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Dagli ultimi anni del secolo XIX si cominciarono a delineare i caratteri della società di massa, cioè una società si delineava sempre più come un luogo di soggetti collettivi.
Società di massa -> fenomeno del “pieno” -> La moltitudine si è fatta visibile.
Massa = l'omologazione è rappresentata dall'uomo medio, un tipo generico.

La società di massa si sviluppa a diversi livelli:
- II industrializzazione e I globalizzazione -> consumatori (livello economico -> pubblicità)
- Incremento demografico -> urbanizzazione (livello sociologico)
- Ampliamento del diritto al voto (livello politico -> propaganda) e dell’istruzione (livello culturale)
- Nascita dei partiti di massa

Agli antichi notabili (si pensi ai whigs e ai tories inglesi, rappresentanti, in Parlamento, rispettivamente della borghesia urbana e dell’aristocrazia fondiaria) si sostituirono i partiti di massa, con una vasta base popolare, una struttura permanente articolata in sedi e gruppi territoriali (sezioni e federazioni), una serie di regole e, quindi, una disciplina di partito, un gruppo dirigente.

In primo luogo il partito di massa, di ideologia prevalentemente ispirata ai principi del socialismo, nacque come una macchina per finanziare le campagne elettorali dei candidati delle classi meno abbienti. Infatti, non potendo contare su patrimoni personali o donazioni di ricchi proprietari, il partito chiedeva a tutti gli iscritti di versare regolarmente una quota associativa. Altro obiettivo della società di massa era dare alla moderna classe lavoratrice un’educazione politica e una coscienza del proprio ruolo e dei propri diritti.

Negli ultimi due decenni dell’Ottocento si formarono e si consolidarono le associazioni sindacali, che assunsero forme e modalità organizzative diverse da Paese a Paese.
In Gran Bretagna e Germania si ebbero contratti collettivi di lavoro e lotte scatenate da sindacati e partiti.
Mentre i sindacati dei lavoratori sviluppavano rivendicazioni prevalentemente economiche e normative, i partiti lottavano per allargare la sfera delle libertà e perché venissero realizzate iniziative rivolte all’intera collettività.
- Francia: sindacalismo rivoluzionario o anarcosindacalismo (basato sulle teorizzazioni di George Sorel) = sosteneva lo spontaneismo, l’azione diretta delle masse, e individuava nello sciopero generale lo strumento primo per l’affermazione del movimento proletario e la conquista del potere economico da parte dei lavoratori. Alcuni dei suoi esponenti aderiranno a formazioni di estrema destra. Poi, nel 1879, nacque la Federazione del Partito dei lavoratori socialisti, di ispirazione marxista, al cui interno vi erano due fazioni: i sostenitori di una concezione classista rigida e i fautori della collaborazione con le forze borghesi più aperte, in vista di un’azione riformatrice.

- Gran Bretagna e Stati Uniti: Trade Unions autonome. La società statunitense era costruita, però, su intraprendenza individuale, laboriosità, senso di una sfida aperta e di una lotta verso traguardi non preclusi ad alcuno. In Gran Bretagna la Fabian Society, fondata nel 1883, rifiutava la prospettiva rivoluzionaria e riteneva che la lotta politica dovesse ispirarsi alle linee di socialismo riformista, con obiettivi anche molto radicali. Nel 1906 nacque il Labour Party, antagonista del Partito conservatore.


