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L’italia nel ventennio fascista: politica interna e politica estera

Per cercare di ottenere il potere, il fascismo tentò di controllare ogni aspetto della vita dei cittadini anche grazie ai mezzi di comunicazione che contribuirono a diffondere un’idea rassicurante del totalitarismo. Nel 1937, si formarono diversi gruppi giovanili: i Balilli (ragazzi dai 6 ai 14 anni), le piccole italiane (le ragazze) e il G.U.F. (gruppo universitario fascista).
Anche la scuola fu sottoposta al controllo fascista. Tra le materie insegnate l’educazione fisica aveva un ruolo importante, infatti, secondo il fascismo non solo contribuiva a formare un buon fisico, ma abituava alla disciplina e all’obbedienza.

Per ottenere il consenso dei lavoratori, il fascismo diede vita ad una fitta rete di circoli del dopolavoro, dove i lavoratori potevano dedicarsi alle attività ricreative e nel contempo venivano influenzati dalla propaganda del regime. Per l’assistenza alle madri ed ai bambini, fu creato l’O.N.M.I. (Opera Nazionale Maternità e Infanzia). Mussolini voleva una popolazione numerosa, pronta a servire la patria. Per questo, le famiglie con molti figli venivano premiate, ricevevano soldi e per i bambini venivano organizzate colonie al mare o in montagna. Ciò nonostante il fascismo non fu approvato da tutta la popolazione; il dissenso era considerato un reato contro lo Stato, infatti, gli antifascisti furono condannati al carcere, assassinati o costretti ad abbandonare l’Italia.
Le forze antifasciste erano molto diverse fra loro, ciò rese difficile la loro unificazione, indispensabile per abbattere il regime. Furono antifascisti uomini appartenenti alla tradizione liberale come Benedetto Croce, Luigi Albertini, Giolitti e Nitti, affiancati dai democratici, i quali, appoggiati dal movimento Giustizia e Libertà, sostenevano che solo la collaborazione fra la classe operaia e la borghesia avrebbe sconfitto il fascismo; furono antifascisti anche alcuni esponenti cattolici del disciolto partito popolare, esponenti del Partito socialista e del Partito comunista. Mussolini era convinto che superare il conflitto tra Stato e Chiesa gli avrebbe garantito una grande popolarità tra gli italiani. Per questo, l’11 febbraio 1929, siglò con il cardinale Gaspari, i Patti Lateranensi, chiamati così perché firmati nel palazzo del Laterano. Essi prevedevano:
• La sovranità della Chiesa sullo Stato indipendente della Città del Vaticano;
• Il Cattolicesimo come unica religione da insegnare nelle scuole pubbliche;
• Il matrimonio religioso equivalente a quello civile. In cambio Il Vaticano riconosceva il Regno d’Italia e la sua capitale, Roma.
Per non perdere l’appoggio degli industriali e dei proprietari terrieri, inizialmente, Mussolini favorì l’iniziativa privata ed il libero mercato. Nel 1926, però, per l’esigenza di affrontare vari problemi come la perdita di valore della lira nei confronti delle altre monete, lo Stato iniziò a intervenire sempre più pesantemente nella vita economica. Per arrestare questa svalutazione si cercò di limitare le importazioni soprattutto di grano. Iniziava la cosiddetta politica autarchica, l’Italia cioè doveva essere in grado di produrre tutto ciò di cui aveva bisogno senza dipendere dalle importazioni dall’estero. Ciò non fece altro che indebolire l’economia del Paese.
Lo Stato intervenne anche nei confronti delle banche e delle industrie. Nel 1931, venne creato l’IMI, (Istituto Mobiliare italiano), che aveva il compito di sostituire le banche in crisi, nel finanziamento alle industrie e nel 1933 l’IRI (Istituto per la Ricostruzione industriale) che poteva utilizzare le risorse dello Stato per acquistare le azioni delle industrie in crisi. I lavoratori non avevano più armi, per affrontare questa situazione, infatti, gli scioperi e i sindacati liberi erano stati aboliti nel 1926. Secondo Mussolini, i datori di lavoro e gli operai dovevano collaborare per difendere gli interessi della nazione. Questa posizione venne chiamata corporativismo perché realizzata da organizzazioni composte da lavoratori ed imprenditori appartenenti allo stesso settore economico che dovevano affrontare e risolvere tutti i problemi collaborando.
La politica estera di Mussolini fu aggressiva in quanto il fascismo voleva imporre la supremazia dell’Italia sulle altre potenze europee, e colonialista perché voleva conquistare nuove colonie. Per Mussolini, l’espansione coloniale era necessaria perché avrebbe dato prestigio all’Italia e risolto il grave problema della disoccupazione. Il primo obiettivo del progetto fascista fu l’Etiopia, un Paese indipendente membro della Società delle Nazioni. L’invasione coloniale ebbe inizio nell’ottobre del 1935 e, nonostante i provvedimenti presi dalla Società delle Nazioni, fu conquistata in breve tempo. La conquista dell’Etiopia, però, non portò a nessuno dei vantaggi sperati da Mussolini perché era un Paese povero di risorse naturali e inadatto all’agricoltura, ma fu un grande successo dal punto di vista politico.
La guerra d’Etiopia favorì l’avvicinamento di Mussolini a Hitler, dittatore nazista della Germania, che appoggiò la conquista coloniale dell’Italia con rifornimenti di armi e materie prime. Nell’ottobre del 1936 le due nazioni firmarono un patto di amicizia: l’asse Roma-Berlino. La conseguenza più grave dell’alleanza tra Mussolini e Hitler fu l’introduzione in Italia di leggi razziali contro gli ebrei ai quali si vietava il matrimonio misto (tra ebrei e non ebrei), di frequentare le scuole pubbliche ed il servizio militare. Il legame tra i due dittatori fu rafforzato nel 1939 con il Patto d’acciaio con il quale le due nazioni si impegnavano ad aiutarsi reciprocamente in caso di guerra. Stipulando questa alleanza, Mussolini mise il destino dell’Italia nelle mani di Hitler.
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