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Nel 1876 la Destra storica perse la direzione del governo a vantaggio della Sinistra, al cui leader, Agostino Depretis, Vittorio Emanuele II conferì l’incarico di formare il nuovo governo. Rispetto alla Destra, la Sinistra dava una maggiore attenzione agli interessi della nuova componente industriale e finanziaria e della piccola borghesia. I punti fondamentali della Sinistra vennero annunciati da Depretis in un discorso pubblico tenuto a Stradella (1875): allargamento del suffragio, innalzamento dell’istruzione obbligatoria e gratuita, diminuzione della pressione fiscale, introduzione di un moderato decentramento amministrativo.
Tuttavia, una volta al governo, la Sinistra attenuò la carica innovativa del suo riformismo per far convergere anche i voti dei parlamentari più moderati eletti nelle file della Destra, al fine di creare un’ampia e solida maggioranza che desse stabilità al governo: questa politica è detta trasformismo -> le conseguenze furono: mancanza di alternanza parlamentare tra schieramenti diversi e di una reale opposizione, maggiori accordi e quindi fenomeni di corruzione e clientele, arenarsi del processo di riforme e quindi passaggio all’opposizione dell’ala radicale della Sinistra.

Approfondimento sul diritto al voto:
- 1860: cittadini maschi con più di 25 anni, che sapessero leggere e scrivere e che pagassero almeno 40 lire all’anno di imposte dirette (solo la metà si recava alle urne).
- 1882 (Sinistra storica): cittadini maschi con più di 21 anni, che avessero superato la seconda elementare o dimostrassero di saper leggere e scrivere o pagassero un’imposta diretta di 20 lire.
- 1912 (Giolitti): cittadini maschi con più di 21 anni, che avessero prestato il servizio militare o fossero alfabetizzati + tutti i maschi con più di 30 anni.

Provvedimenti:
- Legge Coppino (1877): innalzò l’obbligo scolastico sino ai 9 anni e prevedeva un’ammenda per i genitori inadempienti, ma vevve sono parzialmente applicata dai Comuni, cui era delegata l’attuazione, per mancanza di fondi.
- Riforma elettorale (1882): (vedi sopra Sinistra storica), produsse un modesto allargamento dell’elettorato.
- Istituzione di un catasto su scala nazionale: tassare le rendite non migliorò molto la pressione fiscale sulle masse popolari (anche se venne abolita la tassa sul macinato).
- Riforma amministrativa: accantonata; accentramento e potere dei prefetti non si attenuarono.

Dal 1878 Depretis cominciò ad attuare una svolta protezionistica: tariffe doganali su cereali, zucchero, prodotti dell’industria meccanica, tessile e siderurgica (1887). L’obiettivo era quello di difendere lo sviluppo della produzione industriale del Nord, tuttavia le tariffe protettive tenevano artificiosamente elevato il prezzo dei cereali (crollato all’arrivo di quelli americani), difendendo gli interessi dei grandi latifondisti meridionali. Si parla di “blocco agrario-industriale”.

Le nuove tariffe doganali provocarono inoltre ritorsioni da parte di nazioni straniere come la Francia che, vedendo danneggiate le proprie esportazioni verso l’Italia, reagì ostacolando l’importazione di prodotti agricoli italiani. I dazi sui cereali provocarono inoltre il rincaro di generi di prima necessità.

Nel corso degli anni Ottanta l’Italia conobbe le prime forme di industrializzazione (“triangolo industriale: Milano-Torino-Genova). Il governo favorì l’industria siderurgica (anche se l’Italia era priva di carbone e ferro). Tuttavia nella gran parte delle regioni italiane la crisi agraria e la conseguente caduta dei prezzi dei prodotti agricoli generarono nuove difficoltà che portarono ad un ingente flusso migratorio di contadini.

L’inchiesta parlamentare sull’agricoltura e quella sulla mafia misero in piena luce le cause economiche e sociali dei gravi problemi del Meridione, ma non trovarono seguito nelle iniziative del governo e nella legislazione del parlamento. Alcuni intellettuali, riguardo alla “questione meridionale”, denunciarono la mancanza di volontà o l’incapacità della classe politica di risolvere il grave problema dello squilibrio fra l’economia e la società settentrionali e quelle meridionali. Essi lamentavano inoltre gli effetti disastrosi del “piemontesismo” (inefficacia della divisione dei terreni demaniali e della vendita dei beni ecclesiastici, assenza di iniziative a favore dell’agricoltura del Sud e dell’industria, insostenibilità della pressione fiscale al Sud, causata dall’unificazione del debito pubblico).

