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Da metà Ottocento l’espandersi dell’industrialismo portò a molti cambiamenti: l’economia europea si espanse, integrando anche i Paesi arretrati in un sistema mondiale di scambi; in tal modo l’Europa divenne un modello da imitare e il mondo fu spinto a europeizzarsi. Si aprirono nuove possibilità di consumo e si ampliarono i commerci, si svilupparono le ferrovie e il telegrafo, migliorando scambi e comunicazioni, l’ambiente venne trasformato.
Tuttavia il progresso portò anche diversi squilibri: tra Paesi industriali e arretrati, tra regioni industrializzate e agricole, tra le classi sociali (benessere per alcuni, miseria per altri).
All’origine delle difficoltà dei diversi Paesi vi era il ciclico verificarsi di crisi di sovrapproduzione (in particolare negli anni ’70), a causa dello squilibrio fra la produzione industriale in costante crescita e lo scarso potere d’acquisto (per i bassi salari) della popolazione (diversamente, nelle società preindustriali, si parlava di sottoproduzione). Essa provocò la caduta dei prezzi, perché l’offerta eccedeva la domanda e spingeva alla vendita a ogni costo, anche in perdita. Da ciò traevano vantaggio, ovviamente, le imprese più forti.

Negli anni ’70 – ’90 si sviluppò, invece, la grande depressione agraria.
- Cause: forte incremento dell’offerta di prodotti alimentari provenienti da Stati Uniti e Australia (fertilizzanti, macchine agricole) e Russia (dove la manodopera era a bassissimo costo); ritmi molto lenti della domanda di beni di consumo rispetto a quelli dell’offerta; difficoltà produttive che rallentarono i commerci e le attività finanziarie.
- Conseguenza: rilevante riduzione dei prezzi dei prodotti agricoli (cereali, carne ecc…)  disoccupazione per braccianti e contadini; emigrazione.
- Soluzioni adottate: misure di contenimento e rivitalizzazione come protezionismo (dazi doganali), modernizzazione delle tecnologie, investimenti in settori come allevamento, industrie casearie, colture specializzate.

Per far fronte a questa situazione i governi cercarono di sostenere i rispettivi prodotti nazionali abbandonando le politiche di libero scambio e ricorrendo a misure di carattere protezionistico, come l’imposizione di tariffe doganali sulle merci di importazione, prima nel settore agricolo, poi in quello industriale. Lo Stato aveva, perciò, il compito di difendere il mercato interno e di stimolarne la crescita con commesse statali e opere pubbliche. L’unica nazione in grado di mantenere una politica economica di libero scambio fu l’Inghilterra, molto più sviluppata, con diversi monopoli e disponibilità di materie prime.

Competitività e antagonismi si acuirono fra i Paesi europei, a causa del bisogno di assicurarsi materie prime e risorse, di controllare adeguati spazi di mercato, di disporre di strumenti politici e militari atti a sostenere gli interessi nazionali. Questo portò alla volontà di potenza delle nazioni, che si manifestò nella conquista di colonie, nel controllo di punti strategici nei continenti extraeuropei, nella concorrenza sfrenata fra le diverse economie nazionali, nella corsa agli armamenti.
Nuovi Paesi-guida dell’industrialismo divennero gli Stati Uniti e la Germania, che ristrutturarono e concentrarono le attività produttive, sperimentarono modi più efficienti di organizzazione del lavoro, favorirono fusioni e accordi tra imprese diverse. Grazie ai finanziamenti statali e delle banche, le imprese si ampliarono e si fusero, dando vita ai trust orizzontali, ai trust verticali, ai cartelli e, sul piano finanziario, nacquero le holding. Tuttavia non si arrivò a un monopolio perfetto, ma ad un oligopolio. Fenomeni di concentrazione diedero anche vita ai grandi magazzini e alle corporation.

Importante per l’industria, in particolare siderurgica, fu l’acciaio; ai beni strumentali si aggiunsero i beni di consumo durevoli.

Taylorismo: fondato dall’ingegnere Frederick Winslow Taylor, il taylorismo si basa su un’organizzazione scientifica del lavoro, su un accurato esame della giornata lavorativa dell’operaio, della cui attività si scomponevano gesti e funzioni, fino ad arrivare al gesto singolo. L’obiettivo era di ottenere prestazioni sempre più uniformi, qualitativamente e quantitativamente superiori (il simbolo del taylorismo era il cronometro). La forza lavoro divenne più spersonalizzata, priva di un’autentica professionalità e pertanto retribuita in modo ancor più modesto.

