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L’italia nel secondo dopoguerra dalla proclamazione della Repubblica agli anni del Centro-Sinistra

Bilancio della sconfitta:
Nelle prime ore dell’8 maggio 1945 tutte le campane delle chiese d’Italia suonarono ininterrottamente per annunciare la fine del conflitto che aveva straziato l’Italia e il mondo intero. L’Italia ne era uscita dopo 5 anni di sofferenza e lutti: la popolazione era stata decimata dai continui bombardamenti, le città distrutte, i cittadini maschi giovani e vecchi in molti erano partiti per il fronte e altrettanti non erano più ritornati. Le ferrovie erano dissestate, la produzione industriale ridotta ad un terzo di quella anteguerra, l’agricoltura non bastava per soddisfare il fabbisogno nazionale tanto che il costo della vita aumentò rapidamente di quasi 25 volte. In tale contesto di fame e miseria si alimentò il mercato nero e il contrabbando alimentando la Mafia in sicilia e la Camorra a Napoli.

I primi governi dell’Italia Libera: Bonomi(44-45) Parri(45) De Gasperi(45-46)
Il 5 giugno 1944 sappiamo che il re Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto I mentre alla riunificazione delle due “italie” (quella in mano al CLN e quella di Salò) il maresciallo Badoglio presentò le dimissioni per il governo da lui presieduto. Fu messo a capo del governo provvisorio il socialista riformista Ivanoe Bonomi il cui atto più importante fu quello di aver stabilito che a guerra vinta tutti i cittadini italiani maschi e femmine aventi 21 anni sarebbero stati chiamati alle urne per decidere la forma di governo (la scelta era tra Repubblica o Monarchia). Inoltre avrebbero dovuto eleggere una assemblea costituente il cui compito era quello di elaborare una nuova Costituzione che sarebbe subentrata allo statuto Albertino del 1848. Nel giugno 1945 il ministero fu affidato ad un “uomo nuovo” Ferruccio Parri leader del partito d’azione e vicecomandante del “corpo volontari della Liberta” (CVL). Dopo le drammatiche vicende della liberazione d’Italia, le violenze e gli eccidi commessi dai “liberatori” contro i fascisti nel Novembre 1945 si sciolse il CLN costringendo alle dimissioni del governo Parri. Nel dicembre si ebbe la formazione di un gabinetto di coalizione presieduto da Alcide De Gasperi (leader della Democrazia Cristiana) che rimase alla presidenza ininterrottamente per 7 ministeri dal Dicembre 45 all’agosto 1953.
Referendum istituzionale:l’assemblea costituente 1946
Il 2 giugno 1946 gli italiani tutti, per la prima volta nella storia italiana anche le donne, furono chiamati alle urne per decidere la forma di governo che sarebbe subentrata in Italia e successivamente l’elezione dell’Assemblea costituente che avrebbe dato al paese una carta costituzionale ch sarebbe subentrata allo statuto Albertino del 1848. Il referendum sancì la vittoria della Repubblica sulla monarchia con una scarto solo del 54% su 25milioni di votanti. Questo dato metteva in luce la grande separazione che c’era in Italia tra il Nord propenso alla repubblica e il sud ancora monarchico. Umberto II dopo qualche esitazioni fu costretto all’esilio il 13 giugno mentre Enrico De Nicola divenne “capo provvisorio dello Stato”. La maggioranza dei suffragi inoltre coinvolse i partiti di massa: la democrazia cristiana ebbe il 35%, il partito socialista il 20% quello comunista il 19% mentre il partito liberale che prima dell’avvento del fascismo era quello che dominava la scena politica italiana ottenne solo il 6%.
Il sistema dei Partiti:
Dal momento che anche le urne avevano puntualizzato che un partito dominante in Italia non c’era il governo per andare avanti e prendere decisioni aveva bisogno di accordi e coalizioni di partiti. In parlamento il partito più forte con una leggera maggioranza era quello di centro rappresentato dalla Democrazia Cristiana con 207 deputati. Quelli di sinistra invece erano 219 (divisi tra partito socialista e quello comunista) mentre quelli di Destra erano solo 87. In tale contesto la Democrazia cristiana forte del suffragio degli elettori delle città e delle campagne sia al centro che al sud si pose come elemento di equilibrio, di mediazione e di guida. I democratici-cristiani avanzavano programmi riformatrici pur esigendo il rispetto delle strutture sociali esistenti. Tra il 45 e il 47 nei programmi di ricostruzione del paese devastata dalla guerra prevalsero le scelte liberiste ponendo ai margini l’intervento dello stato e difendendo la sovranità all’impresa privata. A sinistra le speranze popolari erano orientate verso il partito socialista (PSIUP) guidato dal leader Pietro Nenni mentre nel 1947 in occasione del XXV congresso del partito alcuni gruppi sensibili al richiamo della socialdemocrazia si unirono intorno a Giuseppe Saragat per formare un nuovo partito che assunse il nome di Partito Socialista dei Lavoratori Italiana (PSLI) che nel 1951 passò al nome di Partito socialdemocratico Italiano (PSDI) mentre il PSIUP divenne PSI (partito socialista Italiano).
