-Ungheria (Dominia l’Austria, e l’Ungheria tra gli Stati è quello più rilevante), e Russia (voleva lo sbocco sul Mediterraneo).
4) L'Italia era interessata ai territori del neonato Stato albanese (1912) e alle terre irredienti: si creò così una competizione con il governo di Vienna.
5) Rivalità tra Francia, Gran Bretagna, e anche Russia, per le colonie in Africa e in Asia.
6) Situazione Balcanica: Tutta l'area balcanica, era caratterizzata da un forte pluralismo etnico, linguistico e religioso, terreno di scontro ideale per il crescente sentimento nazionalista tra le popolazioni slave soggette all'Impero austro-ungarico —> Panslavismo: Unione dei popoli slavi del Sud. Nel 1908 la Bosnia-Erzegovina, dopo trent'anni di amministrazione austriaca (stabilita del congresso di Berlino (1878)), era stata annessa unilateralmente all'Austria-Ungheria —> crisi progetto panslavista. Una parte della popolazione della Bosnia-Erzegovina era di sentimenti filoserbi e di fede ortodossa e desiderava unirsi al confinante Regno di Serbia; i musulmani invece, erano ancora legati all'Impero ottomano. L'iniziativa dell'Austria aveva inoltre suscitato l'irritazione alle altre potenze europee, (tranne la Germania).

Lo scoppio della guerra

La scintilla della guerra scoppiò il 28 giugno 1914 a Sarajevo, capitale della Bosnia, quando l'arciduca Francesco Ferdinando, nipote dell'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe e designato come successore al trono, durante una visita ufficiale fu assassinato insieme alla moglie da Gavrilo Princip, uno studente diciannovenne serbo-bosniaco membro dell'associazione nazionalista Mlada
Bosna ("Giovane Bosnia").
Da quando aveva raggiunto l'indipendenza nel 1878, la Serbia esercitava una politica autonoma nell'area balcanica, e gli austriaci sospettavano che essa appoggiasse organizzazioni terroristiche (come quella di Gavrilo Princip, che voleva unire tutti i popoli slavi del sud in un unico Stato).
Per questo motivo il governo asburgico colse l'occasione dell'assassinio dell'arciduca per eliminare la Serbia (il principale ostacolo alla sua espansione nei Balcani), e inviò al governo serbo un ultimatum, le cui condizioni erano talmente dure che i serbi, se le avessero accettate, avrebbero di fatto rinunciato alla loro indipendenza.
L' ultimatum fu respinto e il 28 luglio 1914, l'Austria-Ungheria dichiarò guerra alla Serbia.
I serbi sapevano che, se fosse scoppiato un conflitto, la Russia - che aveva ribadito la sua protezione nei confronti dello Stato balcanico - sarebbe scesa in campo al loro fianco: ciò accadde.
A partire da quel momento, le alleanze militari trascinarono in guerra un paese dopo l'altro.
La Germania, alleata dell'Impero austro-ungarico, dichiarò guerra alla Russia e alla Francia, che, in quanto alleata dello zar, aveva già mobilitato le sue truppe.
La Gran Bretagna cercò per qualche giorno di tenersi fuori dal conflitto, ma quando i tedeschi invasero il Belgio, che aveva dichiarato la propria neutralità e a cui i britannici avevano garantito protezione, anche Londra dovette impugnare le armi.
I due schieramenti contrapposti erano: Triplice Intesa/Alleati : Francia, Gran Bretagna e Russia, e i cosiddetti Imperi centrali : Germania e Austria-Ungheria.
Al fianco dell'Intesa - dalla fine di agosto 1914 - entrò in guerra anche il Giappone, che ambiva a impossessarsi delle colonie tedesche in Estremo Oriente.
Agli Imperi centrali si aggiunse invece, nel novembre 1914, l'Impero ottomano che aveva firmato, prima ancora dello scoppio della guerra, un trattato di alleanza con la Germania.
Fu così che il conflitto fra Impero austro-ungarico e Serbia, per effetto del domino delle alleanze, provocò lo scoppio di una guerra su scala mondiale.

L’entusiasmo per la guerra

Le dichiarazioni di guerra vennero accolte con favore e gioia dalla popolazione dei paesi belligeranti.
Molti uomini (di varia età, professione e classe sociale), erano esaltati dal sentimento nazionale che era stato per lungo tempo propagandato dalle istituzioni scolastiche e statali.
Secondo l'ideologia imperialista, ogni nazione aveva una "missione storica" da compiere, ovvero ribadire la superiorità della propria civiltà sulle altre nazioni, anche attraverso l'uso delle armi.
Soprattutto fra i giovani della classe media, e fra gli studenti, si diffuse l'entusiasmo per la guerra, che si pensava avrebbe messo fine ai controlli sociali e dato vita all'egualitarismo cameratesco fra i soldati, finalmente uniti per una causa comune.
Per questi motivi molti uomini partirono volontariamente per il fronte.
La maggior parte dei partiti socialisti europei abbandonarono le posizioni del pacifismo internazionalista per appoggiare i rispettivi governi nella scelta di entrare in guerra.
La Seconda Internazionale si sciolse a causa delle divisioni interne fra chi intendeva sostenere le ragioni dei propri paesi e chi, invece, in minoranza, si opponeva alla guerra.
(I pacifisti ribadirono le loro ragioni nei congressi di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916)).

