Concetti Chiave

  • La Sinistra storica guidata da Agostino De Pretis ha ampliato il suffragio elettorale e abolito la tassa sul macinato, ma il sistema politico rimane caratterizzato da trasformismo e rapporti clientelari.
  • Durante l'età crispina, Francesco Crispi ha adottato una politica autoritaria e militarista, ma la sconfitta di Adua ha segnato il suo declino politico.
  • L'età giolittiana ha visto una significativa industrializzazione e riforme sociali, ma il dualismo economico tra nord e sud è rimasto irrisolto.
  • La Grande Guerra è stata innescata da una complessa rete di alleanze e tensioni nazionaliste, culminata nell'attentato di Sarajevo.
  • L'Italia è entrata in guerra nel 1915 dopo un periodo di neutralità, spinta da promesse territoriali e pressioni interventiste interne.

La Sinistra storica - Agostino De Pretis

Nel 1876 il governo della destra presieduto da Marco Minghetti viene messo in minoranza nel tentativo di approvare un disegno di legge per la statalizzazione delle ferrovie. A questo punto il re affida le redini dell'esecutivo ad Agostino De Pretis: nasce la sinistra storica. Si tratta sempre di un'élite politica composta da individui di interessi ed orientamenti differenti: liberali moderatamente riformatori, borghesi progressisti settentrionali, esponenti del ceto latifondista del sud, mazziniani e garibaldini che hanno sviluppato idee realiste. La sinistra storica capisce la necessità di allargare il suffragio, migliorare l'istruzione e diminuire il prelievo fiscale.
• Riforma elettorale: nel 1882 viene ampliato il suffragio secondo un sistema censitario misto a capacitivo in quanto possono votare tutti i cittadini maschi almeno ventunenni che possiedono il diploma del biennio elementare o che pagano almeno 19,80 lire l'anno allo stato. In questo modo la platea di votanti aumenta dall'1,9% al 6,9% della popolazione, ma il voto rimane condizionato da rapporti clientelari e di corruzione presenti su tutto il territorio. Inoltre la politica stessa risulta appannaggio di un gruppo di pochi uomini che mantiene stabilità grazie al trasformismo, ossia una prassi adottata da De Pretis che consiste nel coinvolgere nella maggioranza anche le forze moderate di opposizione in modo da escludere l'estrema sinistra. Il blocco agrario-industriale, costituito da latifondisti del sud e industriali del nord, condiziona la politica italiana. Ciò nonostante nel 1882 Andrea Costa è il primo deputato socialista ad essere eletto.
• Nel 1884 viene abolita la gravosa imposta sul macinato, introdotta dalla destra storica per ottenere il pareggio del bilancio.
• Legge Coppino: nel 1877 viene emanata questa nuova legge che subentra alla legge Casati (1859) e prevede una scuola elementare di cinque anni, di cui due obbligatori e spalmabili eventualmente anche su un terzo anno. Tuttavia in molti territori rimane inapplicata siccome il figlio nel meridione è considerato una risorsa economica, inoltre la legge affida ai comuni la responsabilità economica di costruire le scuole, stipendiare i docenti e finanziare funzionari che controllino la sua applicazione, nonostante questi non dispongano di sufficienti risorse. Inoltre il catechismo non è più obbligatorio. Alcuni esponenti della sinistra storica si preoccupano di denunciare le condizioni di arretratezza del meridione. Nel 1876 viene intrapresa l'inchiesta Sonnino e Franchetti di stampo economico, la quale dal 1877 confluisce nell'inchiesta Jacini proseguendo fino al 1886. L'agricoltura meridionale risulta caratterizzata da povertà, analfabetismo e corruzione: alcuni abitanti vivono in grotte o in case fatiscenti, sono diffuse malnutrizione e malattie come la malaria, sono già presenti organizzazioni di stampo mafioso. Questo periodo assume anche il nome di “stagione di morte degli eroi” in quanto muoiono i protagonisti del Risorgimento:
• Nel 1872 muore Mazzini.
• Nel 1878 muore re Vittorio Emanuele II a cui succede Umberto I.
• Nel 1884 muore Garibaldi. Nella politica economica la sinistra, anche a causa della crisi agraria di quegli anni, abbandona il liberismo e il rigore per mantenere il bilancio in pari. Nel 1887 viene adottato ufficialmente il protezionismo, nonostante le critiche di Jacini, che vuole valorizzare le culture specializzate del meridione e cambiare l'economia del latifondo e che non viene ascoltato per la pressione del blocco agrario-industriale. Le conseguenze del protezionismo sono:
• Il latifondo meridionale resta invariato.
• Sale il prezzo del grano e quindi della vita, che implica l'aumento delle migrazioni.
• Aumentano le tensioni doganali tra Francia e Italia il cui risultato è la penalizzazione delle culture specializzate del sud.
• Avviene un piccolo avviamento dell'industria: nel 1872 nasce la Pirelli, invece in ambito siderurgico nel 1886 viene inaugurata l'acciaieria di Terni e successivamente quella di Bagnoli.
• Oltre alle lotte dei sindacati nascono le leghe a tutela di braccianti e artigiani. Sono divise in leghe rosse (di stampo socialista) e leghe bianche (di stampo cattolico e coordinate dall'opera dei congressi nata nel 1874). Per quanto riguarda la politica estera:
• La Francia diventa un paese ostile da cui doversi difendere a causa delle precedenti tensioni in seguito della presa di Roma, della guerra doganale dovuta al protezionismo e del fatto che la Francia occupa la Tunisia nel 1881 (terra desiderata dall'Italia in quanto abitata da un nucleo di Italiani). Per tutti questi motivi nel 1882 l'Italia firma la triplice alleanza: un patto militare con Germania e Austria-Ungheria che costringe i paesi membri ad aiutarsi in caso di aggressione da parte di un altro stato. Questa alleanza inasprisce le rivendicazioni degli irredentisti, ossia quei nazionalisti che vogliono completare l'unità conquistando Trento e Trieste e che considerano l'Austria un nemico storico dell'Italia.
• Viene attuata una politica imperialista con l'obiettivo di guadagnare “un posto al sole” nello scenario coloniale. Si decide di occupare il corno d'Africa. Il governo italiano compra dalla compagnia di navigazione Rubattino la baia di Assab; successivamente nel 1885 le truppe conquistano la città di Massaua in Eritrea, ma nel successivo tentativo di penetrazione verso l'interno il contingente italiano di cinquecento uomini guidato dal generale de Cristoforis viene annientato dalle truppe etiopi del ras Engida sotto il negus negesti Giovanni IV. Questo evento avviene il 26 gennaio 1887 ed è noto come eccidio di Dogali.