Il partito comunista Italiano invece con quasi 2 milioni di iscritti si differenziò tantissimo ora , dopo la svolta di Salerno di Togliatti e la partecipazione alla guerra partigiana, dal piccolo partito di formazione lenista fondato da Gramsci a Livorno nel 1921. Il PCI divenne un vero e proprio partito di massa, al governo ebbe la gestione dei “ministeri chiave” cosicchè intendeva dirigere il processo di trasformazione democratica del paese. Il successo di tale partito era perché esso era riuscito ad entrare in tutte le piaghe della società, coinvolgendo sia i proletari ma anche le masse contadine del Mezzogiorno. Grande attenzione il PCI la riservava al colloquio con i cattolici tanto è vero che esso riuscì a raccogliere tutte le spinte e le opposizioni che movevano la società italiana (secondo uno storico). Per quanto riguarda il Partito Liberale Italiano (PLI) ormai ridotto al minimo dalle elezioni del ’46 trovò l’accoglienza di alcuni grandi intellettuali come Benedetto Croce e Luigi Einaudi riuscendo a stabilire legami con alcuni imprenditori del centro nord e gli esponendi del capitale agrario meridionale. Nel centro destra invece si svilupparono il Partito Nazionale Monarchico (PNM) diretto da Covelli e il Partito Monarchico Popolare (PMP) diretto da Achille Lauro. Nel 1946 invece dietro al Movimento Sociale Italiano (MSI) si schierarono una folla di fedeli a Mussolini e neofascisti. Invece il partito “L’Uomo Qualunque” , movimento fondato nel 44 da Fiannini, si propose come difensore dei cittadini angariati da tutti i governi proiettando una polemica sia contro le vecchie che contro le nuove classi dirigenti. Guardava nostalgicamente il regime fascista portando avanti lo slogan” si stava meglio quando si stava peggio”.
L’approvazione del trattato di pace
Il 10 febbraio 1947 l’ambasciatore Antonio Lupi di Soragna firmò a Parigi un Trattato di pace con gli alleati in cui vedevano l’Italia come Nazione Sconfitta e come “nemico o exnemico”, definizione che entrò in contrasto con il sentimento popolare diffuso tra la popolazione italiana in quanto credevano che aver combattuto nel 44 e nel 45 affianco agli alleati contro la Germania avesse portato loro dalla parte del tavolo dei vincitori. Questa posizione quindi dell’italia al termine della II guerra mondiale fece in modo che l’Italia venisse trattata come tutti i paesi che avessero perso la guerra e da ciò le richieste italiane al tavolo dei vincitori non furono accolte bensì l’Italia fu costretta a pagare una cifra simbolica per i danni di guerra alle nazioni vincitrici oltre che perse alcuni territori come l’Albania, il Dodecaneso che andò alla Grecia e le province africane che facevano parte dell’impero fascista italiano. Più complessa era la situazione nei territori orientali della penisola: ricordando che col trattato di Rapallo del 1920 erano stati concessi all’italia una parte della popolazione slava di circa 500mila abitanti nel 1945 la Jugoslavia avanzò chiedendo i suoi diritti di nazione a cui spettò l’Istria, la città di Zara e Fiume mentre l’area circostante a Trieste venne dichiarata Territorio Libero di Trieste (TLT) che fu diviso in zona A sotto l’amministrazione militare alleata e Zona B affidata all’amministrazione Jugoslava. Nell’area Jugoslava nonsi spensero i conflitti tra le due nazionalità in ricordo delle offese subite in epoca fascista. Nel 1954 le forze militari alleate sgomberarono la zona A del TLT così Trieste risultò di nuovo città Italiana ma di fatto tornò all’Italia solo nel 1975 col trattato di Osimo mentre i territori della zona B andarono alla Jugoslavia.
