IL CASO ITALIANO: DALLO STATO LIBERALE AL FASCISMO

DIFFICOLTA’ ECONOMICHE NEL PRIMO DOPOGUERRA
Il periodo postbellico per l’Italia fu difficile nonostante vinse la guerra, poiché la guerra stessa aveva alimentato lo scontro sociale tra Nord e Sud, così da far indebolire lo stato liberale fino all’affermarsi di un nuovo regime autoritario. Non solo le lotte sociali, ma anche disoccupazione, inflazione, riconversione produttiva, contribuirono alla crisi italiana. La guerra aveva rafforzato il settore industriale, i dipendenti della Fiat per esempio aumentarono da 4300 a 40000, e questo processo avvenne in maniera speculativa, nel senso che i grandi industriali impiegavano ingenti risorse finanziarie per sostenere gli investimenti contando sulla protezione dello stato, e delle banche che estesero il controllo sulla rete industriale, di fatti si infittì l’intreccio di gruppi monopolistici di banche (Banca commerciale, Credito italiano, Banca di sconto e Banco di Roma).
L’intervento dello Stato nell’economia calmò la concorrenza tra le industrie, poiché era lo stesso stato che decideva degli approvvigionamenti, prezzi, importazioni.. dunque la guerra portò a un sistema capitalistico monopolistico con a capo lo stato, tutto ciò incremento la produzione industriale, ma anche le rivalità tra Nord e Sud, poiché nel Nord vi era il triangolo industriale Milano-Torino-Genova, mentre nel Sud ai contadini venivano sottratti investimenti per finanziare le industrie, per cui la loro unica possibilità era emigrare, ma nel 1917 non vi era neanche più questa possibilità poiché il governo americano approvò provvedimenti per ridurre l’immigrazione.
Inoltre la questione meridionale era aggravata dalle promesse, non mantenute, del generale Diaz, che prevedevano una distribuzione delle terre al termine della guerra. Così i contadini occupano i latifondi ma lo stato restò inerte, solo Gramsci e alcuni intellettuali capirono la centralità del problema: i contadini dovevano essere inclusi nella vita collettiva, non emarginati, poiché lasciati a se stessi potrebbero dare vita a una rivoluzione.

IL BIENNIO ROSSO IN ITALIA
Con la conclusione del conflitto le produzioni industriali calarono a picco, poiché gli italiani erano troppo poveri per garantire un livello di consumo in grado di alimentare le industrie, così la disoccupazione aumentò, vi fu l’inflazione, e il crollo della lira.
Per cui vi fu un ciclo di lotte operaie che chiedevano la giornata lavorativa di 8 ore, aumenti salariali, condizioni migliori, e riconoscimenti delle commissioni interne ossia gli organi di rappresentanza dei lavoratori nelle fabbriche. Gli operai ottennero la giornata lavorativa di 8 ore e riuscirono a tutelare il proprio potere di acquisto. Queste lotte avevano un fine economico ma anche politico, infatti in esso confluirono aspetti del comunismo russo, in molti casi sorsero dei soviet..

