Ominide 157 punti

L'Italia repubblicana


La nascita della repubblica


Il governo Parri


Nel giugno 1945, nasce il primo governo italiano del dopoguerra, formato dai partiti che componevano il CLN. A presiederlo fu chiamato Ferruccio Parri, vicecomandante delle forze partigiane e leader del Partito d'Azione (Partito che era l'evoluzione del movimento Giustizia e Libertà di Carlo Rosselli ed Emilio Lussu).
Dopo la fine della guerra, in diverse regioni italiane si registrarono numerose violenze ed esecuzioni sommarie contro ex fascisti. Il governo non reagì con risolutezza contro queste violenze e, piuttosto che reprimere con la forza queste violenze e anche le rivendicazioni che nel frattempo stavano avendo luogo da parte di quelle masse popolari che avevano sostenuto il movimento della Resistenza, Parri preferì rassegnare le dimissioni.

De Gasperi, Togliatti e Dossetti


Il 10 dicembre 1945 divenne presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, segretario della Democrazia cristiana (DC), l'organizzazione politica dei cattolici che, nel 1942-43, era risorta dalle ceneri del Partito popolare disciolto dai fascisti nel 1926.
Nel 1946, il leader comunista Togliatti, ministro della Giustizia nel governo De Gasperi, annunciò l'amnistia per gli esponenti della Repubblica di Salò ancora in carcere. Con quest'atto i comunisti rinunciavano all'idea della rivoluzione, perseguendo invece l'obiettivo della realizzazione di una serie di significative riforme in campo sociale e politico.
Fra i cattolici, vi era una componente riformista, guidata da Giuseppe Dossetti, che riteneva possibile un'intesa con i militanti comunisti sui problemi reali delle masse.
Il referendum istituzionale e L'Assemblea Costituente
Il 2 giugno 1946 ebbe luogo il referendum istituzionale per decidere se l'Italia dovesse restare una monarchia o diventare una repubblica e contestualmente si tennero le elezioni per l'Assemblea Costituente. Un mese prima del voto Vittorio Emanuele III aveva abdicato a favore del figlio Umberto II.
La consultazione (a cui per la prima volta parteciparono anche le donne) risultò favorevole alla repubblica (12,7 milioni di voti per la repubblica contro 10,7 milioni per la monarchia; al Centro-Nord la maggioranza di voti andò alla repubblica, al Sud e nelle isole alla monarchia). Dopo il voto Umberto di Savoia con la sua famiglia partì per l'esilio in Portogallo.
Le elezioni per la Costituente videro l'affermazione dei tre grandi partiti di massa: Democrazia cristiana (35%), Partito socialista (20%) e Partito comunista (19%), mentre ottennero scarsi consensi periodo altri grandi protagonisti del precedente il fascismo, come il Partito d'azione (1,5%).
L'Assemblea Costituente, riunitasi per la prima volta il 25 giugno 1946, elesse come nuovo capo dello stato, per sostituire il deposto sovrano, Enrico de Nicola, il quale fu incaricato di svolgere le funzioni di presidente della Repubblica fino all'entrata in vigore della nuova Costituzione, che intanto si stava elaborando. La stesura materiale della costituzione fu affidata a una commissione di 75 membri, tra cui un ruolo decisivo per l'intesa sui principi fondamentali fu svolto da Dossetti. La nuova Costituzione entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Da una parte, venne recepita l'impostazione tipicamente liberale secondo cui lo stato si impegnava a garantire i