La costituzione Repubblicana
La Costituzione repubblicana elaborata dall’assemblea costituente eletta il 2 giugno 1946 fu approvata con larghissima maggioranza il 22 dicembre 1947 ed entrò in vigore il 1 gennaio 1948. Nei principi fondamentali formulati nei primi 12 articoli abbiamo un vero e proprio intreccio dei valori sani che caratterizzavano ogni partito:ogni partito era riconosciuto nella Costituzione Italiana.
Abbiamo la rivendicazione liberale dei diritti dell’uomo e del cittadino,il richiamo socialista alla proprietà dei problemi del lavoro, accanto all’affermazione della laicità dello stato e al mantenimento della libertà dell’individuo riguardante il proprio orientamento religioso si poneva il riconoscimento dei diritti storici maturati dalla chiesa in un paese cattolico, diritti sanciti dai Patti Lateranensi. La rottura col fascismo fu esplicita e il ripudio della guerra per risolvere le controversie internazionali ma soprattutto ci fu la volontà di fondare uno stato sulla volontà dei cittadini elettori e sulla sovranità del Parlamento. Il quale era composto da due camere e doveva elaborare le leggi e dare fiducia o la revoca ai governi, eleggere il presidente della Repubblica (in carica x 7 anni).
Elezioni 18 aprile 1948
Sappiamo che il dopoguerra fu molto duro per la popolazione italiana dal momento che i prezzi erano saliti di 20-50 volte la media, la disoccupazione era salita alle stelle. La Sinistra proponeva una politica per controllare l’inflazione introducendo prezzi politici per i beni di prima necessità ma De Gasperis seguì il piano proposto da Luigi Einaudi ministro del Bilancio che prevedeva tramite il sacrificio anche della popolazione a spese ancora superiori incrementando ad esempio il prezzo dei mezzi pubblici, riuscì a infliggere un grande colpo alla speculazione costringendo i negozianti a mettere le scorte sul mercato a prezzi più bassi. Inoltre abbassò il potere di acquisto della lira cosicchè si favorissero le esportazioni dell’industria. Alcuni piccoli miglioramenti che De Gasperi ottenne come quello della rivalutazione della lira gli spianarono nettamente la campagna elettorale del 1948 dove , grazie anche ad alcuni avvenimenti che accadere in Europa come il colpo di stato a Praga comunista, riuscirono a far vincere nelle elezioni del 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana con una maggioranza del 48% rispetto al 31% del Fronte del Popolo che univa PCI e PSI e in qst modo la democrazia Cristiana aveva la maggioranza assoluta in camera. Il parlamento elesse Einaudi come Presidente della Repubblica che riconfermò De Gasperi al Governo iniziando a governare con un governo quadripartito (DC,PLI,PRI,PSLI).
I governi quadripartiti di centro 48-53
Alla vittoria delle elezioni del ‘48 della Democrazia Cristiana successero una serie di altri governi e di coalizioni centriste quadripartite da De Gasperi. La sua politica infatti era lontana dagli estremismi di Destra monarchica-fascista e anche da quelli della sinistra social comunista. Egli intendeva procedere con cautela con riforme dosate da garantirgli il consenso al governo di tutta la popolazione. Portò avanti la riforma fondiaria e la Cassa per il Mezzogiorno. Nel 1950 grazie ad Antonio Segni ministro dell’Agricoltura si ebbero l’esproprio di 800mila ettari di terra nel mezzogiorno e furono assegnate a 113mila contadini. Sempre nel 1950 si portò avanti la Cassa per il mezzogiorno un ente destinato a progettare l’intervento statale nello sviluppo economico del Sud. Quest’indirizzo cauto e riformatore di De Gasperi però turbò molto la popolazione soprattutto nel sud dove la Democrazia Cristiana aveva ottenuto in precedenza la maggior parte dei voti. Inoltre la decisione di De Gasperi di varare una nuova legge elettorale che avrebbe consentito al partito che avesse raggiunto almeno il 50% dei voti il 65% dei seggi (legge battezzata “legge truffa”) portò alla fine del centrismo di De Gasperi.