L’inflazione oltre a colpire operai e contadini colpiva anche la piccola e media borghesia, poiché i loro salari divennero più bassi e la svalutazione della moneta portò alla conseguenza della svalutazione dei loro titoli di stato accumulati. La situazione economica della piccola borghesia li avvicinava al proletariato, ritenuto inferiore, così essa si schiera contro gli operai, i quali minacciavano anche i loro privilegi, e inoltre contro la grande borghesia dei “pescicani”, avidi e avari, che speculando sulle commesse statali o sulla penuria di beni avevano accumulato ricchezze.
Il rappresentante più importante del ceto medio fu Mussolini che fondò a Milano il Movimento dei Fasci di combattimento che intendeva unire varie correnti di opposizione composte prevalentemente da ufficiali e sottufficiali delusi e strati dei ceti medi in crisi, il principale obbiettivo era indebolire il movimento operaio, facendo uso della violenza, similmente al Nazionalismo.
Per quanto riguarda i nazionalisti, essi denunciano i deludenti risultati degli accordi di Versailles, per la mancata annessione della Dalmazia, per la questione della città di Fiume che non era nel patto di Londra ma si era dichiarata italiana. Così nacque il mito della “vittoria mutilata”, contro lo stato liberale accusato di non far prevalere i diritti della nazione, queste tensioni portarono alle dimissioni del governo Orlando incapace di affrontare il conflitto sociale, e neanche il nuovo governo Nitti fu in grado di trovare soluzioni. Quando un accordo dichiarò Fiume città libera i nazionalisti si scagliarono contro il governo, D’Annunzio occupò la città per più di un anno, e il governo, debole, non intervenne. Solo con il trattato di Rapallo Fiume fu dichiarata città libera.
Nacque il Partito popolare italiano (Ppi) fondato da Sturzo, esponente del cattolicesimo democratico italiano, il quale aveva l’intento di raccogliere adesione di cattolici per costruire una nuova forza politica, interclassista, ossia ci poteva essere la collaborazione di più classi. Il Ppi ottenne adesioni nelle campagne, tra i coloni, artigiani, operai, nelle aree meno industrializzate dove vi era maggior influenza dei parroci. Il Ppi voleva il rispetto per la proprietà privata, e lo sviluppo della solidarietà sociale, equa distribuzione della terra e redditi. Sul piano istituzionale voleva il decentramento amministrativo e maggiore autonomia degli enti locali. Ma con l’avvento del nuovo papa Pio XI il Ppi perse la sua influenza sul mondo cattolico.
Le elezioni del 1919 si svolgono secondo il nuovo sistema proporzionale ossia secondo l’elezione di più candidati in ciascun collegio in proporzione al numero dei voti, per cui il Partito liberale non riuscì a raccogliere l’appoggio di un manipolo di elettori per cui Partito socialista e Partito popolare ne escono vittoriosi, ma l’equilibrio ancora si deve raggiungere poiché nessuna delle tre principali formazioni politiche era in grado di governare da sola e non intendeva allearsi con una delle altre due, solo Giolitti sembrava in grado di riprodurre un compromesso tra borghesia e classi lavoratrici ma non ottenne il consenso dei socialisti e del partito popolare.
La crisi aumentava e gli operai dell’Alfa Romeo occuparono la fabbrica, nel giro di pochi giorni i lavoratori occuparono le fabbriche del triangolo industriale soprattutto a Torino perché c’erano più industrie e anche perché qui operava il gruppo dell’ ”Ordine Nuovo” in cui oltre a Gramsci, anche altri intellettuali vedevano i lavoratori come uno strumento di conquista del potere, ma l’occupazione fallisce per le incertezze del gruppo dirigente socialista. L’accordo che pose fine all’occupazione delle fabbriche prevedeva aumenti salariali e forme di controllo operaio, ma gli industriali rifiutano il compromesso con gli operai e vedevano le pretese dei lavoratori alla base del disordine sociale per cui abbandonarono il riformismo moderato di Giolitti credendo più nel nuovo movimento fascista con forze armate.
Il Psi, si vede diviso da massimalisti e riformisti, che sono in contrasto tra loro per cui erano in crisi, così lo squadrismo fascista prende il sopravvento prendendo d’assalto il municipio di Bologna, Ferrara, un movimento che porterà al potere del fascismo.

L’AVVENTO DEL FASCISMO
Fino al 1920 l’espansione industriale era riuscita ad aumentare grazie all’appoggio dello stato, banche e all’inflazione, nel 1921 però le maggiori industrie come L’Ilva e l’Ansaldo entrano in crisi, portando alla crisi anche le banche che le avevano finanziate, e provocando un enorme numero di disoccupati, tutto ciò indebolì la forza rivendicativa del proletariato operaio poiché ora era propenso ad accettare qualsiasi condizione di lavoro, per cui i rapporti tra le classi favoreggiavano la borghesia, il governo Giolitti iniziò ad abolire il prezzo politico del pane e il sistema annonario fondato sui calmieri di beni di prima necessità.
Così Mussolini tende a seguire un filone conservatore e trasforma il Movimento fascista in Partito nazionale fascista (Pnf), tuttavia il Pnf seguiva ancora una politica violenta contro il movimento operaio per cui potenziò le sue squadre d’azione e intensificò le spedizioni punitive contro gli operai. Le campagne più delle città furono teatri di queste azioni poiché le squadre armate fasciste erano supportate dagli agrari.

Non solo erano supportate da agrari ma avevano anche l’appoggio delle forze liberali che però non condividevano le loro azioni, volevano solo utilizzarle contro il movimento operaio, anche i socialisti come i liberali esitano a contrapporsi all’avanzata del fascismo, il partito socialista infatti era molto debole, poiché vi era al suo interno la maggioranza massimalista, che ostacolava riforme del movimento liberale e quindi impediva la possibilità di organizzare un vasto fronte antifascista.
Così il partito socialista, rivelando la sua debolezza, ha delle contraddizioni interne, è spaccato da massimalisti e riformisti, così dal partito socialista si distaccano il partito

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