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Italia: dalla neutralità all'intervento

L’Italia entrò nel conflitto mondiale nel maggio del 1915, quando la guerra era già iniziata da mesi, schierandosi a fianco dell’Intesa contro l’Impero austro-ungarico, fin allora suo alleato. La decisione di entrare in guerra fu una scelta come sofferta e contrastata, sulla quale classe politica e opinione pubblica si spaccarono in due fronti contrapposti, cioè i neutralisti e gli interventisti. Il 2 agosto 1914, a guerra appena iniziata, il governo presieduto da Salandra aveva dichiarato la neutralità dell’Italia. Questa decisione, giustificata col carattere difensivo della Triplice Alleanza, aveva trovato concordi in un primo tempo tutte le principali forze politiche. Successivamente, cominciò ad affacciarsi l’idea di portare a compimento il processo risorgimentale, riunendo alla patria Trento e Trieste, ai danni dell’Austria. Portavoce di questa politica furono gli interventisti, che si contrapposero ai neutralisti. I neutralisti, oppositori dell’intervento in guerra dell’Italia, rappresentavano la maggioranza rispetto agli interventisti che, comunque, furono bravi a far sentire la loro voce, promuovendo manifestazioni e azioni propagandistiche.

Tra i neutralisti ritroviamo i socialisti ( pacifisti), i cattolici, che non intendevano combattere contro l’Austria poiché essa era l’unica grande potenza cattolica, e i liberali progressisti, capitanati da Giolitti, che rifiutavano la guerra perché consapevoli che l’Italia non fosse pronta ad affrontare un conflitto così lungo e impegnativo. Giolitti credeva quindi che l’Italia avrebbe potuto ottenere dagli imperi centrali, come compenso per la sua neutralità, buona parte dei territori rivendicati. L’Italia avrebbe quindi potuto trattare con l’impero asburgico, scambiando la restituzione delle terre irredenti in compenso della sua neutralità. L’Austria così non avrebbe dovuto combattere su 2 fronti. Come sempre la politica di Giolitti risulta di basso profilo, volta sempre alla ricerca di compromessi con le altre potenze. Chi voleva invece entrare in guerra erano gli irredentisti, nella schiera degli interventisti, i quali concepirono la guerra come lotta di indipendenza delle nazionalità oppressa. Questi interventisti, democratici e patrioti, diedero alla guerra un valore ideale, poiché essa avrebbe liberato le nazionalità oppresse dai potenti imperi autoritari. Combattere contro la Germania significava quindi combattere al fianco della Russia. La loro posizione era però contradditoria, perché la Russia era un impero molto autoritario.
Tra gli interventisti democratici ricordiamo Gaetano Salvemini, che era un intellettuale progressista, alcuni socialisti e riformisti moderati. Alcuni esponenti, tra cui Cesare Battisti e Damiano Chiesa, erano patrioti italiani sudditi dell’impero austro ungarico, ossia erano italiani che risiedevano nelle terre irredenti. Essi avrebbero dovuto quindi far parte dell’esercito austriaco ma invece scapparono e si arruolarono con l’esercito italiano per combattere contro gli austriaci. Essi furono poi catturati nel corso della guerra e fucilati, in quanto accusati di tradimento. Tra gli interventisti troviamo molti esponenti delle forze politiche nazionaliste, coloro che quindi volevano liberare le terre irredenti e fare dell’Italia una potenza mondiale. Essi credevano infatti che l’Italia, non intervenendo in guerra, sarebbe diventata una potenza di secondo rango. Tra gli interventisti ci furono anche i liberali conservatori, tra cui si ricorda e Sonnino ( ministro degli Esteri). I liberali conservatori condividevano con i nazionalisti la volontà di affermare il prestigio della nazione e della monarchia italiana. Essi infatti erano espressione delle borghesia italiana e dell’industria bellica e perciò avevano forti interessi economici all’entrata dell’Italia in guerra. Tra gli interventisti ricordiamo anche un gruppo di intellettuali e di giovani, che guardavano con grande entusiasmo alla guerra perché la consideravano come portatrice di rinnovamento. Secondo questi, infatti, la guerra rappresentava il momento in cui il popolo poteva esprimere la propria energia e la propria vitalità. Tra questi giovani intellettuali era presente il promotore e il principale esponente di quel movimento di Avanguardia nato in Italia agli inizi del 900, ossia il movimento futurista. Costui era Giovanni Marinetti che, nel 1909, pubblicò il famoso manifesto del futurismo, nel quale egli considera la guerra come “ la sola igiene del mondo”. Il movimento futurista era infatti caratterizzato dalla celebrazione per la modernità e il progresso . La loro poetica è infatti strettamente legata all’esaltazione di