Seconda legislatura repubblicana 53-58. Crisi del centrismo:
Nonostante il crollo di De Gasperi e la sua morte del 1954 la politica italiana fu portata avanti ancora per oltre 10 anni da continue coalizioni tripartite o quadripartite di centro nonostante furono continuamente messe in crisi. Gli anni 50 sono gli anni del cosiddetto miracolo economico e sappiamo che nel corso di questi anni abbiamo in Italia un profondo cambiamento delle strutture produttive e del quadro sociale. Nella democrazia Cristiana emerse una nuova generazione di giovani dell’Azione Cattolica tra i più rappresentanti troviamo Aldo Moro. Ciò nonostante le riforme proposte dalla DC esigevano tempi lunghi e la realtà quotidiana degli anni 50 continuava a presentare aspetti drammatici: disoccupazione, tumulti tanto che i governi ricorsero più volte alla polizia per ristabilire l’ordine pubblico nelle piazze. In un clima così difficile la DC si mostrò in oltre divisa al suo interno tra una sinistra riformatrice intorno ad Amintore Fanfani e una destra legata alla grande industria e al clero guidata da Giulio Andreotti. Tra il 57-58 la democrazia Cristiana invece era retta da Adone Zoli un ex avvocato toscano che aveva militato nella Resistenza. Egli rimase al potere fino alle elezioni del 1958 quando il risultato determinò un cambiamento alla vita politica del paese.
Il miracolo economico italiano (51-62)
Anche in Italia come nel resto dei paesi d’Europa gli anni 50 furono portatrici di un espansione industriale senza precedenti. Tra il 1951 e il 1962 l’accumulazione del capitale raggiunse un indice senza precedenti. Aumentarono il numero degli operai nelle fabbriche e si svilupparono le industrie siderurgiche, chimiche e la meccanica leggera (auto e elettrodomestici). Il grande sviluppo economico dell’Italia lo si deve soprattutto al mercato estero tanto è vero che negli anni 60 le esportazioni crebbero del 250%. Le richieste del mercato interno divennero sempre più articolate ed ampie segno che il tenore di vita della popolazione si era innalzato e che lo stipendio ora bastava per la sussistenza e anzi poteva essere anche impiegato per l’acquisto di beni di lusso come elettrodomestici e quant’altro. Una spinta decisiva inoltre all’industrializzazione la si deve alla scoperta di giacimenti di metano e di idrocarburi nella Valle Padana in Abruzzo e in Basilicata. L’utilizzazione di queste nuove fonti di energia consentì di sostituire i vecchi impianti a carbone con nuovi più tecnologici ed efficaci. Fu allora che l’Italia entrò nel club dei 10 paesi più industrializzati del mondo.
Limiti e contraddizioni dello sviluppo: gli anni della recessione (63-64)
Ciò nonostante il boom economico degli anni ’60 se è vero che da una parte aveva portato l’Italia tra i 10 paesi più industrializzati del mondo, dall’altra aveva finito di aggravare il divario tra Nord e Sud, tra l’industria e l’agricoltura. La disoccupazione restò comunque a livelli esorbitanti tanto è vero che i miracolati dal boom economico furono si in molti ad entrare nel mondo del benessere ma tuttavia sempre meno della maggioranza che restava in un profondo stato di crisi. Il boom economico degli anni 50 aveva quindi segnato un forte squilibrio tra la popolazione. Un po’ come nell’Italia contemporanea non esistevano più le classi di mezzo: o c’erano i ricchi o i poveri, nessun cento che coprisse questo gap. L’economia italiana che era stata da sempre prevalentemente agricola divenne prevalentemente industriale e tale trasformazione fu accompagnata da un massiccio esodo dalle campagne alle città e soprattutto dal mezzogiorno al Nord nel triangolo industriale (Milano-Torino-Genova). Tra il 63 e il 64 il trend espansivo entrò in crisi e si delineò una fuga di capitali che provocò l’impennata dei prezzi e la riduzione degli investimenti breve crisi superata solo negli ultimi anni settanta.