Fronte occidentale

Consapevole di non poter combattere contemporaneamente su due fronti, lo Stato maggiore tedesco (gli ufficiali) aveva adottato un piano per ottenere la rapida sconfitta dei francesi, prima che la Russia riuscisse a mobilitare il proprio esercito.
Il "piano Schlieffen", (cognome del generale che lo aveva elaborato nel 1905), prevedeva di cogliere di sorpresa l'esercito francese con una manovra di aggiramento delle linee attraverso il Belgio.
Ma inaspettatamente le armate del Reich guidate dal generale Helmuth von Moltke furono fermate per quasi due settimane dall'esercito belga, che oppose resistenza e che, pur di arrestare l'attacco tedesco, distrusse ogni tipo di infrastruttura presente sul territorio.
Nonostante ciò, i tedeschi riuscirono ad avanzare, giungendo a pochi chilometri da Parigi e costringendo le truppe francesi, guidate dal generale Joseph Joffre, a ripiegare.
La Francia, aiutata dalla Gran Bretagna, riuscì ad evitare la capitolazione, riuscendo anche a vincere la battaglia della Marna (5-12 settembre) e la battaglia delle Fiandre (ottobre-novembre).
I tedeschi dovettero indietreggiare fino alla linea tracciata dai fiumi Aisne e Somme, (nord Francia).
Fallito in questo modo il piano Schlieffen, quella tra Francia e Germania si trasformò da “guerra di movimento” (Guerra che prevede l'avanzata di almeno uno degli eserciti) in “guerra di posizione” (Guerra in cui gli eserciti in conflitto rimangono fermi, protetti da barriere di difesa.)

Fronte orientale

Intanto, sul fronte orientale, i russi si scontravano sia con gli austro-ungarici che con i tedeschi. Contro i primi ottennero un importante successo nella battaglia di Leopoli (23 agosto-11 settembre), con la quale occuparono parte della Galizia; al contrario, il tentativo di penetrare in Prussia si rivelò fallimentare e l'esercito russo fu sconfitto dai tedeschi guidati dai generali Erich Ludendorff e Paul Ludwig von Hindenburg sia a Tannenberg (26-29 agosto) sia presso i laghi Masuri (9-14 settembre).
Nel 1915 la guerra prosegui senza che nessuno dei due schieramenti riuscisse a prevalere.
Fronte medio-orientale
Nei primi mesi di quell'anno, ci fu l'apertura di un nuovo fronte in Medio Oriente.
La Gran Bretagna decise di attaccare l'Impero ottomano che era entrato in guerra da pochi mesi a fianco degli Imperi centrali: il suo intento era di fornire supporto alle forze russe permettendo un ricongiungimento dei territori controllati dai paesi dell'Intesa.
L'operazione, che si concentrò sulla penisola di Gallipoli e che vide impegnate anche truppe australiane, neozelandesi e indiane, fallì e le truppe ottomane, guidate da Mustafà Kemal, fermarono la marina britannica.
Anche su questo fronte, il conflitto si trasformò dunque in una guerra di trincea.

Un conflitto nuovo

Nonostante le gravi perdite subite da entrambe le parti, tutti i belligeranti erano decisi ad andare avanti, nella convinzione di poter avere la meglio sul nemico.
Gli Stati europei fecero uso di tutte le risorse a loro disposizione, sia materiali sia umane.
Nell'agosto del 1914 il totale dei soldati chiamati a combattere dai vari paesi era circa 6 milioni, a fine guerra il numero arrivò a circa 60 milioni, per questo motivo la Prima guerra mondiale è considerata la prima guerra di massa della storia.
La potenza di fuoco delle armi era tale che l'unica possibilità di sopravvivere per i soldati consisteva nel trincerarsi in posizioni difensive scavate nel terreno. Nacque così la guerra di trincea.
Vivere nelle trincee significava combattere oltre al nemico, anche con l'umidità, sporcizia e malattie.
I soldati vivevano in compagnia di topi, pidocchi e parassita, e cadaveri, ed erano perennemente sottoposti al tiro dei nemici, che si trovavano nelle trincee vicine a poche centinaia di metri.
Queste condizioni igienico-sanitarie aumentarono la diffusione di epidemie (di tifo e di colera).
Su tutti i fronti, gli eserciti contrapposti trascorsero anni fermi nelle loro trincee, protette da reticolati di filo spinato, per poi essere falcidiati in spaventose offensive per conquistare pochi chilometri di terreno ridotto a un deserto.
Per tutte queste ragioni l'esperienza della Prima guerra mondiale fu per i combattenti, più spaventosa di quella di tutte le guerre precedenti.