alcuni simboli che per eccellenza rappresentano la modernità e il progresso, come ad esempio la macchina, intesa in tutte le sue accezioni, poiché essa esprimeva movimento e velocità. I futuristi ritengono che l’uomo deve liberarsi dalla putredine dell’immobilità e rompere con il passato e con la tradizione. Essi quindi celebrano la moderna civiltà industriale che ha accelerato enormemente i ritmi del cambiamento. Tra gli interventisti ricordiamo poi soprattutto D’Annunzio e Mussolini, che entrambi risentivano di tale suggestioni vitalistiche dei futuristi. D’Annunzio e Mussolini attaccano fortemente le istituzioni e in particolare il Parlamento, perché in esso prevalgono posizioni pacifiste e prevale la posizione giolittiana del compromesso e della mediazione, che secondo D’Annunzio assegna un marchio di viltà all’Italia. Tale posizione condanna quindi l’Italia a rimanere un piccolo paese di secondo rango. Mussolini, proveniente dalle fila del partito socialista, condusse una campagna propagandistica a favore della guerra e per tale motivo venne cacciato dal giornale “ l’Avanti”. Egli decise così di fondare un nuovo giornale, “ Il popolo d’Italia”, nel quale inveisce fortemente contro il Parlamento. Nella sua accesa accusa si ritrovano gli accenti tipici di un rivoluzionario che vede le istituzioni come espressione del potere borghese. La guerra, nella sua ottica, avrebbe potuto portare a grossi cambiamenti nell’ordine sociale, visti però ancora nell’ottica del socialismo. Mussolini, quindi, in un certo senso, congiunge sentimenti nazionalisti con sentimenti socialisti. Questi ultimi rimarranno in lui fino agli ultimi anni della sua parabola.
L’intervento dell’Italia in guerra si deve ad una decisione degli alti vertici di governo. Salandra e Sonnino, rispettivamente capo del governo e ministro degli Esteri, stringono un patto segreto con i paesi dell’Intesa, detto Patto di Londra ( aprile del 15), con il quale l’Italia si impegnava ad entrare in guerra a fianco dei paesi dell’Intesa ed essi invece si impegnavano, in caso di vittoria, a cedere all’Italia i territori del Trentino Alto Adige, della Venezia Giulia, dell’Istria ( tranne Fiume), della Dalmazia e alcune isole dell’Adriatico. La decisione di entrare in guerra doveva comunque essere ratificata dal Parlamento. Salandra così si presentò in Parlamento ma ancora una volta prevalse la maggioranza a sfavore della guerra ( ¾ del Parlamento erano neutralisti). Salandra decise allora di presentare le proprie dimissioni ma il re Vittorio Emanuele le rifiutò. Si rischiava ora un possibile conflitto tra le istituzioni, da una parte sovrano e governo e dall’altra il Parlamento. Il Parlamento, infatti, credeva che l’Italia non poteva permettersi un tale conflitto che avrebbe causato forte instabilità, in un momento in cui tutta Europa era in guerra. Venne quindi nuovamente fatta la votazione e stavolta il Parlamento espresse una maggioranza a favore dell’entrata in guerra. E così il 24 maggio del 1915 l’Italia entrò in guerra a fianco dei paesi dell’Intesa.
La guerra fu caratterizzata soprattutto da combattimenti su 3 fronti principali: il fronte occidentale, molto stabile ( si mosse infatti di pochi km), dove combatterono da una parte Francia e Inghilterra e dall’altra la Francia; il fronte orientale, molto mobile, nel quale combatterono Germania e Austria da una parte e Russia dall’altra; Il fronte orientale si snodava tra il nord e il sud dell’odierna Polonia orientale. Al sud si confrontarono russi e austriaci, mentre a nord russi e tedeschi ; il fronte italiano, nel quale gli italiani si contrapposero agli austriaci. Sul fronte occidentale, i tedeschi credevano di poter condurre una guerra lampo contro i francesi e poi occuparsi dei russi. In realtà, le previsioni tedesche si rivelarono sbagliate perché ben presto il fronte si assestò su una linea e lì rimase per tutti e 4 gli anni di guerra. Anche sul fronte orientale le previsioni tedesche si rivelarono errate perché la Russia riuscì a sferrare già nell’Agosto del 14 un attacco contro gli austriaci , riuscendo a penetrare e invadere addirittura parte della Prussia orientale, nella regione della Galizia. I tedeschi così concentrarono una parte significativa dell’esercito sul fronte orientale e riuscirono a sconfiggere i russi in due battaglie, combattute nei Laghi Masuri e a Tannenberg. Nel 15, poi, i russi vennero nuovamente sconfitti sia presso i Laghi Masuri dai tedeschi, sia in Galizia dagli austriaci. Essi furono così costretti a ritirarsi, lasciando la Polonia del nord ai tedeschi, assieme ad alcune regioni baltiche, e lasciando la Galizia agli austriaci. A causa di tale sconfitta, gli austriaci ne approfittarono per invadere e occupare la Serbia.
