Tra fine Ottocento ed i primi del Novecento, l’economia fu controllata da un numero sempre minore di imprese industriali e finanziarie. Tra le cause che determinarono tale fenomeno vi fu l’esigenza di rendere meno violenta la concorrenza; la necessità di frenare la caduta dei prezzi; il bisogno, per le imprese, di raccogliere nuovi capitali; la “selezione naturale” delle imprese, per cui quelle più solide e ricche eliminano le più deboli.
La manifestazione più evidente delle trasformazioni enunciate fu la tendenza al monopolio (il controllo del mercato da parte di un’unica impresa) a all’oligopolio (il controllo del mercato da parte di poche imprese). Così, agli inizi degli anni Ottanta dell’Ottocento, negli Stati Uniti il 90 % della raffinazione petrolifera era sotto il controllo della Standard Oil ed in Germania la Siemens e l’AEG gestivano la produzione elettromeccanica. La concentrazione industriale fu anche determinata dalla necessità dei settori produttivi di disporre di molti capitali, che rendevano difficile l’inserimento di nuove imprese sul mercato e favoriva quelle già forti. A ciò è da aggiungere che le forme di monopolio ed oligopolio furono volute anche dai governi, che crearono gli strumenti legislativi ed economici che ne permisero la formazione.

I trust consistevano nella unione di diverse aziende che giungevano alla formazione di un solo organo dirigente, in modo da ottenere il controllo di un determinato settore; i cartelli, erano accordi tra diverse aziende produttrici dello stesso prodotto che miravano all’eliminazione della concorrenza. La concentrazione poteva anche riguardare singole fasi di produzione di uno stesso prodotto.
In questa fase mutò anche il rapporto tra imprese e banche e tra le imprese e la borsa che, soprattutto con la formazione delle Società per Azioni (S.p.A.) nell’età del libero scambio, erano divenute importanti istituzioni per l’economia capitalista. Il grande bisogno di capitali, necessari per uscire dalla crisi, rendeva fondamentale per l’industria attingere ai fondi di risparmio depositati dalle persone nelle banche. Per questa ragione, la più grande novità del periodo fu lo sviluppo della banca mista, che fungeva da banca commerciale (raccogliendo i depositi dei clienti) e da banca d’affari (che investivano nelle attività produttive) che, soprattutto in Germania, controllavano le stesse aziende. L’intervento delle banche nell’industria fu molto limitato in Inghilterra e limitato in Francia, ma non raggiungendo mai i livelli di investimento tedeschi. Diverso fu il caso degli Stati Uniti, dove le forme monopolistiche ed oligopolistiche di controllo del mercato riguardarono non solo il settore tecnologico, ma anche in aree non prettamente industriali: l’agricoltura; la macellazione della carne; il commercio, mentre il sistema finanziario fu fondato su una fitta rete di piccole banche locali e di grandi banche d’affari.
La crescita del potere e delle dimensioni delle imprese si accompagnò alla crescita del numero dei dipendenti, ma ciò valse solo per le imprese più forti, mentre le più deboli ed artigianali cedettero il passo ad aziende più moderne.
Il terzo punto da trattare, dopo aver considerato la riorganizzazione industriale ed il ruolo delle banche, riguarda il ruolo dello Stato che, a partire dalla “grande depressione”, intervenne in economia in modo inimmaginabile nell’epoca del libero scambio. Ma anche sotto questo aspetto vi furono differenze tra i vari paesi industrializzati. In Germania, l’intervento statale fu massiccio. Qui la fase di ingerenza del potere politico iniziò con Bismarck nel 1878, con l’attuazione del protezionismo, che segnò la fine del libero scambio. La “difesa del lavoro nazionale” venne assunta come compito del governo ed il concetto di economia nazionale divenne una parola d’ordine che unificava il popolo tedesco, cui dovevano essere subordinati i singoli interessi. In tal modo, il governo della Germania poté controllare il paese e poté utilizzare le conquiste coloniali sia per favorire l’economia, sia per ottenere nuovi territori. Dalla Germania, anche in questo caso, differivano Gran Bretagna e Francia.
La prima accettò mal volentieri la fine del libero scambio e non attuò la fusione tra economia e politica, anche se in politica estera la conquista di nuovi territori economicamente vergini in altri continenti, fu utilizzato dal governo inglese per ingrandire l’impero; nella seconda, il governo assunse un atteggiamento ambivalente: fu interventista nei rapporti con l’estero, ma passivo nell’economia interna. Negli Stati Uniti, fino alla metà dell’Ottocento l’intervento statale fu nullo, ma dall’inizio del nuovo secolo entrò in vigore una legge per la difesa della libera concorrenza dalla minaccia dei trust, che determinò l’inizio della collaborazione tra governo e settori dell’economia. Tale regolamentazione permise al capitalismo americano di avere in ambito mondiale un ruolo di primo piano.

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