A causa dell’inasprirsi dei rapporti con la Francia e per evitare un isolamento diplomatico, il governo Depretis concretizzò il riavvicinamento a Germania e Austria-Ungheria (terre irredente di Trento e Trieste!) con la Triplice alleanza del 1882, difensiva e in funzione antifrancese.

Il colonialismo italiano si orientò inizialmente verso l’Africa orientale (baia di Assab, in Eritrea); tre anni dopo, con il pretesto di un massacro di una spedizione di italiani, Depretis ordinò l’occupazione del porto di Massaua. Tuttavia, parte dell’opinione pubblica contrastava queste iniziative, e quando, nel 1887, un contingente di uomini fu massacrato a Dogali dalle truppe etiopi, il governo interruppe l’avventura coloniale a seguito di proteste e polemiche.

Francesco Crispi (1887 – 1891, 1893 – 1896) divenne presidente del consiglio nel 1887, primo esponente (di Sinistra) della classe politica meridionale a ricoprire questa carica. I suoi obiettivi erano l’ordine pubblico e la stabilità del governo, perciò ispirò la propria azione politica a quella di Bismarck, dunque aspirò a rafforzare l’autorità dello stato. Perciò:
- Rafforzò il potere esecutivo a scapito del potere legislativo, anche ricorrendo al decreto legge.
- Applicò una democrazia autoritaria (contraddittoria): codice penale Zanardelli (diritto di sciopero e no pena di morte vs legge sulla pubblica sicurezza → meno libertà ai cittadini, più potere discrezionale della polizia) – riforma degli enti locali (carica di sindaco elettiva) vs più controllo dei prefetti sulle autorità e sulle attività comunali.

- Intralci alla dialettica dei partiti (scioglimento del Partito dei lavoratori).
- Repressione dei movimenti di protesta sociale (Fasci siciliani, per molti un contraddittorio movimento di diseredati).
- Legislazione illiberale (revisione delle liste elettorali; leggi anti-anarchiche: restrizione a libertà di stampa, riunione, associazione; non convocava il parlamento, ma contava sul sovrano).
- Acceso nazionalismo e rilancio della politica coloniale (imperialismo): spesa militare coperta da un aumento del carico fiscale. 1889: protettorato italiano sulla Somalia orientale e meridionale  riconoscimento della colonia di Eritrea (trattato di Uccialli). Secondo il governo Crispi, il trattato affidava all’Italia anche il controllo delle relazioni internazionali dell’Etiopia, in realtà solo possibile: il contrasto interpretativo condusse allo scontro, terminato con la sconfitta italiana all’Amba Alagi, poi nella conca di Adua (il negus e Antonio di Rudinì, successore di Crispi, firmeranno il trattato di pace di Addis Abeba).

La questione dello scandalo della Banca romana concluse la breve fase del governo Giolitti.
Nacquero nuove forme di associazione dei lavoratori, con diverse matrici ideologiche (dottrina socialista, solidarismo mazziniano o del cattolicesimo liberale, anarchismo di Bakunin, cattolicesimo intransigente…). Per coordinare queste diverse forze, vennero fondati i primi partiti di ispirazione socialista, ma solo nel 1892 nacque il Partito dei lavoratori italiani, che nel 1893 assumerà la denominazione di Partito socialista (Psi), guidato dall’avvocato milanese Filippo Turati. Gli obiettivi del Psi erano la socializzazione dei mezzi di produzione e la lotta del proletariato. Tuttavia il partito era travagliato dall’acceso scontro fra riformisti e rivoluzionari.

Il bisogno dei lavoratori di trovare adeguati spazi e forme di tutela dei loro diritti favorì, nel 1906, la costituzione della Confederazione generale del lavoro (Cgl), sindacato di orientamento riformista, e nel 1912 dell’Unione sindacale italiana (Usi), organizzazione di ispirazione rivoluzionaria. Intanto anche gli imprenditori fondarono le proprie associazioni di categoria, che si coordinarono nel 1910 nella Confederazione nazionale dell’industria.

Nei cattolici più aperti e attivi emerse il desiderio di partecipare anche alla vita politica dello Stato, sia per arginare il diffondersi degli ideali laici e socialisti, sia per contribuire al rinnovamento della legislazione e delle istituzioni italiane, superando il “non expedit” di Pio IX. In questo senso, conobbe un discreto successo la Lega democratico-cristiana.