Nel 15, però, si aprì un altro fronte di guerra, quello italiano, che correva lungo tutto il confine tra Italia e impero austro ungarico. I punti fondamentali di tale fronte furono l’altopiano di Asiago, tra le Alpi Carniche e le Alpi Giulie, lungo il fiume Isonzo, che scorreva nell’estremo oriente del confine italiano nei pressi di Gorizia e Trieste. Il comandante in carica dell’esercito italiano era il generale Cadorna, il quale adottò una tattica offensiva lungo il fiume Isonzo e una tattica difensiva nel resto del fronte. Lungo l’Isonzo, infatti, si combatterono addirittura 11 battaglie, e le prime 4 già nel 15. Nel frattempo, sul fronte occidentale, avvennero nel 1916 due importanti battaglie che portarono alla morte di circa un milione e mezzo di uomini, senza riuscire comunque ad alterare la linea del fronte. Questa battaglie furono quella di Verdun, a seguito di un’offensiva tedesca, e quella di Somme ( fiume francese), a seguito di un’offensiva portata avanti soprattutto dagli inglesi. Sul confine orientale, nel 16, ci fu un tentativo russo di rilanciare l’offensiva e riconquistare i territori perduti, sollecitati anche dai francesi e dagli inglesi. I russi riuscirono a riconquistare buona parte della Galizia . Sul fronte italiano, nel 16, accadde che gli austriaci sfondarono il fronte presso l’Isonzo e avanzarono circa 30 km nel territorio italiano. Gli italiani riuscirono ad arrestare l’avanzata e a respingere l’attacco austriaco nei pressi degli altopiani di Asiago. Tale offensive fu chiamata “ Strafexpedition”, ossia spedizione punitiva contro l’antico alleato ritenuto colpevole di tradimento. L’Italia non subì alcuna perdita territoriale ma il contraccolpo psicologico nel paese fu fortissimo. Il governo Salandra fu infatti costretto alle dimissioni e fu sostituito da un ministero di coalizione nazionale, comprendente tutte le forze politiche esclusi i socialisti, guidato da Boselli. Il cambio di ministero non comportò però nessun mutamento nella conduzione militare della guerra. Nel corso dell’anno, infatti, furono combattute altre cinque battaglie sull’Isonzo, durante una delle quali fu conquistata Gorizia.
A seguito del blocco navale imposto dagli inglesi nel Mare del Nord, nel 16 i tedeschi decisero di tentare un attacco contro la flotta inglese, via mare, in prossimità della penisola dello Jutland. La battaglia fu vinta strategicamente dai tedeschi ma non servì a spezzare il ferreo blocco navale degli inglesi. Così dopo la battaglia, la flotta tedesca decise di ritirare le navi nei porti, rinunciando definitivamente allo scontro in campo aperto. La costruzione di una potente flotta navale tedesca aveva rappresentato nell’anteguerra uno dei più gravi fattori di tensione internazionale. Guglielmo II , infatti, intendeva costruire una flotta alla pari, se non superiore, di quella inglese e ciò non fece altro che aumentare i contrasti già fragili tra le 2 potenze. I tedeschi tentarono successivamente di spezzare il blocco navale inglese tramite un’offensiva sottomarina. Durante l’offensiva, i tedeschi non colpirono soltanto le navi inglese ma anche le navi dei paesi neutrali che entravano in comunicazione con le navi inglesi. Per ciò che avvenne in Lusitania, quando ciò un piroscafo inglese che portava numerosi cittadini americani venne affondata da un attacco sottomarino tedesco, si deve l’ingresso in guerra degli Stati Uniti d’America. Gli Usa, infatti, dopo questo attacco, minacciarono la loro entrata in guerra. I tedeschi così decisero di bloccare per alcuni mesi la guerra sottomarina, riprendendola però all’inizio del 17, sicuri di riuscire a concludere le loro operazioni prima dell’intervento statunitense. Proprio nel 17, gli Usa proclamarono il loro intervento in guerra, nonostante il loro apporto militare comincerà a farsi sentire soprattutto agli inizi del 18.