Età crispina

Con la morte di De Pretis nel 1887 il governo del paese viene affidato a Francesco Crispi. Questo periodo prende il nome di età crispina e dura fino al 1896, con una breve interruzione nel biennio 1891-93 chiamato parentesi giolittiana. Crispi è un protagonista del Risorgimento italiano, uomo di ispirazione mazziniana e membro della spedizione dei Mille. Tuttavia ha sviluppato una posizione realista di ispirazione bismarckiana. La politica di Crispi è di triplice impostazione:
• Autoritaria: con il consenso del re, accentra il potere nelle sue mani ricoprendo contemporaneamente i ruoli di primo ministro, ministro degli esteri e ministro dell'interno. Inoltre aumenta il potere di prefetti e polizia.
• Militarista: vede l'imperialismo come soluzione ai problemi interni dell'Italia e vuole rendere l'Italia una grande potenza al pari degli altri paesi europei. Crescono gli investimenti in armamenti.
• Anticlericalismo: attua una politica contro la Chiesa attraverso una riforma sanitaria in modo da ridurre la sua influenza nell'ambito dell'assistenza pubblica. Infatti la Chiesa è ancora molto radicalizzata sul territorio a causa del “non expedit” di Pio IX. Nel 1889 viene fatta erigere la statua di Giordano Bruno in campo dei fiori a Roma. Crispi promulga delle riforme per risolvere i problemi sociali presenti in Italia:
• Nel 1888 riforma l'elettività dei sindaci, i quali vengono nominati dal voto dei cittadini se il comune supera i diecimila abitanti.
• Nel 1889 viene emanato il codice Zanardelli: codice penale che elimina la pena di morte, garantisce il diritto allo sciopero, ma non quello di associazione. Ciò nonostante il paese è protagonista di duri conflitti sociali in cui i lavoratori chiedono adeguamenti contrattuali e diminuzione delle tasse. Al nord gli agricoltori sono tutelati dalle leghe, mentre gli interessi del piccolo proletariato industriale sono difesi dalla camera del lavoro e dai sindacati di ispirazione socialista. L'arretratezza agraria del sud viene denunciata da molti intellettuali italiani, fra cui spicca il nome di Gaetano Salvemini: si inizia a parlare di “questione meridionale”. L'apice delle tensioni viene raggiunto nel 1891 (e prosegue fino al 1893) dal movimento dei fasci siciliani, di ispirazione borghese a cui si sono aggiunti contadini, braccianti e minatori di zolfo. Crispi, a cui sono già state contestate le altissime spese militari che non hanno portato a nessun risultato, non riesce a fronteggiare questa situazione ed è costretto a dimettersi. Il ruolo di primo ministro è assegnato prima ad Antonio Di Rudinì, che non riesce a placare il movimento dei fasci siciliani, e nel 1892 a Giovanni Giolitti. L'atteggiamento di Giolitti, noto con il nome di “liberalismo progressista”, denota un cambiamento nella classe dirigente italiana. Infatti, al posto che reprimere la rivolta, egli lascia protestare i fasci, aspettando che si attenuino per poi interloquire con loro. Inoltre Giolitti considera le dimissioni una possibile risposta al malcontento laddove le tensioni non si spengono da sole. In questo caso anche la nuova strategia di Giolitti si rivela fallimentare, il politico piemontese perde credibilità davanti alla classe dirigente italiana ed è costretto a dimettersi a causa del suo coinvolgimento nello scandalo della banca romana. Infatti il denaro in Italia viene stampato da sei differenti banche, fra cui quella romana e non è presente nessun organo centrale preposto a coordinare questa dinamica.

