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L'Italia liberale e la strategia di Sonnino

La crisi di fine Novecento crea un periodo difficile per le istituzioni liberale e mette la classe dirigente davanti a una questione molto importante, ovvero come governare l'Italia in un periodo di vertiginoso sviluppo economico e di un accelerata mobilitazione dei popolari.
La soluzione autoritaria suggerita da Pelloux e Rudinì fallì: ci si chiede quali siano le ragionevoli alternative.
Intorno a questa domanda la classe dirigente liberale dell'epoca si divise nei due poli simboleggiati dalle figure di Sidney Sonnino e Giovanni Giolitti. Ciò che accomunava Sonnino e Giolitti era l'idea che non vi fosse reale alternativa al governo liberale e che dunque bisognasse operare per rafforzare la centralità del Partito liberale. Ciò che li divideva era la strategia da seguire per raggiungere tale obiettivo. Il problema, per Sonnino, stava nelle divisioni interne fra i liberali e nella presenza di due opposti estremismi ostili allo stato, i "rossi" e i "neri", i socialisti e i clericali. Si doveva dunque creare un forte Partito liberale di orientamento conservatore e rafforzare il potere esecutivo, rappresentato dalla monarchia e da un governo che non doveva più rispondere al parlamento, ma al sovrano, secondo quanto previsto dallo Statuto Albertino (concesso da Carlo Alberto nel 1848, fu la carta costituzione italiana per un secolo, fino alla Costituzione repubblicana del 1948). Solo uno stato così rafforzato avrebbe potuto realizzare le riforme economiche e sociali che pure erano necessarie per ottenere il consenso delle masse popolari, la cui estraneità alla vita dello stato liberale costituiva un grave fattore di instabilità.

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