Ominide 654 punti

Il caso italiano: dallo Stato liberale al fascismo

Nel Primo dopoguerra l'Italia aveva una situazione economica simile al resto d'Europa. Le caratteristiche comuni erano: la difficoltà di riconvertire la produzione industriale da quella necessaria per le condizioni di guerra alle esigenze a tempo di pace, la disoccupazione legata al ridimensionamento degli impianti operai e l'immissione nel mondo del lavoro dei reduci, le tensioni sociali in città e in campagna, l'inflazione con l'erosione del potere d'acquisto della piccola borghesia e di tutti coloro che avevano un reddito fisso. La piccola borghesia soffriva, perché avvertiva il proprio ruolo sociale come declinante dal momento che la classe operaia riusciva a difendere il proprio potere d'acquisto attraverso le lotte ed era una classe protagonista nella società. Questo causò un accumulo di frustrazioni nella borghesia italiana che che culmineranno nell'adesione al fascismo. Sul piano economico, negli anni della guerra le imprese italiane avevano aumentato la produzione ed esteso i loro campi di attività anche in collocazioni distanti, il tutto in un contesto di mercato protetto, perché lo stato era il principale committente dell'industria e regolatore della produzione di mercato. Così le imprese operavano monopolisticamente, senza concorrenza.

Le esigenze di finanziamento avevano portato ad un ulteriore sviluppo di interconnessioni con le banche e di ciò furono protagoniste le quattro banche più importanti in Italia: banca di Roma, di Sconto, la banca commerciale (Comit) e il Credito Italiano. La concentrazione del monopolio era favorevole solo al triangolo industriale e ciò aggravava il divario tra nord e sud. A questo si aggiungeva la politica isolazionistica degli Stati Uniti da un punto di vista etnico e ideologico, non permettendo l'emigrazione. Nelle campagne del sud i contadini richiedevano che fossero loro assegnati i territori promessi in guerra che in realtà non furono assegnati. I contadini reagirono con occupazioni della terra coordinate dalle cooperative rosse, guidate dai socialisti, e da quelle bianche, guidate dai cattolici con a capo Miglioli. Questa mobilitazione riguardò anche i braccianti, soprattutto nell'area padana, che, guidati dal sindacalismo sia bianco che rosso, richiedevano condizioni lavorative migliori.
Queste agitazioni furono oggetto della riflessione socialista e di Antonio Gramsci, giovane sardo che faceva parte della fazione comunista del PSI. Egli svolge un'analisi originale, riprendendo le posizioni di Lenin per quanto riguarda la cooperazione tra contadini e operai per creare un fronte progressista, senza trascurare la centralità della questione meridionale. Lotte contadine, bracciantili e operaie culminarono nel 1920 con l'occupazione delle fabbriche. La storiografia, quella più ostile alle interpretazioni di sinistra, ha ritenuto che la nascita del fascismo sia legata a questa stagione di lotte prolungate, quando la Sinistra e il partito Comunista, non riuscendo a trovare uno sbocco rivoluzionario, crearono una condizione di alleanza tra gruppi sociali più conservatori che però finisce con l'alimentare il sostegno al fascismo. L'affermazione del fascismo sarebbe una risposta alla violenza della Sinistra. Questa posizione è simile a quella di Ernest Nolte, nella cui opera scrive che il nazismo è una reazione alla paura che il potere bolscevico si estendesse in Occidente.
Nel disordine del dopoguerra si inserisce la nascita dei fasci di combattimento, fondati da Mussolini nel 1919 in un'assemblea tenutasi a San Sepolcro a Milano. Quest'iniziativa politica reca le tracce dei trascorsi di Mussolini, perché il programma del 1919 prevedeva misure importanti in campo sociale: forme di cogestione fra le imprese, polemica contro gli speculatori e i capitalisti arricchiti ed era schierato a favore della repubblica (avversione verso la monarchia). Ma vi era un antisocialismo violento nei toni e nelle pratiche: si accompagnarono atti squadristi di violenza contro le amministrazioni comunali socialiste. Vi fu l'incontro con il nazionalismo, i cui esponenti erano i reduci, in quanto il fascismo esaltava la guerra combattuta per la patria e il valore di atti di eroismo. Il problema dei reduci è legato alla vicenda di Fiume: vi era il mito della "vittoria mutilata". Fiume non era italiana, ma la città si pronunciò a favore dell'unione con l'Italia.