Nel 1917, poi , scoppiò la rivoluzione russa, a cui si deve l’uscita della Russia dal conflitto internazionale e una forte influenza sui sentimenti e sul morale dei soldati di tutta Europa. In Russia, infatti, l’impreparazione tecnica e strategica dei generali, l’inadeguatezza dell’apparato produttivo e l’esaurimento delle risorse alimentari portarono, oltre a 2 milioni di morti, la popolazione allo stremo delle proprie forze. Tale situazione era ancor più aggravata dall’assoluta indifferenza degli alti vertici politici e militari. Nel febbraio del 17, soldati, contadini e operai russi decisero di ribellarsi, costringendo lo Zar ad abdicare. Si venne così a formare un governo provvisorio di coalizione tra varie forze politiche. Questo nuovo governo decise di continuare le azioni di guerre nonostante il disordine nelle città. Nel luglio dello stesso anno, il governo decise di sferrare una nuova offensiva in Galizia, ma i russi furono sconfitti lungo tutta la linea del fronte. Tale sconfitta, in parte, si dovette alla ribellione e al disordine creato dai soldati, che ormai rifiutavano di combattere e addirittura di partire per il fronte. Da questo momento in poi, l’apporto della Russia in guerra cesserà quasi completamente. Nell’Ottobre, una rivoluzione guidata dal socialista Lenin portò all’instaurazione di un sistema politico socialista, guidato dallo stesso Lenin. Lenin, decisamente contro la guerra, decise di tirare definitivamente fuori dalla guerra la Russia, stipulando con Germania e Austria due separati trattati di pace.
L’uscita della Russia dalla guerra permise quindi ai tedeschi e agli austriaci di concentrare tutte le loro forze negli altri fronti. Così, il 24 ottobre del 1917, gli austriaci concentrarono le loro truppe sul fronte italiano e sfondarono il fronte di Caporetto. Le condizioni che resero possibile tale disfatta furono la notevole concentrazione di truppe austriache sul fronte italiano e lo scoramento e il basso morale dei soldati italiani. Le responsabilità diretta della disfatta furono attribuite in un primo momento ai soldati, accusati di codardia, anche se in realtà le principali responsabilità furono degli alti vertici militari. La somma di queste situazioni consentì agli austriaci di sfondare il fronte presso Caporetto, adottando la tecnica dell’infiltrazione, ossia rompere il fronte in un dato punto e circondare poi l’esercito avversario alle spalle- Immediatamente dopo l’attacco, i vari ordini militari non furono in grado di riunirsi tra loro e così fu il caos. Per sfuggire all’accerchiamento, l’esercito italiano si abbandonò ad una caotica ritirata. Ad abbandonare le terre del Friuli non furono soltanto i soldati ma anche la popolazione civile, tanto che si calcola che ci furono circa 400 mila profughi. Nelle mani dei soldati, oltre a numerosi soldati, caddero anche le armi e tutto ciò che i soldati avevano abbandonato fuggendo.
Dopo circa 2 settimane, l’esercito italiano, ormai dimezzato, si riorganizzò presso il Piave, grazie al contributo dei cosiddetti “giovinetti del 99”. Cadorna abbandonò i vertici militari e questi furono assunti da Diego Armando Diaz. Mentre Cadorna aveva imposto ai suoi soldati una rigida disciplina, Diaz cercò di rendere loro le condizioni meno gravose, concedendo maggiori licenze ed essendo più attento al morale delle truppe. Furono infatti presi alcuni provvedimenti per la tutela dei mutilati, degli orfani e delle vedove, fu poi ventilata la possibilità che a guerra finita lo Stato potesse assegnare appezzamenti di terra ai contadini reduci dalla guerra. La guerra veniva ora concepita in modo diverso, perché si doveva difendere la patria contro l’attacco del nemico esterno. Fu poi intensificata anche la propaganda come altro fattore motivante. Essa venne condotta nel nuovo spirito wilsoniano, non insistendo più sui temi tradizionali come la difesa della patria, ma concependo la guerra come democratica, ossia era necessario combattere per affermare la libertà dei popoli e per formare un ordine internazionale che tenga conto di tale libertà. Dopo alterne vicende che si svolsero nell’anno successivo alla sconfitta di Caporetto, il 24 ottobre del 18, esattamente un anno dopo, il generale Diaz ordinò l’offensiva finale. La battaglia di Vittorio-Veneto vide la vittoria italiana e la sconfitta austriaca. Gli austriaci furono quindi costretti a ritirarsi, abbandonando quindi le terre irredenti. Il 3 novembre, l’Italia firma l’Armistizio di Villa Giusti e il 4 novembre proclama la vittoria.