diritti dell'uomo e del cittadino, considerati inviolabili (art. 2). Nel contempo, secondo la concezione cattolica, l'essere umano veniva considerato come persona che vive in “formazioni sociali”, prima fra tutte la famiglia, che lo stato si impegnava a tutelare. Infine, mentre la tradizione liberale era preoccupata soprattutto di porre dei limiti al potere dello stato nei suoi rapporti con il singolo cittadino, la Costituzione recepì (art. 3) l'ideale democratico e socialista secondo cui lo stato doveva rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che potevano ridurre di fatto la libertà e l'uguaglianza. Allo stato la Costituzione attribuì l'importante compito di promuovere lo sviluppo della piena dignità umana di ogni cittadino, attraverso il riconoscimento del diritto al lavoro (art. 4).
Il governo senza le sinistre
Un discorso a parte merita l'approvazione dell'art. 7, relativo ai Patti Lateranensi. La DC era favorevole ad inserirli in Costituzione senza modifiche, gli altri partiti erano perplessi (in quanto ritenuti in contrasto con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti allo stato proclamato nell'art. 3). Togliatti impose al PCI di votare a favore dell'approvazione dell'art. 7, ritenendolo il prezzo da pagare per avere l'appoggio della DC nell'attuazione di riforme sociali destinate a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori e delle masse popolari. Tuttavia, ottenuto il voto sui Patti Lateranensi, nel maggio 1947 De Gasperi considerò chiusa la fase politica apertasi con la svolta di Salerno, caratterizzata dalla presenza dei comunisti nell'esecutivo, e procedette alla formazione di un nuovo governo senza le sinistre. A guidare la politica economica fu Luigi Einaudi, che diede una forte impronta liberista alle scelte del governo.
Le elezioni del 1948 (18 aprile)
Per tutta la campagna elettorale, l'Azione Cattolica fece una dura propaganda contro l'avversario comunista, che venne demonizzato e presentato come un pericolo per la morale cristiana. Le elezioni del 18 aprile 1948 si svolsero in un contesto emotivamente esasperato, che registrarono il duro scontro soprattutto tra cattolici e comunisti. Un ruolo propagandistico importante lo rivestirono gli aiuti economici provenienti dall'America, la quale aveva fatto sapere che una eventuale vittoria comunista avrebbe comportato l'immediato arresto delle sovvenzioni.
Le elezioni videro una clamorosa affermazione della DC (48,5%), contro il Fronte Popolare (31%), ovvero la lista che riuniva socialisti e comunisti. Tale vittoria sanciva la definitiva collocazione dell'Italia nello schieramento dei paesi occidentali.
Il 14 luglio 1948, Togliatti fu ferito in un attentato con quattro colpi di pistola: nei giorni immediatamente seguenti si ebbero scioperi e tumulti, ma la direzione del PCI si affrettò a richiamare i propri militanti alla calma (e così fece la CGIL, Confederazione Generale Italiana del Lavoro, che a quell'epoca era un'organizzazione sindacale che raccoglieva oltre ai comunisti anche i socialisti e i cattolici). Non appena fu tornata la calma, i cattolici diedero vita alla CISL (Confederazione Italiana Sindacati Liberi), mentre i socialisti e i socialdemocratici nel 1950 diedero vita a un terzo sindacato, la UIL (Unione Italiana del Lavoro). In quegli anni la tensione rimase comunque altissima, soprattutto a causa della disoccupazione.