Henry Ford, pioniere dell’industria automobilistica, perfezionò poi questo metodo introducendo per primo nella sua fabbrica la catena di montaggio. I lavoratori erano subordinati alle macchine, il loro lavoro era automatico e ripetitivo: si parla di operaio-massa dequalificato.
Anche il mercato cambiò e divenne di massa (massa di consumatori). Stimoli a questo tipo di produzione erano anche stati dati dall’industria bellica, che ebbe molto successo negli Stati Uniti (molte materie prime e risorse, rete ferroviaria efficiente, economia agricola florida, molti spazi disponibili al popolamento, sviluppo urbano, ritmo elevato della crescita industriale, costante aumento demografico).

Molte innovazioni vi furono anche nell’ambito scientifico dell'industria chimica (elementi artificiali, coloranti, fertilizzanti, medicinali come l’aspirina, sostanze sintetiche come celluloide e dinamite); la disponibilità del petrolio portò all’invenzione del motore a scoppio e alla nascita delle prime automobili; si sviluppò l’industria meccanica (macchina da scrivere, macchina per cucire, biciclette, orologi da tasca, armi); l’energia elettrica rivoluzionò i sistemi di illuminazione, di riscaldamento e di alimentazione dei motori (-> telefono, cinema, onde radio).

Un importante ruolo di sostegno della politica industriale lo ebbero le banche miste. Si formarono istituti di grandi dimensioni che cercarono di mettere in atto un più diretto controllo sulle imprese, entrando nella proprietà e nella direzione delle imprese stesse tramite l’acquisto di azioni.
Anche lo Stato aveva un ruolo importante: se dal punto di vista politico-istituzionale i principi liberal-democratici tendevano a diffondersi e ad affermarsi, dal punto di vista economico al posto dei principi del liberalismo, del laissez-faire, si affermarono orientamenti diversi, che toglievano lo Stato dalla sua posizione “neutra” e gli assegnavano un ruolo operativo nella crescita dell’apparato industriale.

Davanti alla crisi e al crollo dei prezzi cerealicoli, i Paesi europei reagirono in maniera diversa: la Gran Bretagna modernizzò metodi e strumenti agricoli, abbandonò i terreni meno fertili, estese l’allevamento del bestiame; in Francia e Germania i ceti agrari, tutelati dalla concorrenza estera grazie al protezionismo, rivitalizzarono l’economia del settore (allevamento e industrie connesse, colture specializzate); in Italia le differenze tra le diverse aree del Paese influirono negativamente sul complesso dell’economia rurale (l’allargamento delle colture specializzate non fu sufficiente a fronteggiare la crisi dell’economia agraria meridionale; assenteismo; mancanza di lavori alternativi; scarse iniziative imprenditoriali).
La crisi accentuò il fenomeno dell’emigrazione verso gli Stati in grado di offrire maggiori possibilità di lavoro e sopravvivenza. Tra il 1871 e il 1910 emigrarono più di 30 milioni di persone. I flussi migratori che si sono susseguiti nei secoli sono stati di vario genere:
- 1620: padri pellegrini verso l’America (questione religiosa).
- 1860 – 1880: piccoli proprietari, artigiani, contadini e operai da Irlanda, Gran Bretagna e Germania cercano nuove opportunità oltreoceano perché sono tagliati fuori, ma sperano in un ritorno in patria.
- 1880 – 1920: cittadini dell’Europa orientale e meridionale lasciano le regioni più sovrappopolate, con elevata disoccupazione e scarsità di capitali, alla ricerca di un’occupazione nelle manifatture, nelle miniere, nelle campagne di Stati Uniti, Canada e Australia; poi, quando questi Stati emanano misure tese ad arginare l’immigrazione, si dirigono verso Argentina e Brasile. Molti risiederanno stabilmente nella nuova patria.
Questo fenomeno fu favorito anche dai provvedimenti legislativi che in molti Paesi europei abrogarono o attenuarono i divieti di emigrazione e dai costi relativamente bassi del viaggio per mare; in cambio, i Paesi avevano un giovamento della propria economia grazie alle rimesse di denaro inviate ai parenti e al mantenimento di un limitato numero di disoccupati.

Industrializzazione in diverse generazioni: fine 1700 (Inghilterra), primi 1800 (Francia, Belgio), metà 1800 (Stati Uniti, Germania), 1800 – 1900 (Russia, Giappone, Italia).
Russia, Italia e Giappone trovarono il mercato mondiale occupato, il tessuto artigianale e l’industria domestica che potevano fare da ponte verso l’industrializzazione erano esigui, mancavano una struttura agricola capace di accrescere la propria produttività, la disponibilità di fonti di energie o materie prime e attori sociali in grado di programmare iniziative economiche e politiche a lungo termine, le popolazioni premevano per elevare il loro tenore di vita secondo il modello dei Paesi avanzati, così aumentarono rivendicazioni salariali e proteste sociali.