Nuove armi

Combattuta fra grandi potenze industriali, la guerra accelerò lo sviluppo di nuove tecnologie, data l'enorme quantità di denaro che ogni governo spendeva per migliorare il proprio equipaggiamento.
Il camion, il telefono, la radio, la motocicletta, l'automobile e l'aeroplano erano stati tutti inventati prima della guerra, ma a partire dal 1914 il loro impiego al fronte li trasformò in strumenti bellici.
Tra le armi troviamo: il carro armato, che fu impiegato massicciamente dai britannici nelle fasi finali del conflitto, e il sommergibile, utilizzato dai tedeschi, oltre che contro le navi da guerra, anche per affondare le navi mercantili che rifornivano di materie prime e viveri i paesi nemici.
La guerra fu caratterizzata soprattutto dall'uso di mezzi di distruzione di massa, prodotti nelle fabbriche in grandi quantità: la mitragliatrice provocò enormi morti in ogni battaglia, ma la principale causa di morte fu l'artiglieria, in grado di superare persino le linee nemiche: ogni offensiva era infatti preceduta da un bombardamento che poteva durare diversi giorni, condotto da migliaia di cannoni, e a cui era difficile sopravvivere.
L'arma più disumana sperimentata furono però i gas, prodotti dall'industria chimica.
Furono i tedeschi a usare per primi, nella seconda battaglia di Ypres (22 aprile-24 maggio 1915), nuvole di gas che, spinte dal vento verso le linee nemiche o sprigionate da speciali proiettili di artiglieria, soffocavano, ustionavano o accecavano le vittime.
La conseguenza fu l’invenzione della maschera antigas.
L'effetto fu quello di una guerra ancora più cruenta, al punto che già nel 1918 la Croce Rossa aveva lanciato un appello contro l'uso delle armi chimiche; alla fine del conflitto si arrivò a un primo accordo internazionale per bandirle del tutto, ma il loro utilizzo prosegui anche nei successivi conflitti.

Fronte interno e intervento dello Stato

Oltre al fronte militare vero e proprio, si creò un "fronte interno", infatti la guerra avrebbe dovuto essere combattuta e vinta non solo sul campo di battaglia, ma anche all'interno del paese, potenziando la produzione industriale (meccanica, siderurgica, chimica), mantenendo alto il morale della popolazione civile e persuadendola con la propaganda ad accettare i sacrifici imposti dalla guerra.
A tale scopo, furono creati organi di governo e speciali ministeri preposti a diversi compiti:
1) controllare i prezzi delle materie prime e i livelli di produzione delle fabbriche
2) finanziare la nascita di nuove industrie
3) reclutare nuova forza lavoro.

Questo interventismo comportava per gli Stati un gigantesco sforzo organizzativo e finanziario, da cui trassero vantaggi soprattutto le grandi industrie, il cui principale committente era proprio lo Stato.
Per mantenere elevati i ritmi di produzione, oltre a sottoporre la forza lavoro a una disciplina di stampo militare, bisognava sostituire la manodopera richiamata alle armi e impegnata al fronte; per questa ragione le donne entrarono massicciamente a lavorare nelle fabbriche, e sostituirono gli uomini in altre funzioni: come poliziotte, alla guida dei tram e delle ambulanze e persino come medici e ingegneri, (professioni tradizionalmente riservate agli uomini e dalle quali erano escluse).
Ai civili lo Stato richiese di fare prestiti di guerra, cioè buoni del tesoro che avrebbero finanziato il proseguimento della guerra.
Tutte queste iniziative furono portate avanti con una propaganda ossessiva e metodi polizieschi.

Guerra globale

La guerra è definita globale perché: i paesi belligeranti avevano le colonie in gran parte del mondo.
L’Intesa attaccò le colonie tedesche del Togo, del Camerun, dell'Africa sud-occidentale tedesca e dell'Africa orientale tedesca, che vennero conquistate facilmente.
Il Giappone occupò i possedimenti tedeschi della provincia dello Shandong in Cina e i territori tedeschi : gli arcipelaghi delle Marshall, delle Caroline e delle Marianne.
La Gran Bretagna conquistò parte della regione della Mesopotamia, (controllata dall'Impero ottomano), e alimentò le rivolte antiturche dei nazionalisti arabi.
Un altro aspetto che contribuì a rendere il conflitto globale fu l'impiego di truppe coloniali:
L'esercito inglese aveva truppe indiane; quello francese truppe maghrebine, senegalesi e indocinesi.
In Europa ci fu l’arruolamento di soldati neri, che suscitò forti dibattiti con connotazioni razziste; per le popolazioni extraeuropee, invece, la partecipazione alle operazioni belliche fu traumatica, ma divenne anche l'occasione per acquisire maggiori diritti e consapevolezza del proprio ruolo.
Inoltre le richieste di armi da parte dei paesi Europei, aumentarono lo sviluppo delle industrie di India, Cina, Giappone, Brasile o l'Argentina.

Violazioni del diritto internazionale

Durante la Prima guerra mondiale furono infrante alcune norme del diritto internazionale.
1) Il rispetto della distinzione tra paesi belligeranti e paesi neutrali: per questo motivo la violazione della neutralità del Belgio da parte della Germania provocò uno scandalo e il Reich venne considerato come il principale responsabile della guerra.
2) Violazione della Convenzione dell'Aja del 1907, secondo cui prigionieri di guerra, dovevano essere trattati con umanità. Questi venivano invece ammassati nei campi di detenzione dietro barriere di filo spinato, in condizioni disumane e senza ottenere cibo.
3) Venne ignorata la distinzione tra militari e civili (in particolare contro le donne). Ci furono numerosissimi casi di stupro, di impiccagione e fucilazione di civili inermi.