Il marxismo si affermava sempre più come una salda base teorica su cui si costruirono i partiti operai di ispirazione socialista. Esso, con l'idea che il plusvalore fosse l'origine dello sfruttamento operaio, dava una motivazione quasi scientifica per le loro lotte.
Alla conclusione della Prima Internazionale (1864 – 1876), nei singoli Paesi erano nate organizzazioni del movimento operaio differenti a seconda dei diversi contesti storico-politici.
- Germania: il Partito socialdemocratico (Spd), 1875, incarnava il modello del moderno partito di massa (vasta e articolata organizzazione, rapporto con la classe operaia attraverso i sindacati, fautore di cooperative, associazioni culturali e ricreative, editore di giornali e riviste). Più che al rovesciamento dello Stato, mirava alla sua conquista e riforma dall’interno.
- Italia: prese piede l’anarchismo di Bakunin, data l’arretratezza economica e la mancanza di una classe operaia moderna e omogenea. Nel 1892, per iniziativa di Andrea Costa, Filippo Turati, Leonida Bissolati e Claudio Treves, nacque quello che nel 1893 prese il nome di Partito socialista italiano, di ispirazione marxista e organizzato sul modello della socialdemocrazia tedesca.

- Russia: nel 1893 nacque il Partito socialdemocratico di ispirazione marxista, nel 1901 il partito social rivoluzionario, che univa elementi ideologici ispirati al marxismo a elementi tipici del populismo. I suoi leader erano Martov e Lenin. Il primo non riteneva possibile una rivoluzione socialista in tempi brevi all’interno di un Paese arretrato come quello russo e perciò auspicava una graduale trasformazione attraverso lo sviluppo del capitalismo e di una democrazia parlamentare di tipo occidentale. Lenin era invece convinto che un moto rivoluzionario in Russia fosse realizzabile senza passare dalla fase dello sviluppo della borghesia, del capitalismo e dello Stato liberale borghese (dal feudalesimo al socialismo). A questo scopo era però necessario costruire un partito di quadri (rivoluzionari di professione). Su questi temi si sviluppò il congresso svoltosi tra Bruxelles e Londra nel 1903. Lenin e i suoi seguaci ebbero la maggioranza e furono indicati come bolscevichi (maggioritari) rivoluzionari, in contrapposizione ai menscevichi (minoritari) riformisti.

Sotto la spinta della base operaia venne convocato un nuovo congresso operaio unitario, che si tenne a Bruxelles nel 1891 e sancì la nascita della Seconda Internazionale, una federazione di gruppi, partiti, sindacati. In essa vi erano i tradeunionisti britannici, i seguaci di Bakunin, i rappresentanti di associazioni di mestiere, le forze socialdemocratiche. Nel 1896, al congresso di Londra, si consumò la definitiva rottura con gli anarchici e fu anche posta una precisa discriminante fra movimento socialista e movimento sindacale. Poi vi era il tedesco Eduard Bernstein, che sosteneva la necessità di rivedere la dottrina marxista alla luce dei mutamenti avvenuti nel sistema economico e del rafforzamento delle istituzioni liberali. Vi era inoltre una differenza tra socialisti rivoluzionari, o massimalisti, e socialisti riformisti; i primi volevano il programma massimo della rivoluzione proletaria, ritenevano che il mutamento dovesse avvenire in tempi rapidi, appoggiato sul principio del “tanto peggio, tanto meglio”, mentre i secondi ritenevano che la trasformazione della società dovesse essere un processo graduale, fatto di successive conquiste, ottenute in maniera legale attraverso gli strumenti della dialettica politica e della democrazia parlamentare.