Gli anni Cinquanta e Sessanta


All'indomani della vittoria elettorale del 1948, De Gasperi formò un governo di coalizione, che comprendeva, oltre alla DC, anche altri partiti laici (repubblicani, liberali, socialdemocratici – questi ultimi, guidati da Giuseppe Saragat, erano nati da una scissione dal partito socialista).
In vista delle nuove elezioni del 1953, De Gasperi, con lo scopo di ottenere un esecutivo più stabile, propose una riforma elettorale, secondo la quale il raggruppamento che avesse raggiunto il 50% dei suffragi avrebbe ottenuto il 65% dei seggi. Le opposizioni attaccarono De Gasperi e bollarono la proposta come “legge truffa”.
Alle elezioni del 1953 la DC perse voti, mentre crebbero i consensi ai partiti di destra (in particolare ai neofascisti del Movimento sociale italiano – MSI – che raggiunse il 5,8%).

Il PCI di fronte alla fine dello stalinismo


Nel 1956 Krusciov, durante il XX Congresso del PCUS, demolì il mito di Stalin, denunciandone i crimini. Togliatti, in un'intervista ufficiale, continuò a sostenere la sostanziale validità dell'esperienza sovietica, al di là di tutti gli errori e gli eccessi di Stalin.
Alla fine del 1956, si verificò l'intervento sovietico in Ungheria, il PCI giustificò in tutto e per tutto la versione di Mosca degli avvenimenti, presentati come un complotto internazionale per rovesciare il socialismo in Ungheria. Quest'accettazione acritica destò forte dissenso e profonda indignazione fra i militanti, molti dei quali (circa 400000, soprattutto intellettuali) lasciarono il partito, fra questi Italo Calvino. Anche i socialisti, colsero l'occasione della crisi ungherese, per sganciarsi definitivamente dai comunisti. In un suo intervento alla Camera, il leader socialista Nenni condannò senza reticenze l'intervento sovietico.

Il miracolo economico


Negli anni 1958-1963, l'Italia visse una straordinaria epoca di progresso produttivo, che ricevette il nome di “miracolo economico”. I settori trainanti di questo incremento della produzione furono soprattutto quelli dell'automobile (nel 1953 la Fiat lanciava la 600, la prima utilitaria destinata al consumo di massa) e degli elettrodomestici (destinati sia all'esportazione che al consumo interno).
Le ragioni che resero possibile il miracolo furono essenzialmente l'enorme serbatoio di disoccupati in cerca di lavoro, che quindi erano disposti ad accettare anche salari molto bassi, e il prezzo conveniente del petrolio.
L'industrializzazione fu tuttavia un fenomeno essenzialmente settentrionale, per questo, in quegli anni, i grossi centri industriali attirarono un gran numero di emigrati dal Sud dell'Italia.

I governi di centrosinistra


Dopo le elezioni del 1953, De Gasperi si era ritirato dalla vita politica e il suo posto, alla guida della DC, venne preso da Amintore Fanfani, il quale era fautore di una nuova strategia politica, che prevedeva l'apertura a sinistra. Tale linea politica si concretizzò negli anni Sessanta, dopo che il PSI aveva definitivamente troncato i legami con i comunisti. Nel 1962 Fanfani fu a capo di un governo che non comprendeva ancora i socialisti al suo interno, ma era comunque da loro sostenuto in Parlamento. Tra i più significativi provvedimenti di questo esecutivo vi fu la creazione dell'ENEL, nata dopo la nazionalizzazione delle imprese produttrici di elettricità (per i socialisti, doveva essere il primo passo per introdurre nell'economia italiana regole capaci di tenere sotto controllo pubblico lo spontaneismo selvaggio del miracolo economico).
Il 5 dicembre 1963 il Parlamento votò la fiducia ad un esecutivo comprendente anche esponenti socialisti, presieduto da Aldo Moro, il governo venne definito di centrosinistra.

La protesta studentesca


I numerosi governi di centrosinistra che si susseguirono fra il 1963 e il 1969 (da cui ci si attendeva un'opera di modernizzazione del paese, soprattutto del Sud, e riforme importante sul fronte dell'urbanizzazione e dei servizi) non riuscirono a dare un'efficace risposta ai gravi problemi dell'Italia. Pertanto, a cominciare dal 1967 e per una durata di circa quindici anni, ebbe inizio una lunga stagione di proteste e forti tensioni sociali.
I primi ambienti che si misero in moto furono quelli studenteschi. Nel 1962 c'era stata la riforma dell'obbligo scolastico, innalzato fino ai 14 anni, e l'introduzione della Scuola media unica, identica e obbligatoria per tutti i ragazzi. In Italia crebbe in maniera esponenziale il numero degli alunni che proseguivano gli studi e crebbe notevolmente anche il numero degli iscritti alle Università, senza tuttavia che queste fossero pronte ad assorbire questo impetuoso incremento. Fu proprio nelle università che già dall'autunno 1967 si verificarono occupazione e proteste.