L’Italia entra in guerra (1915)

Allo scoppio della guerra, il governo italiano era guidato da Antonio Salandra, che nonostante l’alleanza della Triplice alleanza, aveva inizialmente mantenuto il paese neutrale.
La scelta fu possibile perché la Triplice alleanza era un accordo militare difensivo e gli austro-ungarici non erano stati attaccati; inoltre, Vienna aveva deciso di dichiarare guerra alla Serbia senza consultare gli italiani.
Inizialmente, gli italiani supportavano Salandra, poi ci furono scontri tra Interventisti, alcune forze politiche e una parte consistente dell'opinione pubblica che erano favorevoli alla guerra contro l'eterno nemico austriaco, e i Neutralisti, che non volevano intervenire.
-Lo schieramento interventista era formato da: (d’Annunzio)
1) Nazionalisti: desiderosi di vedere l'Italia affermarsi come grande potenza imperialistica.
2) Democratici: Ritenevano che la guerra contro l'Austria-Ungheria avrebbe consentito all'Italia di conquistare le “terre irredente” (Trento e Trieste), ossia le terre abitate da italofoni che erano ancora sotto l'amministrazione dell'Austria-Ungheria.Secondo loro inoltre, la vittoria avrebbe significato la caduta degli imperi autoritari di Germania e l'Austria-Ungheria e la conseguente dei popoli da loro oppressi.
3) Liberali Conservatori: Il presidente del Consiglio Salandra e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino, sostenuti da quasi tutti gli organi di stampa, come il «Corriere della Sera».

-Lo schieramento neutralista era formato da:
1) Liberali Giolittiani: Ritenevano che l'Italia fosse impreparata a una guerra e pensavano che tramite trattative diplomatiche con l’Austria, avrebbe ottenuto parte delle terre irredente.
2) Mondo Cattolico: Papa Benedetto XV: oltre a mostrare simpatia per l'Austria (cattolica), il pontefice era antibellico e in una nota del 1917, definì la guerra in corso «l'inutile strage».
3) Socialisti: Tranne Benito Mussolini, direttore del giornale socialista «Avanti!» Fino a ottobre 1914 era contrario ai conflitti, poi però cambiò linea politica in favore della guerra. Infatti perse l'incarico di direttore del giornale e fu cacciato dal partito socialista. Mussolini fondò subito un nuovo giornale, «Il Popolo d'Italia», dalle cui colonne continuò la propaganda interventista.

All'interno del Parlamento, i neutralisti inizialmente erano la maggioranza, ma Giolitti, anche dopo le dimissioni, rimase padrone dell'assemblea e orientava con le sue scelte la maggioranza dei deputati. Tuttavia il fronte interventista, sollecitato da numerosi intellettuali (d’Annunzio), iniziò a fare manifestazioni e propaganda a favore della guerra, conquistando anche Giolitti perché essi trasformarono lo scontro con i neutralisti in un conflitto tra giolittiani e antigiolittiani, ovvero tra un'Italia vecchia e un'Italia nuova.
Il governo intanto trattava sia con le potenze dell'Intesa, che con gli Imperi centrali.
Il 26 aprile 1915 venne firmato il patto di Londra, un patto segreto con Francia, Russia e Gran Bretagna, che prevedeva l'intervento dell'Italia che, in caso di vittoria, avrebbe ottenuto il Trentino, l'Alto Adige, Trieste, la Dalmazia nord, alcuni territori albanesi e la penisola istriana (no city Fiume).
Il patto di Londra fu sottoscritto all'insaputa del Parlamento e dell'opinione pubblica, ma il governo per ottenere il consenso parlamentare, nel corso del mese di maggio cercò di orientare gli umori del paese a favore della guerra anche grazie alle manifestazioni interventiste e a Gabriele D'Annunzio -> le «radiose giornate di maggio».
Determinante fu il comportamento della monarchia: quando Salandra si dimesse perché il Parlamento rifiutava l’intervento militare, Vittorio Emanuele III respinse le sue dimissioni e appoggiò la linea interventista del governo.
Per evitare problemi, il Parlamento si piegò e il 20 maggio, con la sola eccezione dei socialisti, approvò l'entrata in guerra dell'Italia con 407 voti favorevoli e 74 contrari.
La dichiarazione di guerra avvenne la sera del 23 maggio e le operazioni militari ebbero inizio la mattina del 24 maggio 1915.