Malgrado l’ostilità verso la Seconda Internazionale da parte dei governi europei, quasi tutti furono però costretti ad adottare forme sempre più ampie di legislazione sociale, quali la giornata lavorativa di otto ore e la tutela degli infortuni sul lavoro, nell’ottica di prevenire agitazioni a carattere violento. Questo sembrava indicare che la via della collaborazione tra ceti dirigenti e classe operaia fosse possibile, almeno fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Tra Ottocento e Novecento emerse anche la questione femminile, espressa nella lotta per l’emancipazione e per la parità dei diritti delle donne. L’industrializzazione, introducendo un numero crescente di lavoratrici nelle fabbriche, contribuì a rimettere in discussione i rapporti famigliari e sociali in cui erano inserite le donne. Il lavoro femminile non era una novità nell’ambito delle classi popolari; ma ora esso si svolgeva, in misura maggiore che nel passato, fuori di casa. Tuttavia la questione femminile si impose a fatica, perché la concezione borghese della famiglia, fortemente radicata nella mentalità comune, operò per il mantenimento della tradizionale struttura familiare, dove le donne godevano di meno diritti, meno opportunità, meno libertà degli uomini, inoltre perché le donne spesso erano viste come concorrenti della forza lavoro maschile. Contrasti vi furono anche all’interno del movimento stesso: mentre le donne borghesi aspiravano a un’attività che le integrasse nel mondo esterno, le donne lavoratrici, oppresse dal doppio carico del lavoro esterno e di quello domestico, valutavano spesso con favore il ritorno, ovvero la possibilità di coltivare in modo tranquillo le proprie attitudini domestiche, specificatamente femminili, secondo la diffusa mentalità del tempo. Temi unificanti furono la tutela della maternità, l’esigenza di abolire le barriere che si frapponevano alla parità dei sessi, il diritto di voto. Così nacque negli Stati Uniti (poi in Gran Bretagna con Emmeline Pankhurst) il movimento delle suffragiste, che cercavano di sensibilizzare l’opinione pubblica con volantini, comizi, cortei, scioperi della fame, sabotaggi e azioni dimostrative violente. Tuttavia l’Europa introdusse il suffragio femminile agli inizi del 1900.

Il ruolo della Chiesa in questi ambiti fu dettato dalla sua ostilità nei confronti dei processi di modernizzazione. Tutto ciò che era intervenuto a modificare l’ordine esistente e i valori tradizionali era stato rifiutato come errore. Nel 1864 Pio IX pubblicò l’enciclica “Quanta cura” per condannare alcuni degli aspetti della società moderna (libertà di pensiero e di coscienza o la separazione tra Chiesa e Stato). Tuttavia, riguardo ai problemi sociali prodotti dagli sviluppi dell’industrialismo, la Chiesa mantenne il silenzio. In risposta a ciò, in alcuni Paesi cattolici come Francia, Belgio, Germania e Italia si svilupparono attività concrete di assistenza e sostegno ai lavoratori: si parla di “cattolicesimo sociale” (contrastando le iniziative socialiste e contro la visione liberale). Con l’enciclica “Rerum novarum” del 1891, Leone XIII sancì il punto di arrivo di esperienze cattoliche spontanee e il punto di partenza di un più sistematico intervento dei cattolici nella società civile. Più che affrontare il problema dello sviluppo economico, metteva l’accento sul disagio sociale determinato dall’iniqua distribuzione della ricchezza: un’aspra polemica sia nei confronti del liberalismo sia del socialismo (es. atteggiamento classista che esasperava le tensioni).

Negli anni Ottanta del secolo XIX nacquero alcuni movimenti di massa con una matrice ideologica fondata su un sentimento di appartenenza nazionale portato all’esasperazione, un profondo odio antisemita unito a una visione di ordine razziale della società e della storia, un forte senso di superiorità nei confronti delle altre nazionalità. Il sentimento nazionalistico era alimentato da vari elementi: desiderio di rivalsa, insofferenza per il dominio straniero, volontà di creare una “grande nazione”. Questa condizione fu presa come pretesto dagli Stati per comportarsi in maniera aggressiva nei confronti di altri Stati e di minoranze come ebrei e armeni, inoltre prese come giustificazione un’interpretazione impropria della “selezione naturale” elaborata dal naturalista Charles Darwin.