Dopo le trattative di pace, Orlando si dimise e il suo successore fu Nitti, un esponente del liberismo riformista. Egli era convinto che il futuro economico dell'Italia fosse legato soprattutto alla modernizzazione delle infrastrutture. Tuttavia si rivelò poco risoluto in relazione soprattutto all'occupazione dei legionari di Fiume. La vicenda fu risolta dopo un anno dal nuovo presidente Giolitti che concluse il trattato di Rapallo che prevedeva di dichiarare Fiume una città libera. D'Annunzio si rifiutò di consentire quest'accordo e Fiume fu sgomberata dall'esercito. Giolitti salì al governo dopo le elezioni del 1919 che furono le prime a tenersi con lo scrutinio di lista con sistema proporzionale. Prima si votava attraverso piccole circoscrizioni elettorali che esprimevano una sola preferenza. Era un notabile che doveva manovrare un elettorato molto ristretto e i suoi clientes in modo da ottenere l'elezione. Questo meccanismo si complicò con l'elezione universale: con lo scrutinio di lista si ebbero collegi elettorali molto più ampi che eleggevano più parlamentari e i seggi erano distribuiti in base al numero di voti ottenuti. Il sistema proporzionale con il suffragio universale favoriva i partiti di massa, in Italia quello socialista. Nel 1919 nacque pure il Partito popolare, formato da cattolici e guidato da don Luigi Sturzo. Fu un partito interclassista, che proponeva una riforma agraria e un progetto di decentramento, riconosceva l'autonomia degli enti locali e la loro centralità nel sistema istituzionale. Nel Partito popolare convivevano orientamenti politici diversi: alcuni democratici e progressisti, altri più conservatori o reazionari. Questa compresenza durò fino agli anni Venti, poi presero più forza le posizioni conservatrici e si scelse il fascismo.
I socialisti erano divisi in riformisti e massimalisti, a cui si aggiunse la componente comunista, i cui leader erano Togliatti, Gramsci, Tasca e Terracini che volevano seguire il modello sovietico. Le elezioni del 1919 diedero un risultato positivo per i partiti di massa: quello socialista e quello popolare. Le liste dei liberali ebbero un risultato minimo, circa 250 seggi, e venne a crearsi una situazione tripolare, nella quale i liberali potevano governare solo perché non c'era accordo tra socialisti e popolari. La piega verso l'egemonia della destra si ebbe in Italia, perché le forze progressiste esclusero qualsiasi ipotesi di accordo. Uno degli episodi cruciali fu la vicenda dell'occupazione delle fabbriche che si ebbe nel settembre del 1920 nel triangolo industriale. Da tempo gli operai si battevano per ottenere salari più alti e condizioni di lavoro migliori; così i proprietari decisero di fare la "serrata", ovvero la chiusura forzata delle fabbriche. Il fronte capitalista chiese al governo di intervenire per ristabilire l'ordine; Giolitti ritenne che il governo non dovesse schierarsi nei conflitti economici e quindi la situazione rimase la stessa per alcune settimane, vissuta dai borghesi e operai come pre-rivoluzionaria.
Alcune sezioni del partito socialista e del sindacato (CGIL) pensavano che l'occupazione fosse la premessa della rivoluzione socialista. Quando l'occupazione terminò, ambedue i fronti rimasero delusi e ne ricavarono delle vicende decisive: la borghesia capitalista italiana riteneva che le classi liberali dirigenti fossero incapaci di difendere gli interessi dei borghesi e cercò nuovi interlocutori politici, come Mussolini, che riconvertì il partito in protezione a padronato. I comunisti pensarono che non solo i riformisti, ma neanche i massimalisti sarebbero stati in grado di fare la rivoluzione (fraseologia rivoluzionaria); così decisero di fare un partito a sé. Nel gennaio del 1921 nel Congresso del Partito socialista a Livorno, la componente comunista si staccò e fondò il Partito comunista d'Italia, considerato una seziona nazionale italiana di quella internazionale russa. Questo atto divise le forze di sinistra in Italia e contribuì ad agevolare la nascita dell'affermazione del fascismo.