Biennio 1915-1916 - Fronte italo-austriaco

L'entrata in guerra degli italiani costrinse l'Austria-Ungheria a spostare una parte delle proprie truppe dal fronte orientale a quello meridionale.
L'Italia disponeva di un esercito numeroso, ma non sufficientemente equipaggiato perché l’industria non era stata in grado di produrre i cannoni e le mitragliatrici.
Il comandante dell'esercito italiano, Luigi Cadorna, fra il 1915 e il 1917 lanciò undici offensive sul fiume Isonzo, per conquistare Trieste e poi Vienna; queste fallirono e portarono solo morti
(Nelle ultime quattro morirono circa 26.000 soldati italiani).
Nel maggio 1916 gli austriaci organizzarono la cosiddetta Straf-expedition ("spedizione punitiva") contro l'ex alleato traditore, magli italiani riuscirono a opporre resistenza sull'altopiano di Asiago.
La linea del fronte si attestò così sul fiume Isonzo, sul Carso e sulle creste delle Dolomiti.

Fronte occidentale

All'inizio del 1916 la situazione militare sembrava immobilizzata.
La situazione venne sbloccata dai tedeschi che nel febbraio fecerero un nuovo attacco sferrato a Verdun, sul fronte occidentale: la battaglia durò da febbraio a settembre, e comportò un enorme dispiegamento di forze, ma i tedeschi vennero sconfitti dai francesi.
Nel frattempo, a fine giugno, la Gran Bretagna fece un attacco lungo il fiume Somme; che causò una battaglia di quattro mesi.
Le due battaglie ebbero un rilievo notevole all'interno del conflitto, oltre che per il valore emblematico (Verdun, in particolare, diventò il simbolo della capacità di resistenza dei francesi all'invasore), per le forze impiegate e per l'altissimo numero di morti: la sola battaglia di Verdun costò 600.000 vittime (tra morti, feriti e dispersi) tra francesi e tedeschi.

Fronte orientale

Sul fronte nord-orientale, nel 1915 tedeschi e austriaci riuscirono a superare il fronte russo con la battaglia di Gorlice-Tarnów avanzando di centinaia di km e costringendo la Russia sulla difensiva.
L'esercito zarista riuscì ad avanzare sul fronte sud-orientale fino ai monti Carpazi, grazie a un'offensiva guidata dal generale Aleksej Brusilov nell'estate del 1916. (Successo momentaneo).
Il conflitto si era nel frattempo esteso, coinvolgendo altri Stati: nel settembre del 1915 la Bulgaria si era alleata con gli Imperi centrali contribuendo a piegare la resistenza serba, mentre nel 1916 il Portogallo (marzo) e la Romania (agosto) si affiancarono alle forze dell'Intesa.

La guerra sui mari

Sin dall'inizio del conflitto, Gran Bretagna e Germania si erano misurate militarmente anche attraverso le loro flotte, in particolare lungo le rotte atlantiche.
Nei primi due anni di guerra i britannici erano riusciti a riaffermare la loro supremazia sui mari, imponendo alla Germania un blocco navale, che bloccava il trasporto degli approvvigionamenti.
Per cambiare questa situazione, nel maggio 1916 la flotta tedesca attaccò quella britannica nello stretto dello Skagerrak, al largo delle coste danesi: nella battaglia dello Jutland nessuna delle due flotte riuscì ad avere la meglio, ma la Germania capì che non riusciva a rompere il blocco navale avversario e abbandonò l'idea di uno scontro aperto.
Nel frattempo la Germania intensificò la guerra sottomarina: dal 1917 i sommergibili tedeschi presero ad affondare indiscriminatamente tutte le navi di ogni tipo.

1917-1918: la svolta

Dopo quasi tre anni dall'inizio del conflitto, la guerra era diventata difensiva, nonostante ciò i generali continuavano a lanciare attacchi, perché nonostante le perdite subite, l’obiettivo era logorare l'avversario fino a farlo crollare, ma in questo periodo i soldati eserciti cominciarono a vacillare.
A causa delle condizioni in cui vivevano, i soldati iniziarono a fare ribellioni e ammutinamenti:
La rivolta più clamorosa fu nel 1917 quando i soldati russi, chiesero e ottennero la fine del conflitto
(Rivoluzione russa). Anche in Francia molti soldati si rifiutarono di partecipare agli attacchi.
I comandanti iniziarono a creare terrore per soffocare le rivolte, ordinando fucilazioni fra i soldati.
Nell'esercito italiano, il generale Cadorna, ritenendo i soldati colpevoli di "codardia" di fronte al nemico austriaco, mise in atto la cosiddetta "decimazione", ovvero l'esecuzione sommaria di un soldato estratto a sorte ogni dieci.

Anche sul fronte interno la protesta contro la guerra diventava sempre più accesa, a causa dei milioni di vittime, delle condizioni di vita degli operai e delle operaie, e dei soldati.
Negli Stati scarseggiavano risorse primarie, a causa dei blocchi imposti dai nemici, dalla minor produzione e dall’aumento dei prezzi.
Nel 1917, un po' in tutta Europa si verificarono scioperi e manifestazioni, repressi duramente dalla polizia e dall'esercito, perché ritenuti atti di tradimento nei confronti della nazione.
In Italia, la rivolta più violenta scoppiò a Torino il 22 agosto 1917, in cui operai e donne saccheggiarono negozi e caserme in cerca di cibo e armi.
Anche fra i partiti socialisti europei cresceva l'ostilità alla guerra; i socialisti rivoluzionari invitavano i soldati e gli operai a ribellarsi per far cadere i governi borghesi al potere.