Negli ultimi decenni del secolo si vennero affermando l’idea e la realtà dello Stato forte: il primo fine era la potenza e la cultura era solo un fine secondario. A questo scopo si rafforzava l’esecutivo a scapito dei parlamenti e degli altri organi elettivi, aumentavano i ministri, venivano rafforzati i vincoli gerarchici all’interno dell’amministrazione pubblica, aumentavano i finanziamenti per la polizia e per l’esercito. Infine, gli Stati tendevano a gestire direttamente i servizi con nazionalizzazioni o municipalizzazioni: con queste maggiori possibilità di intervento si potevano attuare importanti riforme sociali.

Nel clima di tensione creato dalla politica di potenza maturò la necessità di stringere alleanze che creassero forti blocchi militari, che riuscissero a mantenere, fino al 1914, una “pace armata” in Europa: 1882, triplice alleanza Germania – Austria-Ungheria – Italia; 1892, duplice alleanza Francia – Russia; 1904, intesa cordiale Francia – Inghilterra; 1914, triplice intesa Francia – Russia – Inghilterra.

Germania: dal 1871 al 1890 alla guida dell’Impero tedesco vi era il cancelliere Otto von Bismarck, con ampi poteri di governo senza che rispondesse del suo operato al Parlamento. Il potere legislativo era invece affidato a due Camere: parlamento federale (iniziativa) e consiglio federale (ratifica). Il suo obiettivo era fare della Germania uno “Stato forte” e assicurare la stabilità politica, e per farlo cercò di prevenire i contrasti e neutralizzare le opposizioni:
- “Lotta per la civiltà” (Kulturkampf), 1871-75: ridusse il peso della Chiesa e dei cattolici di cui temeva le rivendicazioni autonomistiche, le tendenze filo austriache e l’ingerenza nella vita politica del Paese.
- “Leggi di maggio”, 1873: espulsione dei gesuiti e di altre congregazioni religiose, riconoscimento del matrimonio civile, chiusura delle scuole rette da religiosi, controllo dello Stato sulla formazione e sulle nomine degli ecclesiastici. Tuttavia la legislazione anticattolica sarà in seguito attenuata al fine di avere l’appoggio dei cattolici per far fronte alla crescita dei socialisti.
- “Leggi eccezionali contro le tendenze sovvertitrici”, 1878: limitazioni alla libertà di stampa e associazione -> i socialisti furono ridotti alla clandestinità, pur mantenendo la loro forza.

Per contrastare il socialismo, Bismarck promosse una politica paternalistica, un “socialismo di Stato”: alcune riforme sociali introdussero le assicurazioni obbligatorie sugli infortuni da lavoro, sulle malattie e sulla vecchiaia. Però il carattere parziale delle riforme sociali non arrestò la crescita del Partito socialdemocratico.

La politica estera di Bismarck è fondata su due principi:
- Necessità di conservare la pace in Europa
- Gli equilibri della storia mondiale si giocavano ancora tutti sullo scacchiere europeo
→ Mantenne la Francia in uno stato di isolamento diplomatico ed evitò un’alleanza tra Francia e Russia, per la questione della sconfitta di Sedan (1870) da parte della Germania.
Per risolvere la “questione balcanica” tra Austria, Russia e Germania, si stipulò il patto dei tre imperatori (1872) tra queste potenze. Inoltre, per isolare la Francia, la Germania stipulò con Italia e Austria la Triplice alleanza (1882). Infine, con la conferenza di Berlino (1884-5), Bismarck regolamentò la penetrazione europea in Africa per garantire le condizioni di equilibrio tra le potenze europee.
Tuttavia gli ambianti economici e politici tedeschi premevano per una politica estera più dinamica, e così nel 1890 il Kaiser Guglielmo II allontanò il vecchio “cancelliere di ferro”, assunse in prima persona la direzione dello Stato e impose un “Neue Kurs” basato su una politica imperialistica (Weltpolitik, “politica mondiale”), giustificata dalla necessità di materie prime per l’industria e di rafforzare il prestigio nazionale della Germania nel mondo.