La nascita dei movimenti di estrema sinistra


Negli stessi anni in cui il PCI assumeva, non senza fatica, una posizione critica nei confronti del modello socialista sovietico (nell'agosto 1968 i carri armati sovietici intervennero in Cecoslovacchia per porre fine all'esperienza del socialismo dal volto umano di Dubcek), dall'ambiente del movimento studentesco emersero numerose e radicali aspirazioni di tipo rivoluzionario. La contestazione era nata per l'incapacità del sistema universitario di far fronte al vertiginoso aumento delle iscrizioni, ma ben presto investì ogni forma di autoritarismo, fino a esaltare la Cina e Cuba come modelli sociali alternativi. Gli studenti, inoltre, si proposero l'obiettivo di entrare in collegamento con la classe operaia per risvegliarne le capacità rivoluzionarie.
Nell'autunno 1969 cominciarono a nascere numerosi gruppi rivoluzionari, come Potere Operaio e Lotta Continua, il cui obiettivo era organizzare la rivoluzione proletaria. Tantissimi giovani erano convinti che la società capitalistica fosse sul punto di crollare, per lasciare il posto ad una nuova società egualitaria e giusta, e ritenevano che fosse lecito usare la violenza contro coloro che si opponevano all'avanzata della nuova realtà.

L'autunno caldo


Nel 1969 la protesta si estese alla classe operaia e si verificò il cosiddetto “autunno caldo”, che vide una serie di violenti scontri e duri confronti tra industriali e lavoratori. A seguito di queste lotte, gli operai ottennero non solo cospicui aumenti salariali, ma anche innovazioni di tipo normativo, grazie ai quali gli ambienti di lavoro divennero più sicuri.
Nel 1970, il Parlamento approvò lo Statuto dei Lavoratori, che era previsto dalla Costituzione ma non era mai stato redatto. In esso si ponevano precisi limiti all'autorità dei datori di lavoro e si vietavano le discriminazioni dei lavoratori per motivi politici.

La strategia della tensione


Gli ambienti di estrema destra risposero alla rinnovata tensione rivoluzionaria con determinazione. A partire dal 1969, iniziò il periodo delle stragi, con l'esplicito scopo di spargere il terrore e sovvertire lo stato democratico.
Anche l'estrema sinistra era disponibile ad usare la violenza per i propri fini rivoluzionari (negli anni Settanta sarebbero nati numerosi gruppi terroristici di sinistra, come Prima linea, Nuclei armati proletari, e soprattutto, le Brigate rosse). Va comunque precisato che il terrorismo rosso colpì sempre singoli individui, mentre la violenza nera, di estrema destra, colpiva alla cieca, nelle piazze, nei locali pubblici o sui treni, con l'obiettivo di spaventare le masse.
L'episodio iniziale di questa offensiva del terrorismo nero – chiamata anche strategia della tensione – ebbe luogo a Milano il 12 dicembre 1969, quando una bomba venne fatta esplodere alla Banca dell'Agricoltura in piazza Fontana, provocando 16 morti e 87 feriti. In un primo tempo la polizia seguì la pista anarchica e arrestò Pietro Valpreda e Giuseppe Pinelli. Quest'ultimo in circostanze misteriose, morì alla Questura di Milano cadendo da una finestra durante gli interrogatori (il 17 maggio 1972 il commissario Luigi Calabresi venne ucciso da un commando con colpi d'arma da fuoco, dopo una lunga propaganda dei gruppi di estrema sinistra che lo additava come responsabile della morte di Pinelli). Valpreda nel 1985 venne definitivamente prosciolto. Dal 2001 al 2005 vi furono diversi processi in cui alcuni esponenti di estrema destra furono condannati per la strage, tuttavia, ancora oggi non è stata fatta completa chiarezza sull'accaduto.
Nel corso degli anni seguenti, numerosi ordigni vennero fatti esplodere con modalità analoghe: a Brescia, in Piazza della Loggia, il 28 maggio 1974 (8 morti e 94 feriti); sul treno Italicus nei pressi di Bologna il 4 agosto 1974 (12 morti e 105 feriti); alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980 (83 morti e 200 feriti).