L’ingresso degli Stati Uniti

Il 1917 fu un anno di svolta anche perché, il 6 aprile, gli Stati Uniti d'America, la più grande potenza
industriale del mondo, entrarono in guerra contro la Germania.
La scelta avvenne a causa dei numerosi attacchi dei sommergibili tedeschi nei confronti delle navi mercantili americane che commerciavano con la Gran Bretagna.
Oltre agli attacchi, l’economia americana in quel periodo si era arricchita proprio grazie alla fornitura di armi e beni ai paesi dell'Intesa, quindi non potevano rischiare che questi traffici venissero interrotti.
L'ingresso in guerra degli Stati Uniti fu decisivo e controbilanciò l'uscita della Russia.
All'Intesa si unirono poco dopo anche la Grecia (luglio), che voleva prendere i territori ai suoi storici antagonisti: Bulgaria e Impero ottomano - e il Brasile (ottobre).

L’uscita della Russia

Nel 1917 la Russia uscì dalla guerra a causa di ben due rivoluzioni
1) Febbraio, causò la caduta dell'impero zarista e la trasformazione in una repubblica liberale.
2) A ottobre, che portò al potere i bolscevichi di Lenin, il quale mantenne immediatamente la promessa di smobilitare l'esercito e giungere a una rapida pace.

A questo punto Germania e Austria-Ungheria impiegarono le proprie forze sul fronte italiano:
Il 24 ottobre 1917, la battaglia di Caporetto, (prende il nome da un piccolo villaggio sull'Isonzo), fu un disastro per gli italiani: circa 300.000 soldati (quasi un centesimo dell'intera popolazione italiana dell'epoca) caddero prigionieri e i superstiti si ritirarono nel caos per oltre cento chilometri, permettendo al nemico di avanzare e occupare ampie regioni del Friuli e del Veneto.

Battaglia sul Piave e Vittorio Veneto

Nell'estate del 1918 gli austro-ungarici concentrarono tutte le loro forze sul fronte italiano, sperando che l’Italia, non avrebbe resistito e che avrebbe chiesto un armistizio, (come la Russia).
Avvenne, invece, il contrario: dopo la disfatta di Caporetto, il generale Cadorna, (che continuava a dare la colpa alla presunta viltà dei soldati italiani), era stato sostituito con Armando Diaz.
Inoltre, grazie a un enorme sforzo industriale, l'esercito italiano aveva pezzi di artiglieria superiori a quelli nemici, perciò l'attacco austriaco sul fiume Piave, fu stroncato e, a ottobre 1918, gli italiani fecero un contrattacco, che passò alla storia come battaglia di Vittorio Veneto, dal nome di uno dei paesi occupati dagli austro-ungarici e liberati dagli italiani.
La guerra fu nella zona tra il fiume Piave e il Monte Grappa e la resistenza austriaca fu breve perché i popoli dominati dagli Asburgo avevano capito che la sconfitta avrebbe portato loro l'indipendenza.
Gli italiani catturarono mezzo milione di prigionieri, presero Trento e Trieste, e continuarono l'avanzata, anche in territori non italiani, per avere così maggiore rilevanza nelle trattative di pace.
Il 4 novembre 1918 il comando austriaco firmò l'armistizio.

La sconfitta della Germania

Dalla primavera del 1918 anche i tedeschi provarono offensive a ovest, dato che il fronte orientale era ormai libero e ritenendo che le forze francesi fossero ormai stanche.
Queste inizialmente ebbero successo, ma vennero sconfitte dalla resistenza degli Alleati.
Il 15 luglio ci fu l'ultimo di questi attacchi, chiamato dai tedeschi Friedensturm ("assalto per la pace") nella speranza che la vittoria avrebbe consentito di negoziare una pace onorevole, ma fu un disastro.
L’Intesa, grazie anche al supporto americano, fece un contrattacco, e dopo la sconfitta nella battaglia di Amiens (8-12 agosto), l'esercito tedesco, si ritirò dalla Francia.
Dopo la disfatta di Amiens, la popolazione tedesca, (già ridotta alla fame), fece una rivolta:
il 9 novembre l'imperatore Guglielmo II fuggì in Olanda e il nuovo governo, dopo aver proclamato la costituzione di una repubblica, firmò l'armistizio l'11 novembre 1918.

I Trattati di pace - Trattato Di Brest-Litovsk

3 marzo 1918: primo trattato di pace stipulato durante la guerra tra gli Imperi centrali e la Russia.
La Russia perse molti territori (800.000 km2) tra cui l'Ucraina (che dopo poco tornò sotto il controllo dell'Unione bolscevica), la Polonia, i paesi baltici e la Finlandia, (che diventarono poi indipendenti).
La Russia dovette pagare alla Germania e all'Austria-Ungheria un'indennità di 6 miliardi di marchi.

La fine degli imperi europei

La prima conseguenza della guerra fu il crollo dei quattro grandi imperi: Russo (già crollato nel 1917); Austro-ungarico, Germania (trasformata in repubblica) e l'Impero ottomano.