La vittoria italiana si deve in gran parte al cedimento del fronte austro ungarico interno, cioè della popolazione civile. Le diverse etnie che infatti componevano l’impero e l’esercito si erano rivoltate contro il potere centrale e non intendevano più combattere una guerra per la sola volontà dell’imperatore. La compagine politica dell’Impero si sfaldò e l’imperatore Carlo I d’Asburgo fu costretto a scappare. Precedentemente sul fronte occidentale, i tedeschi, nel marzo del 18, sfondarono il fronte presso Saint Quintin, riuscendo ad avanzare e minacciare Parigi. Contro i tedeschi intervennero massicciamente, oltre a francesi e inglesi, anche gli statunitensi. I tedeschi furono così respinti e la battaglia decisiva si combattè ad Amiens ( 8-11 agosto del 18), durante la quale i tedeschi furono sconfitti definitivamente. Dopo pochi giorni, i tedeschi firmarono la resa e l’11 novembre firmarono poi l’Armistizio di Rethondes. ( l’armistizio è l’accordo con cui si concludono le ostilità). I tedeschi persero sì la guerra ma non persero alcun territorio, perché essa fu combattuta tutta al di fuori dei suoi territori. La sconfitta tedesca si dovette in gran parte alla rivolte della popolazione civile, che era ormai allo stremo delle proprie forze. Nel novembre del 18, infatti, alcuni soldati si ammutinarono e la popolazione civile, in particolare a Berlino e in Baviera, si era solidarizzata con i soldati e avevano dato vita ai primi moti rivoluzionari. L’imperatore Guglielmo II fu costretto a fuggire e si instaurò così la Repubblica, formata da un governo di coalizione presieduto da un socialista. Tale governo intavolerà le trattative con i vincitori.
L’uscita russa dalla guerra influenzò il morale di tutti i soldati ancora costretti a combattere sui vari fronti. Il 17, infatti, fu l’anno di maggiore stanchezza e demoralizzazione per i soldati ancora impegnati. Essi, venendo a conoscenza di ciò che era accaduto in Russia, decisero di dar vita a proteste, scioperi e manifestazioni, e queste aspirazioni rivoluzionarie si diffusero rapidamente nei paesi europei. Anche per questo motivo, l’intervento statunitense in guerra assunse un carattere fortemente ideologico, perché in un certo senso gli Usa presentarono il loro intervento in guerra come sostegno ai popoli che lottavano per la libertà. In questa ottica, tale carattere ideale aveva la funzione di fare da contraltare ideologico contro le ideologie socialiste che sempre più andavano diffondendosi. Gli Usa, infatti, entrarono in guerra a sostegno dei paesi dell’intesa, che avevano poteri liberal-democratici. Nel gennaio del 18, Wilson pronunciò un discorso al Congresso degli Stati Uniti, noto come “ I 14 punti di Wilson”, nel quale egli elencava i principi in base ai quali si sarebbero dovuti ispirare i trattati di pace e per far prevalere i quali gli Usa entrarono in guerra. Tali principi erano di ispirazione democratica. Il principio più importante era quello di nazionalità e di autodeterminazione dei popoli, secondo cui tutte quelle comunità nazionali che si riconoscono come un popolo e che sono soggette ad altri Stati dovranno avere il diritto di costituire un proprio Stato e di scegliere autonomamente la propria forma di governo. Wilson, in particolare, si riferisce qui a tutti i popoli compresi nell’impero austro ungarico, a tutti i popoli che fanno parte dell’impero turco ottomano e russo, al Belgio occupato dai tedeschi, l’Alsazia e la Lorena contese tra francesi e tedeschi. Secondo Wilson dovrà poi essere istituito il principio della libera navigazione dei mari; ciò comporta quindi che dopo la guerra dovranno essere abbattute tutte le barriere doganali e dovranno interrompersi le politiche del protezionismo e del libero commercio. Si dovrà inoltre interrompere la diplomazia segreta tra i vari popoli, dovranno essere ridotti gli armamenti e dovrà nascere un organismo internazionale che in futuro possa regolare pacificamente le controversie internazionali. Tale organismo è la “ Società delle Nazioni”. Gli Usa, quindi, aspiravano a costituire un nuove sistema di relazioni internazionali che permettesse l’affermazione e lo sviluppo del liberismo.

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