Dopo le sconfitte coloniali, Crispi si dimise e a ciò seguirono gli anni turbolenti della “crisi di fine secolo”, scossi da fortissime tensioni sociali, cui i governi, per lo più conservatori, risposero con atteggiamenti antiliberali (Sidney Sonnino propose di tornare allo Statuto albertino del 1848, secondo cui il governo deve rispondere solo al sovrano) e con la repressione poliziesca culminante nei fatti di Milano del 1898 (il generale Bava Beccaris ordinò di puntare i cannoni su una dimostrazione). Luigi Pelloux tentò di limitare il diritto di sciopero, le libertà di stampa e di associazione, ma il parlamento ricorse all’ostruzionismo.
Il risultato elettorale del 1900 rafforzò le opposizioni. Il secolo si chiuse con l’assassinio di Umberto I per mano di un anarchico per vendicare l’eccidio di Milano, cosa che sembrò far precipitare l’Italia nel caos.

Dopo il breve governo Zanardelli, il re Vittorio Emanuele II affidò il governo al borghese Giovanni Giolitti (1903 – 1905, 1906 – 1909, 1911 – 1914), prima ministro degli Interni, della sinistra liberale.
Politica di Giolilli:
- Rilancio dell’esecutivo come promotore di riforme legislative (riforma scolastica Daneo-Credaro, che pose a carico dello Stato i costi dell’istruzione elementare; monopolio statale sulle assicurazioni sulla vita; suffragio universale maschile: per mantenere, inutilmente, l’appoggio del Psi).
- Tentativo di far entrare nel governo i socialisti riformisti con Filippo Turati.
- Incentivi alla dialettica dei partiti (nascita e riconoscimento del Partito socialista, del movimento nazionalista; apertura dei liberali al mondo cattolico: i liberali si impegnavano a salvaguardare gli interessi del cattolicesimo, come la scuola privata, il matrimonio, le organizzazioni sindacali cattoliche).
- Riconoscimento del ruolo dei sindacati.
- Neutralità del governo nella dialettica fra le parti sociali: le istituzioni dello Stato dovevano esercitare una funzione unificante, perciò l’intervento delle forze dell’ordine durante scioperi e manifestazioni popolari doveva limitarsi a colpire le eventuali violazioni delle norme penali. L’ascesa delle classi lavoratrici e i miglioramenti salariali, infatti, erano legittimi e necessari allo sviluppo economico nazionale.
- Legislazione sociale (previdenza: assicurazioni e pensioni per i lavoratori e per gli invalidi).
- Questione meridionale: leggi speciali per la Basilicata, Napoli, la Calabria e le Isole (1904 – 1906).
- Attenuazione del nazionalismo e, negli ultimi anni, ripresa della politica coloniale per ottenere l’appoggio del centro-destra (guerra in Libia, 1911 - 1912: voluta dalla borghesia industriale e finanziaria e da un’ampia fetta dell’opinione pubblica, si concluse con il trattato di Losanna, che riconosceva il dominio italiano sulla Libia, nonostante i libici si fossero alleati con i dominatori turchi e la guerra si fosse manifestata più dura del previsto).

Tra Ottocento e Novecento l’Italia riuscì a diventare un Paese industrializzato per:
- nascita di un mercato interno su scala nazionale
- costruzione di infrastrutture
- adozione di misure protezionistiche.

Politica economica di Giolitti: fondazione della Banca d’Italia e di due “banche miste”, attrazione di capitali stranieri, creazione della rete ferroviaria (nazionalizzazione compiuta dal governo Fortis) e nazionalizzazione di vari servizi pubblici.

In breve si manifestarono i limiti del sistema giolittiano: fine della congiuntura economica, blocco del sistema politico, gruppo liberale frastagliato, assenza di un vero e proprio partito liberale -> necessità di stringere alleanze.
Nonostante l’appoggio anche dei cattolici, tra il 1913 e il 1914 si scatenò una dura campagna di stampa contro Giolitti (lo storico meridionalista Gaetano Salvemini lo definì “ministro della malavita”), inoltre i radicali passarono all’opposizione e aumentò la distanza fra governo e Partito socialista, nel quale prevaleva l’ala rivoluzionaria: nel marzo 1914 Giolitti fu costretto a rassegnare le dimissioni. Egli tornerà al governo solo nel 1921, quando l’acuirsi delle tensioni sociali successive alla guerra indurrà a riesumare la linea giolittiana del compromesso e della mediazione.

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