Un nuovo diritto internazionale

Già nel gennaio del 1918, il presidente statunitense Wilson, aveva pensato a un possibile intervento in Europa per evitare nuovi conflitti.
Egli fece documento articolato in quattordici punti e basato fondamentalmente su due principi
1) Affermazione della libertà di commercio tra le nazioni: graduale eliminazione dei dazi e delle barriere doganali, per creare pace anche sul piano economico, evitando il protezionismo.
2) Affermazione del diritto di autodeterminazione dei popoli: ogni nazione aveva la libertà di scegliere come governarsi, e delegittimava l'idea del dominio di alcuni popoli su altri. L’obbiettivo era garantire la tutela di tutte le minoranze, etniche, linguistiche e religiose

Secondo l’ultimo punto, lo strumento adatto a realizzare il progetto era la Società delle Nazioni: un’organizzazione internazionale, che avrebbe dovuto riunire tutti i paesi del mondo e, grazie a negoziati diplomatici, avrebbe potuto fermare le rivalità tra gli Stati senza ricorrere all'uso delle armi.
La Società delle Nazioni si realizzò dal 1919, ma non riuscì nel suo compito perché:
1) Non aveva una forza militare, quindi non poteva imporre la sua autorità, (se non minacciando con punizioni economiche, le cosiddette sanzioni)
2) Inizialmente vennero escluse la Repubblica sovietica e la Germania
3) Gli Stati Uniti infatti oltre a non far parte dell'organizzazione, dal 1921, con il nuovo presidente Warren Galamiel Harding, tornarono a perseguire una linea politica isolazionista.

La Conferenza di Parigi

Si svolse a Parigi il 18 gennaio 1819 per negoziare il nuovo assetto dell'Europa.
Parteciparono i rappresentanti dei paesi vincitori: il presidente americano Wilson, il francese Georges Clemenceau e l'inglese David Lloyd George, e il presidente del Consiglio italiano, Vittorio Emanuele Orlando, che si trovò in secondo piano e non ottenne i territori richiesti.
L’accordo arrivo diplomaticamente dopo vari mesi; come stabilito dai "Quattordici punti", Wilson avrebbe voluto un trattato di pace "senza vincitori", ma le altre potenze vincitrici riuscirono a imporre una pace punitiva, per far pagare alla Germania e ai suoi alleati il costo della guerra.

Il Trattato di Versailles

La questione della Germania venne risolta con il trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919.
I tedeschi dovettero cedere alla Francia l'Alsazia e Lorena alla Francia, smilitarizzare la regione della Renania, e cedere alla Polonia (ricostituita come Stato indipendente) un corridoio territoriale fino a Danzica, sul mar Baltico, che separava la Prussia orientale dagli altri territori tedeschi.
Le colonie africane della Germania vennero affidate alla Francia e alla Gran Bretagna come mandati, mentre quelle asiatiche vennero cedute al Giappone.
Ai tedeschi venne proibito anche di possedere una flotta e un'aviazione militare; potevano avere solo un piccolo esercito per reprimere un'eventuale rivoluzione.
Infine, la Germania fu obbligata a pagare un'enorme somma come riparazione per i danni provocati durante la guerra e a riconoscere di essere stata responsabile dello scoppio del conflitto.

I Trattati di Saint-German, Del Trianom e di Neuilly

La questione dell'Impero austro-ungarico fu risolta col trattato di Saint-Germain, firmato il 10 settembre 1919 con l'Austria, e con quello del Trianon (4 giugno 1920), con l'Ungheria.
Oltre all’indipendenza e alla distinzione dei due Stati austriaco e ungherese, nacquero la Cecoslovacchia e il Regno di: Serbi, Croati e Sloveni (Regno di Iugoslavia).
Il Trentino, l'Alto Adige e Trieste vennero assegnati all'Italia, (la Dalmazia no).
La Bulgaria, con il trattato di Neuilly (27 novembre 1919), dovette cedere alla Grecia la Tracia, alla Romania la Dobrugia e al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni una parte della Macedonia.
L'Ungheria perse la Transilvania, che passò alla Romania.

Il Trattato Di Sèvres e l’accordo Skyses-Picot

La "questione orientale", venne risolta il 10 agosto 1920 con il trattato di Sèvres, con cui l'Impero ottomano, venne ridotto alla sola penisola anatolica.
In base all’ accordo Sykes-Picot del 1916, un accordo segreto stipulato a guerra ancora in corso da diplomatici britannici e francesi, il Medio Oriente venne diviso tra Francia (Siria, Libano e Cipro) e Gran Bretagna (Iraq, Palestina e Transgiordania).
Il trattato prevedeva inoltre la nascita di uno Stato autonomo armeno e la cessione alla Grecia della Tracia occidentale e di alcune aree costiere dell'Egeo.
Parti dell’ attuale Turchia sarebbero diventate zone d'influenza economica italiana e francese; gli stretti dei Dardanelli e del Bosforo sarebbero stati demilitarizzati.
Queste condizioni punitive e imperialistiche furono accettate passivamente dal sultano e suscitarono l’ opposizione dei nazionalisti turchi, che crearono un governo d'opposizione con sede ad Ankara, con a capo il generale Mustafa Kemal, il quale nel 1922 sconfisse i greci.