Gli anni di piombo


Il compromesso storico


Il 2 settembre 1973, il presidente del Cile Salvador Allende, che aveva tentato di introdurre nel suo paese radicali riforme sociali, venne rovesciato e ucciso da un colpo di stato militare. Il drammatico fallimento dell'esperimento cileno colpì profondamente l'opinione pubblica italiana e spinse il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, preoccupato per la grave situazione italiana e per il rischio di una svolta reazionaria e di un colpo di stato anche nel nostro paese (si tenga presente che vi era stato un tentativo di colpo di Stato in Italia durante la notte tra il 7 e l'8 dicembre 1970, organizzato da Junio Valerio Borghese e condotto sotto la sigla Fronte Nazionale, in stretto rapporto con Avanguardia Nazionale), a proporre una strategia radicalmente nuova. Scrisse Berlinguer il 28 settembre 1973: “La gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di processo democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”. Berlinguer proponeva, in sostanza, alla DC un'alleanza programmatica capace da un lato di affrontare i problemi economici e sociali dell'Italia, e dall'altro di contrastare le spinte eversive che, da destra e da sinistra, minacciavano la democrazia.
Il PCI, inoltre, in quegli anni, si stava sganciando dal modello sovietico. Lo stesso Berlinguer aveva affermato nel 1976 che anche in caso di vittoria elettorale comunista, l'Italia non avrebbe abbandonato l'Alleanza Atlantica con gli Stati Uniti. Egli coniò l'espressione eurocomunismo, per indicare il tentativo di una via al socialismo diversa da quella russa e da quella della socialdemocrazia occidentale.
Nello stesso tempo, il presidente della DC Aldo Moro, stava formulando una constatazione sulla “democrazia bloccata”, nel senso che non era possibile procedere ad un'alternativa di governo paragonabile a quella tipica dei paesi anglosassoni. In Italia, secondo Moro, il fatto che il principale partito d'opposizione fosse il PCI non dava affatto la garanzia che qualora avesse vinto il sistema democratico sarebbe stato mantenuto. Per questa ragione, per Moro, l'evoluzione del PCI non poteva essere ignorata. Il processo di democratizzazione del PCI andava quindi sostenuto mediante il suo coinvolgimento nella maggioranza di governo. Il PCI avrebbe potuto condurre fino in fondo la propria evoluzione, trasformarsi da partito leninista in forza politica riformatrice e, quindi, costituire una potenziale alternativa di governo per il paese.

La solidarietà nazionale e le Brigate rosse


Nell'agosto 1976, il democristiano Giulio Andreotti guidò il primo governo che non vide i comunisti all'opposizione. Invero, essi non partecipavano al governo e neppure votarono la fiducia in Parlamento, tuttavia, astenendosi dal voto, permettevano al governo di avere una maggioranza parlamentare. Questo singolare governo della non-sfiducia durò due anni. Nel 1978, infatti, lo stesso Andreotti, dopo aver concordato un programma con i comunisti, presiedette un esecutivo che in Parlamento avrebbe ricevuto il voto positivo del PCI, anche se nessun esponente di questo partito aveva dirette responsabilità ministeriali.
La votazione della fiducia di tale governo di solidarietà nazionale era prevista per il 16 marzo; la mattina di quel medesimo giorno, tuttavia, in via Fani a Roma, Aldo Moro venne rapito, mentre cinque uomini della sua scorta vennero uccisi a freddo nel corso dell'operazione. L'attentato fu compiuto dalle Brigate rosse, un gruppo che aveva iniziato a organizzarsi nel 1970, sotto la guida di Renato Curcio e Alberto Franceschini, e che dal 1974 aveva iniziato un'offensiva finalizzata a colpire il cuore dello stato. Erano cominciati allora, e sarebbero durati sino al 1981, i cosiddetti anni di piombo.