I contrasti del Centro sinistra(58-60)
Pietro Nenni a differenza di Togliatti, condannò senza precedenti l’intervento Russo in Ungheria e ribadì i suoi principi democratici e pluralisti prendendo definitivamente le distanze dal modello sovietico e dichiarando la sua disponibilità ad una futura collaborazione delle forze socialiste con quelle cattoliche. Questa alleanza sinistra-democrazie cristiana fu favorita nell’ottobre 1958 quando divenne papa Giovanni XXIII che auspicò la pace nel mondo e la collaborazione tra socialisti e cattolici. Nella stessa direzione si mosse anche la politica statunitense quando nel 60 divenne presidente della Repubblica stellata John Fitzgerald Kennedy. La nascita di governi di centro-sinistra permetteva una maggioranza parlamentare sicura che poteva proporre un programma di importanti riforme di governo capaci di superare l’immobilismo degli ultimi anni. Ma la nascita di una coalizione di centro-sinistra fu vista sotto cattiva luce dagli esponenti delle classi imprenditoriali e della grande proprietà terriera legati all’estrema destra che temevano la rivendicazione dei principi socialisti che avrebbero portato alla fine del regime liberista portato avanti fino a quel tempo. Così sfruttando anche una corrente sviluppatasi all’interno del DC di estrema destra nacque la corrente dei Dorotei ,il cui nome deriva dal convento di Santa Dorotea a Roma, i quali costrinsero alle dimissioni il segretario Fanfani dando scacco alla politica di centro-sinistra. Il nuovo segretario della DC, Aldo Moro, non intendeva però accantonare l’apertura a sinistra ma soltanto riservarla a tempi più maturi. Infatti lavorò con impazienza per far accettare alle componenti più radicali del proprio partito questo nuovo indirizzo. Questo avvicinamento del centro-sinistra sembrò interrotto quando nella primavera del 69 Tambroni, democratico.cristiano, ottenne la fiducia della Camera ma la sua politica soprattutto il suo ordine di sparare sulla folla nel caso di tumulti antifascisti o antigovernativi provocò uno sciopero generale che fece dimettere Tambroni mostrando che il centro-sinistra era ormai alle porte.
I Governi di Centro-Sinistra:
nel marzo 1962 Fanfani formò il primo governo di centro-sinistra che comprendeva Democrazia-Cristiana,Socialdemocratici, e i partiti socialisti del PSI. Quest’ultimo chiedeva in cambio dell’astensione dal voto di fiducia l’attuazione di tre riforme: nazionalizzazione dell’energia elettrica, elevazione dell’obbligo scolastico a 14 anni con creazione di scuola media unica e l’istituzione delle Regioni.
La prima riforma portò alla creazione dell’ENEL. Quella della scuola fu molto significativa abolendo le vecchie scuole di avvicinamento al lavoro cancellando così un odiosa discriminazione di classe che allora era aggravante sui cittadini italiani il cui futuro era predeterminato sin dagli anni dell’adolescenza a seconda della nascita e del censo. Il dibattito sull’istituzione delle Regioni invece fu accantonato perché si temeva il decentramento portando al potere dei comunisti in quelle regioni definite “rosse”.Nel dicembre 1963 i socialisti del PSI entrarono finalmente a far parte del governo. Aldo Moro divenne presidente del Consiglio e si ebbe il primo ministero organico di centro-sinistra. Nel suo discorso di presentazione Moro promise “tutto” : regioni, riforma del fisco e dell’edilizia e riequilibrio tra nord e sud. In un conteso reso difficile dalla recessione economica , dalle tensioni sociali e dalla protesta operaia e dalla ricorrente minaccia della Destra nel 1964 si tentò il colpo di stato anche se Aldo moro resse dal 63 al 68 sopravvivendo a 5 ministeri. Egli fu costretto a congelare le riforme e tentò di risolvere tutti i contrasti con la mediazione e il compromesso ma finì col non mantenere il programma che si era proposto in precedenza.
L’autunno caldo del 68 e la nascita della nuova sinistra:
Il “congelamento delle riforme” e il fallimento del grande disegno riformatore dei primi anni 60, insieme alla recessione economica e al movimento di protesta di respiro mondiale contribuirono a far sorgere nell’autunno caldo del 1968 la Nuova Sinistra italiana. Il mondo operaio in questi mesi era agitato da forti tensioni: superata la recessione del 63-64 i lavoratori esigevano un nuovo trattamento salariale. Fu così che si diffusero un ondata di scioperi che invasero il paese. Negli stessi tempi il movimento studentesco , che aveva forza nell’Università di Milano,si univa al potere operaio. Questi gruppi insieme a molti altri minori vissero nell’autunno del ’68 e nel corso del 1969 il loro momento magico:seguendo lo slogan “studenti e operai uniti nella lotta” il proletariato di fabbrica riuscirono a coinvolgere il proletariato di fabbrica tanto che i sindacati e i partiti furono addirittura scavalcati.