Francia: nella Francia della Terza Repubblica, la cui costituzione fu approvata nel 1875, si sviluppò un’ampia politica di riforme condotta negli anni Ottanta dai governi moderati (libertà di associazione e di stampa, insegnamento primario obbligatorio e gratuito a cura dello Stato, introduzione del matrimonio civile e del divorzio), poi, nel primo Novecento, da quelli di ispirazione radicale-socialista (separazione tra Stato e Chiesa, riposo settimanale per i lavoratori e pensione per alcune categorie lavorative).
Dagli anni Novanta la politica si polarizzò intorno a due forze contrapposte, una destra militarista e nazionalista e una sinistra anticlericale.

Gran Bretagna: si alternarono governi conservatori e liberali e tra Otto e Novecento si impose la questione irlandese, aggravata dalle conseguenze della “grande depressione”. Nel 1886 il progetto di “Home Rule”, avanzato da Gladstone, venne respinto dal Parlamento. Un nuovo progetto, approvato nel 1914, entrerà in vigore solo alla fine della Prima guerra mondiale.

Impero austro-ungarico: diversi movimenti nazionali si levarono a chiedere l’autonomia, senza tuttavia mettere in crisi la tenuta complessiva dello Stato centrale.

Russia: nel 1881 venne ucciso lo zar Alessandro II, che aveva posto fine alla servitù della gleba. Il suo successore Alessandro III si impegnò nella difesa del diritto divino dei re, nell’esasperazione di nazionalismo, panslavismo e antisemitismo (ne sono esempio i pogrom). Lo sviluppo economico del Paese (industrializzazione e modernizzazione grazie anche all’aiuto di capitali francesi e belgi) si accompagnò, tuttavia, a una struttura politica ancora fortemente arretrata e dispotica.
La sconfitta nella guerra contro il Giappone (1904-5) acuì le tensioni sociali e il malcontento: i liberali diedero vita ai primi “banchetti” politici per coinvolgere l’opinione pubblica nella lotta per la concessione di una costituzione. Il governo rispose con misure repressive che culminarono nella “Domenica di sangue” del 9 gennaio 1905: circa 140000 persone, armate di bandiere, immagini di santi e dello zar, marciarono verso il palazzo d’Inverno di Pietroburgo, per presentare a Nicola II una petizione nella quale si sollecitava la concessione di diritti civili e riforme, ma lo zar, precedentemente informato, era già lontano e ordinò ai soldati di far fuoco sulla folla.
Questo scatenò la rivoluzione: nelle fabbriche di Mosca e Pietroburgo gli operai diedero vita a consigli rivoluzionari (soviet), alcuni reparti militari si ammutinarono e le popolazioni delle regioni non russe si rivoltarono contro il governo centrale.
Per fronteggiare la situazione, lo zar dispose le elezioni di una camera legislativa, la Duma, dividendo il fronte rivoluzionario (il Partito dei cadetti liberale-moderato; i socialdemocratici menscevichi, più disposti ad una collaborazione con le forze borghesi; i bolscevichi e i socialisti rivoluzionari, che miravano alla caduta del regime).
Tuttavia lo zar mantenne atteggiamenti autoritari (soprattutto perché nella Duma prevalevano cadetti e socialrivoluzionari) e fece eleggere una nuova Duma privilegiando i grandi proprietari.
Per togliere terreno alle forza di opposizione, il nuovo ministro Petr Stolypin, oltre a ordinare una dura repressione di tutti gli oppositori dello zarismo, avviò una profonda riforma agraria che sciolse i “mir” (comunità rurali) e consentì ai loro membri di acquistare, dietro indennizzo e con facilitazioni creditizie, dei lotti di terra del demanio o di proprietà dei latifondisti. Questo, però, non creò una classe di piccoli proprietari terrieri fedeli allo zarismo e immuni dalla propaganda socialista, ma portò all’ampliamento della proprietà dei “kulaki” (contadini agiati) e lasciò i contadini più poveri in balia dei nuovi proprietari.

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