Il trattato di Losanna e la nascita della Turchia

Grazie ai successi ottenuti, Kemal di ottenere la revisione del trattato di Sèvres: un nuovo accordo, firmato a Losanna nel 1923, sancì il riconoscimento della Repubblica di Turchia, nata dalle ceneri dell'Impero ottomano, a cui venne confermata la piena sovranità sulla penisola anatolica.
L'accordo fisso anche uno scambio di popolazioni fra Grecia e Turchia: secondo il principio dello Stato etnico, le minoranze dei due paesi dovettero abbandonare i territori dove vivevano.
Più di un milione e mezzo di greci emigrò dalla Turchia nello Stato ellenico, mentre 300.000 musulmani (non tutti turchi) si trasferirono dalla Grecia nei territori turchi.
Kemal fu poi soprannominato Atatürk, cioè "Padre dei turchi", e avviò un processo che avrebbe portato la Turchia a trasformarsi in uno Stato laico sul modello di quelli europei.

Il principio di uniformità etnico-religiosa e le sue conseguenze

Lo scambio di popolazioni fra turchi e greci, mise in atto l'idea espressa nei "Quattordici punti" di Wilson, ossia che gli Stati dovessero essere espressione del diritto di autodeterminazione dei popoli, cioè permettere a una comunità omogenea di dare vita a un'entità statale unica.
Questi spostamenti di popoli si verificarono in tutta l'Europa, e in alcuni casi, il desiderio di creare Stati fatti da una popolazione omogenea, portò a spostamenti forzati, con deportazioni in massa di intere popolazioni, arrivando fino a forme di genocidio.

Il genocidio degli Armeni

La persecuzione degli armeni risaliva al 1908 con l'ascesa dei Giovani Turchi alla guida del paese, che instaurarono un governo nazionalista, e respinsero le richieste delle minoranze nazionali (greci, armeni, curdi, arabi).
Dopo le guerre balcaniche del 1912-1913, gli armeni erano la maggiore comunità non musulmana.
Essi volevano l'indipendenza e potevano contare sul sostegno della Russia.
Nel 1915 per paura che gli armeni tradissero l'impero per passare dalla parte dei russi, il gruppo estremista dei Giovani Tussi, convinse il governo a risolvere definitivamente la "questione armena".
Inizialmente gli armeni vennero uccisi, poi ci fu una legge stabilì che le comunità armene della Turchia venissero deportate nelle regioni della Siria e della Mesopotamia.
Durante queste deportazioni su un totale di circa 1.800.000 armeni ne morirono almeno 1.200.000, portando di fatto all'annientamento di un'intera comunità.
Quello armeno è definito come il primo genocidio del XX secolo.

Dopo i trattati - Un’economia da ricostruire

Anche dopo la fine della guerra, l'Europa era ben lontana dall'essere un continente pacificato.
Fu difficile riprendere la vita normale; milioni di morti, povertà, feriti, e una grave crisi economica.
Le industrie faticarono a riprendere la produzione dei beni della popolazione; ci fu quindi una fase di recessione che colpì anche alcuni dei paesi vincitori, come Francia, Gran Bretagna e Italia, e determinò un aumento del tasso di disoccupazione.
Subito dopo la fine della guerra ci fu un aumento dell'inflazione e quindi del costo della vita.
L'aumento dei prezzi colpi soprattutto due categorie: i contadini (avevano perso/dovevano cedere le terre per cercare fortuna in città) e i ceti medi, (a differenza degli operai i loro salari diminuirono).

Un’epidemia micidiale: la spagnola

Tra l'estate e l'inverno del 1918, iniziò a diffondersi un'epidemia influenzale di origine virale estremamente aggressiva che fu definita "spagnola": che provocava bronchiti, broncopolmoniti, pleuriti e altre patologie respiratorie.
Il virus si diffuse velocemente anche a causa della debilitazione dei soldati, dei grandi assembramenti degli eserciti, le scarse condizioni igieniche all'interno delle trincee e lo spostamento di grandi masse umane attraverso mezzi di trasporto veloci come navi e treni.
La "spagnola" raggiunse tutto il mondo, terminò nel 1920 e fece 50 milioni di vittime.
(I morti della 1 guerra mondiale erano 13 milioni)

Il nuovo ruolo sociale femminile

La guerra portò anche a un'accelerazione del processo di emancipazione femminile, per far sì che l'economia e la società civile non si fermassero.
Le donne più ricche fecero anche associazioni volontarie di soccorso, che operavano insieme alla Croce Rossa al fronte e nelle retrovie, e trasportavano i feriti e negli ospedali.
Alcune donne diventarono medici o spie.
Tutto ciò portò possibilità lavorative e cambio di mentalità nei confronti dell’incapacità delle donne.
L'immagine tradizionale femminile entrò in crisi, e questo creò varie posizioni tra la società.
Dopo la fine della guerra le donne, che avevano raggiunto una piena indipendenza economica e acquisito la consapevolezza delle proprie capacità, si rifiutarono di obbedire passivamente alle regole della società maschilista e lottarono per una maggiore considerazione e autonomia.
Anche il movimento per il suffragio femminile ne uscì rafforzato.

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