Il sequestro e l'uccisione di Moro


L'obiettivo politico che le BR volevano raggiungere con il sequestro Moro era quello di impedire che il PCI fosse coinvolto nella normale dinamica democratica e che rinunciasse definitivamente alla prospettiva rivoluzionaria.
Tuttavia, la lotta armata non era affatto condivisa dalla grande maggioranza degli operai italiani. Nelle ore immediatamente seguenti il sequestro Moro, i tre grandi sindacati CIGL, CISL e UIL, proclamarono subito uno sciopero di protesta, esortando i lavoratori a rifiutare la logica della violenza e a contrapporsi ai terroristi.
La vicenda del sequestro Moro durò fino al 9 maggio 1978, allorché le BR uccisero Moro e il suo cadavere fu ritrovato in un luogo – via Caetani – che non a caso era a metà strada tra la sede della DC e quella del PCI. Nei due mesi in cui Moro fu tenuto prigioniero, le BR proposero di scambiare Moro con 13 brigatisti detenuti in carcere. Il mondo politico si divise: i socialisti, guidati dal nuovo segretario Bettino Craxi, riteneva che fosse necessario trattare per salvare la vita di Moro; il PCI preoccupato soprattutto di mostrare la propria avversione nei confronti di un gruppo estremista che si definiva comunista, sostenne invece la linea della fermezza; tale linea venne fatta propria anche dalla DC e soprattutto dal governo.
Nei mesi e anni successivi numerose persone furono uccise dalle BR (tra cui: Guido Rossa, un operaio genovese iscritto al PCI e “colpevole” di aver denunciato un impiegato della sua fabbrica che svolgeva attività terroristica; Vittorio Bachelet, professore all'Università di Roma e noto intellettuale; Walter Tobagi, un giovane giornalista del Corriere della Sera). Solo quando vennero introdotte consistenti riduzioni di pena per i terroristi pentiti, cioè disposti a collaborare, fu possibile smantellare l'intera organizzazione delle Brigate rosse.

Lo scenario politico degli anni Ottanta


Il 31 gennaio 1979, il governo di solidarietà nazionale presieduto da Andreotti diede le dimissioni; un gran numero di militanti del PCI, infatti, non riteneva più produttiva l'alleanza con la DC.
Nell'autunno 1980 si concluse la fase storica apertasi con le contestazioni dell'autunno 1969. A Torino, in occasione di una vertenza FIAT, poiché l'azienda minacciava la cassa integrazione per 24000 lavoratori e il licenziamento di 14000 operai, il sindacato proclamò uno sciopero a oltranza. Dopo circa venti giorni di sciopero, sebbene l'azienda avesse annunciato il ritiro dei licenziamenti, il sindacato non sospese la protesta, richiedendo la cancellazione totale anche della cassa integrazione. Il 14 ottobre circa 40000 dipendenti (in prevalenza impiegati e quadri) sfilarono per le vie di Torino e chiesero la riapertura della fabbrica. Il giorno dopo il sindacato, costretto a porre termine alla linea dura, siglò un compromesso con l'azienda, in base al quale i licenziamenti venivano trasformarti in cassa integrazione.
A partire da quel momento, con un sindacato indebolito e diviso, gli industriali procedettero alla ristrutturazione dei processi produttivi, che prevedevano l'introduzione di innovazioni tecnologiche e la riduzione del numero dei lavoratori. A seguito di queste drastiche misure, l'economia italiana riprese a crescere e mantenne elevatissimi livelli di produzione per tutti gli anni Ottanta: nel 1987, l'Italia superò la Gran Bretagna e divenne la quinta potenza industriale del mondo. Tuttavia, il bilancio dello stato rimaneva critico e di anno in anno il debito pubblico continuava ad aumentare, tanto che all'inizio degli anni Novanta, appariva come una vera e propria voragine.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email