Il Biennio rosso si era esaurito con l'occupazione delle fabbriche che radicalizzò la borghesia italiana e i comunisti. Nel 1921 la situazione economica peggiorò: l'Ilva, l'Ansaldo e altre fabbriche importanti furono costrette a ridimensionarsi. Questo comportò un aumento della disoccupazione e della combattività operaia. Giolitti, mentre in passato aveva introdotto provvedimenti che favorivano la classe operaia e colpivano la borghesia, come ad esempio l'abolizione della nominatività dei titoli azionari (chi acquistava azioni doveva dichiararne il possesso in modo da poter essere tassato), aumentò delle tariffe doganali. Di fronte alla sfiducia della borghesia, Mussolini intuì che c'era spazio per la sua politica, cosicché trasformò il movimento dei fasci in Partito Nazionale Fascista e ne riorientò il programma in senso conservatore, filocapitalistico e filomonarchico. L'elemento caratteristico fu lo scatenarsi di una campagna di violenze contro i socialisti e i cattolici, condotta inizialmente a supporto degli agrari della Padania (che volevano sconfiggere i movimenti bracciantili), ma si rivolsero anche contro le amministrazioni comunali della sinistra di quei luoghi. Queste violenze corrispondevano ad atti di violenza esercitati anche dalle organizzazioni di sinistra.
L'atteggiamento delle altre forze politiche verso il fascismo fu morbido: i liberali sostenevano che il fascismo potesse ridimensionare il potere della sinistra, convinti che poi avrebbero potuto assorbire il fascismo. In realtà accadde il contrario. Quest'equivoco si ripeterà a livello internazionale: diverse Nazioni pensarono che il fascismo potesse essere utilizzato come argine per il comunismo e per molto tempo supportarono il militarismo di Hitler (una di queste figure compiacenti fu Churchill). Un atteggiamento favorevole al nazismo fu quello dei cattolici e di Pio XI che auspicò un incontro del Partito popolare con il fascismo. Questo rapporto si completerà con la stipula dei Patti Lateranensi che chiudevano definitivamente la Questione romana; Sturzo fu esiliato dal Partito Popolare. Molti settori della piccola e medio borghesia erano a favore del fascismo. Secondo un'importante interpretazione di Salvatorelli, il fascismo avrebbe la sua base nelle frustrazioni della piccola e medio borghesia, che trovava consolazione nei progetti dei fascismo. Molto del suo successo si dovette alle divisioni delle sinistre: il Partito socialista si era diviso in tre tronconi tra il 1921 e il 1922, prima i comunisti e poi i riformisti di Turati e di Matteotti, che nel 1923 crearono il Partito socialista unitario (PSU). Questo avvenne per appoggiare i governi liberali nati nel 1922. Giolitti si era dimesso dopo le elezioni del 1921 e in Parlamento furono eletti alcuni deputati fascisti. I riformisti decisero di appoggiare i governi liberali, costituiti da personaggi con scarsa capacità di incidere nella vita politica del paese (come Facta).
Il pericolo dell'affermazione del fascismo fu colto dalla sinistra che tentò di reagire con uno sciopero legislativo contro le violenze del fascismo l'1 agosto del 1922. Lo sciopero però non diede alcun effetto positivo, infatti, Mussolini preparò ad ottobre la Marcia su Roma.
I fascisti non erano a Roma, ma in varie località dell'Italia centrale. Il presidente del Consiglio, Facta, benché dimissionario, chiese al re di proclamare lo stato d'assedio per bloccare i fascisti. Tuttavia il re si convinse che l'inefficacia dei liberali era troppo avanzata e che Mussolini avrebbe stabilizzato il sistema, per cui non solo rifiutò di firmare lo stato d'assedio, ma incaricò Mussolini di formare un nuovo governo il 28 ottobre del 1922. Il primo governo fu di coalizione e vi parteciparono i liberali, alcuni popolari e diversi altri esponenti. Praticherà un'economia liberale con un clima autoritario dopo le elezioni del 1924.
La prima fase del governo Mussolini in campo economico fu ispirata al liberismo ed ebbe come artefice il ministro De Stefani. Incontrò una fase di ripresa economica nazionale che andò a vantaggio della borghesia imprenditoriale a cui Mussolini concesse diverse agevolazioni spostando la tassazione sui consumi e comprimendo redditi operai e contadini. Il Parlamento fu ridimensionato e furono istituiti organi politici paralleli, come il Gran consiglio del fascismo. Mussolini formò la milizia volontaria per la sicurezza nazionale che svolgeva funzioni di difesa del regime: era l'organizzazione delle squadre fasciste in forma riconosciuta. L'espressione del fascismo durò fino alla metà degli anni Venti fino a quando vi fu una svolta a causa di un peggioramento della situazione economica internazionale con la battaglia del grano, per incrementare la produzione del grano, con la bonifica delle zone paludose (promossa da Nitti) e con la rivalutazione della lira con la quota 90 (90 lire corrispondevano ad una sterlina). Il regime si era ormai assestato su caratteri autoritari in seguito ai risultati delle elezioni del 1924 che si svolsero sulla base della legge elettorale Acerbo: essa stabiliva che il partito o la coalizione che avesse vinto le elezioni con almeno il 25% dei voti, avrebbe ricevuto i 2/3 dei seggi in Parlamento.