[nel’autunno caldo del ’68 in alcuni casi la polizia carica duramente gli scioperanti]


LA rivolta del ’68 in ITALIA:

Le basi della protesta nelle università italiane si devono rintracciare nelle riforme dei primi anni 60 che portò avanti il centro sinistra riguardanti l’istruzione. Con l’introduzione della scuola media obbligatoria fino a 14 anni si era creato nel 1962 per la prima volta un livello di istruzione di massa che andava oltre a quello della scuola primaria. Esso mostrava però gravi lacune, carenza di aule e libri di testo nonché la mancanza di aggiornamento degli insegnanti ma ciò nonostante aveva permesso a numerosi ragazzi di poter continuare gli studi anche all’università tanto è vero che nel 61 l’accesso alle facoltà scientifiche fu aperto anche agli studenti provenienti dagli istituti tecnici. Nell’anno accademico 1967-68 gli studenti universitari erano circa 500mila in Italia ed erano il doppio di quelli del 60-61. Questa nuova generazione universitaria iniziò a richiedere una riforma universitaria , l’ultima delle quali risaliva al 1923 e da allora si era fatto poco per rispondere ai bisogni di un numero duplicato di studenti. Le università di Roma,Napoli e Bari contavano oltre 50mila iscritte e ognuna era stata costruita per contenerne un numero massimo di 5mila. Gli insegnanti universitari erano pochissimi e oltre a ciò erano sempre meno presenti nelle aule perché il loro obbligo lavorativo era di solo 52 ore l’anno dopo di che erano liberi di fare ciò che volevano. Molti professori avevano seconde attività, non c’erano seminari, esercitazioni e mancava quasi del tutto il contatto diretto professore-alunno. La situazione per gli studenti divenne intollerabile. Lo stato non dava alcun sussidio agli studenti tranne qualche borsa di studio ai più meritevoli. I figli delle persone benestanti riuscivano ad andare avanti perché erano mantenuti dalle famiglie mentre nel 68 oltre la metà degli iscritti alle università erano ragazzi che erano costretti a lavorare per mantenersi agli studi, lavoro che non permetteva loro di seguire i corsi e non bisogna meravigliarsi che gli studenti-lavoratori che non superavano gli esami erano in molti. Basti pensare che nel 66 l’81% dei diplomati si iscrisse all’università ma di questi solo il 44% riuscì a conseguire la laurea. Per cui possiamo riscontrare una forma di selezione di tipo classista: l’università era sì aperta a tutti ma le probabilità che gli studenti poveri riuscissero ad ottenere la laurea erano esigue. Ma anche il possedere una laurea non assicurava allora come oggi il diritto accesso al mondo del lavoro. Queste erano le premesse per la rivolta ma ce ne sono anche altre di tipo ideologico con un significato ancora più importante. “La lettera ad una professoressa”,del 1967 di Don Lorenzo Milani, un prete cattolico, fu una vera bomba ad orologeria che scosse gli studenti italiani. In questa lettera il prete si scagliava contro i pregiudizi di classe del sistema educativo per il trionfo dell’individualismo della nuova Italia. Inoltre nello stesso periodo si manifestava la ripresa del pensiero marxista sotto la guida di Panzieri e della rivista “quaderni rossi”. Queste nuove ideologie che maturavano nei campi cattolico e marxista non erano certe omogenee tra loro ma riuscirono nel loro insieme alla formazione e alla diffusione di valori di solidarietà, azione collettiva, lotta all’ingiustizia sociale contrapponendosi all’individualismo e al comunismo del capitalismo maturo.
Il 1968 fu più di una protesta contro la miserie della condizione studentesca ma fu una rivolta etica per rovesciare i valori dominanti dell’epoca. L’intenzione era quella di cancellare nelle menti prima degli studenti e poi dell’intera popolazione “l’interiorizzazione dei valori della società capitalistica” [cit. Guido Viale]. Questa rivolta etica ricevette ispirazione e identità politica dalla drammatica congiuntura internazionale dei tardi anni ’60. La guerra in Vietnam cambiò il modo di guardare all’America di un intera generazione. Il mito americano degli anni 50 fu infranto dai notiziari sui villaggi vietnamiti bombardati dagli stati uniti. Lo slogan che si diffuse in Italia e nel resto dell’occidente fu quello coniato da Che Guevara “Creare uno, due ,tre, molti Vietnam”. Per gli studenti italiani la vera America divenne quella dei campus universitari in rivolta contro la guerra e del Black Power ( movimento rivoluzionario dei neri americani). Queste furono le influenze internazionali che pesavano sui giovani del 1967-68: una miscela straordinariamente potente.

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