Russia: nel 1861 Alessandro II attuò delle riforme per dare il via al processo di industrializzazione (tuttavia continuavano a sussistere ostilità o indifferenza negli ambienti nazionalisti, contrari al capitale straniero, e populisti). L’ostacolo maggiore era l’assenza di quadri e di manodopera qualificata, cui si cercò di sopperire con l’introduzione di tecnologie moderne importate dall’estero. Si procedette, inoltre, alla costruzione della rete ferroviaria. Lo sviluppo avvenne, grazie allo Stato e ai capitali stranieri (soprattutto francesi), tra il 1890 e il 1900; tuttavia il governo abbandonò l’agricoltura, attento solo a che si realizzasse la conversione dei pascoli in colture cerealicole, così aumentò la pressione fiscale sui contadini, colpiti anche dalla compressione dei consumi, causati dalla crescita demografica e dalla consistente esportazione di grano. Dopo un arresto, lo sviluppo riprese con le riforme del ministro Stolypin, che voleva liberare i contadini dai vincoli che avevano con le comunità di villaggio (mir), creando una classe di piccoli proprietari terrieri e, nello stesso tempo, mettendo a disposizione dell’industria una più abbondante manodopera.

Il Giappone: la restaurazione Meiji (governo illuminato) pose fine al regime feudale nel 1868, esautorando il governatore militare (shogun) e l’aristocrazia militare-fondiaria (daimyo) e restaurando il potere dell’imperatore. Iniziarono così grandi trasformazioni civili ed economiche: uguaglianza dei cittadini, fine dei diritti signorili, parlamento nazionale, istruzione elementare, riorganizzazione di burocrazia, fisco ed esercito; sviluppo di infrastrutture, industria ed esportazioni. Il Giappone degli ultimi decenni del secolo passò da un sistema quasi feudale a un sistema moderno e industriale grazie alle iniziative della sua classe dirigente, che rinunciò ai propri antichi privilegi per trasformarsi in un ceto imprenditoriale e finanziario. Assunse così una propria struttura industriale: rete ferroviaria, acciaierie e cantieri navali, produzione tessile, industria idroelettrica. Tuttavia mancavano uomini e mezzi per organizzare in maniera efficiente larghe masse di lavoratori e per lungo tempo la società giapponese rimase in uno stato di semi-industrializzazione.
Nazionalismo -> Imperialismo -> Colonialismo
Imperialismo: gli Stati si posero alla ricerca di domini d’oltremare per:
- Fattori economici e sociali: ricerca di spazi per attenuare la disoccupazione e l’emigrazione; ricerca di materie prime; ricerca di nuovi mercati (per smaltire la sovrapproduzione e per investimenti).
- Fattori ideologici: nazionalismo; razzismo, xenofobia, antisemitismo; darwinismo sociale (missione civilizzatrice).
- Fattori politici: creazione di veri e propri imperi coloniali in riferimento alla madrepatria.

Le mete principali dell'imperialismo furono l’Asia meridionale e l’Africa: le realtà locali di queste regioni vennero trasformate, le produzioni furono asservite alle esigenze di un mercato che aveva ambizioni planetarie, le tradizioni e le culture furono sacrificate in nome di un mondo e di una civiltà che si consideravano superiori e come tali ritenevano di dover portare alle civiltà considerate “inferiori” il loro patrimonio di valori, conoscenze e tecniche, senza sottrarsi a quello che lo scrittore inglese Rudyard Kipling chiamò il “fardello dell’uomo bianco” (“the white man’s burden”), ossia il compito dell’uomo occidentale di “educare” le altre civiltà. Era un modo per giustificare il colonialismo con la necessità di diffondere nel mondo gli aspetti più avanzati dello sviluppo occidentale. L’imperialismo fu nei fatti una politica di potenza che coinvolse tutti gli Stati industrializzati. Meta privilegiata era l’Africa: la sua colonizzazione venne facilitata dall’assenza di Stati con governi e strutture stabili. Essa si presentò agli europei come un immenso territorio abitato da tribù che non conoscevano leggi scritte, né alcuna forma di organizzazione statale. L’Africa fu portata in breve tempo dalla fame al sottosviluppo. La Tunisia e l’Egitto, dipendenti formalmente dall’Impero ottomano, in pratica erano sottoposti all’autorità del governatore di Tunisi e del viceré d’Egitto, che, volendo modernizzare i loro Paesi, si erano indebitati con le banche francesi e inglesi, aumentando la pressione fiscale e provocando un forte malcontento popolare. Approfittando di ciò, gli inglesi si impossessarono dell’Egitto, i francesi della Tunisia, oltre che dell’Algeria, del Senegal e di molte regioni nell’Africa occidentale ed equatoriale.

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