Mussolini firmò le liste di coalizione con i popolari, i cattolici e altri (i listoni). La campagna elettorale fu segnata da violenze e brogli, denunciati da Giacomo Matteotti, leader dei riformisti. Matteotti fu rapito da sicari e accoltellato. Non è stato chiarito se Mussolini abbia dato l'ordine di uccidere Matteotti o siano stati i sicari ad agire per conto loro. Il rapimento di Matteotti suscitò grande scalpore e i deputati dell'opposizione decisero di non partecipare alle sedute parlamentari fino a quando non si fosse ristabilita la legalità (protesta dell'Aventino). Sembrò che il rapporto di Mussolini con il paese si fosse incrinato, tuttavia gli aventiniani non furono incisivi nei loro atti politici. Così la monarchia coprì Mussolini che riprese l'iniziativa politica all'inizio del 1925 con un famoso discorso, in cui rivendicò la propria responsabilità politica e morale per quanto successo.
E' considerato l'atto di nascita della dittatura e venne seguito, nel corso del 1926, dalle leggi fascistissime che consolidarono il partito fino al 1943.
Una prima iniziativa della dittatura, in ambito giudiziario, fu rappresentata dalla definizione di nuovi codici fatta da Alfredo Rocco; il Codice Rocco rimase in vigore fino agli anni Settanta. Vennero emanati dei decreti che ridussero la libertà e i diritti civili, come la limitazione della libertà di stampa, così come furono ritenuti decaduti i parlamentari della protesta dell'Aventino e fu ridotta l'attività politica. Mussolini divenne ministro della guerra, degli Interni e degli Esteri. Il governo assunse funzioni di iniziativa legislativa e le amministrazioni locali furono ridisegnate: furono introdotti i potestà e il prefetto era il maggiore esponente provinciale del governo, in contrasto con quello federale. Vennero perseguitati gli oppositori politici e fu istituito un tribunale speciale che aveva il compito di giudicare le avversioni politiche; questo condannò al carcere Gramsci per dieci anni. Molti furono mandati al confino, altri scelsero l'esilio (fuoriuscitismo), opponendosi dall'estero.
In campo sindacale, vi furono diversi provvedimenti: nel 1925 il patto di Palazzo Vidoni si stabiliva che le Istituzioni datoriali dovessero firmare accordi solo con i fascisti, che i sindacati dovessero essere posti sotto il controllo del governo e dei datori di lavoro. Ciò avrebbe comportato una revisione del Parlamento, divenuto fascista (Camera dei fasci e corporazioni negli anni Trenta). Un altro provvedimento fu la Carta del lavoro che subordinava il ruolo delle classi lavoratrici a quello delle classi padronali. Vi fu poi la rivalutazione della lira: si era riaccesa l'inflazione che erodeva il potere d'acquisto dei ceti medi. Mussolini stabilì il rapporto di cambio tra lira e sterlina a 90. Ciò danneggiava le esportazioni, perché più costose per i Paesi stranieri. Vi si accompagnò una svolta protezionistica, rappresentata dal passaggio dal liberismo al protezionismo di De Stefani e Volpi.
Questa misura servì a due obiettivi politici anche se in campo economico fu dannoso, perché fece chiudere molte imprese. Tuttavia servì a Mussolini per rassicurare la piccola e la media borghesia e per dimostrare che era lui a tenere in mano le redini della situazione. In questi anni Mussolini coniò il termine di totalitarismo in riferimento allo Stato: non si tratta soltanto di una dittatura, ma è uno Stato che vuole la mobilitazione totale delle coscienze degli individui e colonizzare il privato. Per quanto riguarda il carattere totalitario del fascismo, si è ritenuto che il progetto di Mussolini non sia stato pienamente realizzato e che si parli dunque di totalitarismo imperfetto, perché alle prese del fascismo sarebbero sfuggiti alcuni ambiti sociali: le élites economiche, che privatizzarono i profitti; la Chiesa, che manteneva i propri spazi; l'esercito, i cui vertici mantennero la propria autonomia; e la Corona che, benché complice del fascismo, alla fine sarà l'artefice della caduta del fascismo. Tale teoria fu criticata e decadde, e il fascismo è tuttora considerato come un regime totalitario. Mussolini non riuscì però a creare l'uomo fascista per eccellenza perché "governare gli italiani era inutile".

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email
Consigliato per te
Maturità 2018: date, orario e guida alle prove