Il deputato Napoleone Colajanni accusa Giolitti in parlamento di aver “coperto” delle irregolarità della banca romana. Questo scandalo rappresenta un impulso per la nascita di una struttura centrale di controllo: nel 1893 nasce la banca d'Italia. Nel 1892 nasce a Genova il partito socialista italiano (PSI), grazie a Filippo Turati. Tuttavia al suo interno sono presenti divergenze fra massimalisti, che vogliono una rivoluzione radicale come Benito Mussolini, e riformisti, che chiedono l'attuazione di riforme come Turati. Nel 1893 viene richiamato Crispi che torna ad esercitare una politica repressiva: viene decretato lo stato d'assedio, sono sospesi i diritti civili ai cittadini, i moti di protesta sono spenti con la forza e viene sciolto il neonato partito socialista. Crispi vuole risolvere i problemi sociali per mezzo di una vittoria in campo coloniale. Nel 1889 il trattato di Uccialli aveva riconosciuto all'Italia il controllo dell'Eritrea e della Somalia. Tuttavia questo trattato risulta ambiguo essendo stato scritto in due lingue: italiano e amarico. Basandosi su una sua controversa interpretazione Crispi decide di rivendicare il protettorato dell'Etiopia (o Abissinia) nel 1895. L'esercito italiano viene duramente sconfitto nella disfatta di Adua dalle truppe del negus Menelik. Si tratta della prima sconfitta di un esercito europeo con uno indigeno e Crispi viene ritenuto responsabile dei settemila morti italiani e per questo motivo si dimette. Infatti Crispi insiste affinché le truppe italiane attacchino nonostante il generale Oreste Baratieri comunichi che non ci sono le condizioni di una vittoria. Succede nuovamente Antonio Di Rudinì, che stipula il trattato di Addis Abeba con cui all'Italia viene riconosciuta l'Eritrea, ma rinuncia all'Etiopia. La sconfitta di Adua segna a tal punto la storia d'Italia da rappresentare il pretesto con cui Mussolini nel 1935 attacca ancora l'Abissinia.

Dal 1896 al 1900 si parla di crisi di fine secolo: le tensioni tornano ad aumentare anche a causa della delusione coloniale, inoltre il 1898 risulta essere un anno sfavorevole a livello climatico, causando un aumento del prezzo del pane. L'episodio più grave è rappresentato dai moti di Milano (1898), in cui la folla manifestante viene cannoneggiata dal generale Fiorenzo Bava Beccaris, causando decine di morti. Sempre nel 1898 diventa primo ministro Luigi Pelloux al posto di Di Rudinì, questo propone di un disegno di legge che rende regolarizzati i vincoli dello stato d'assedio. Tuttavia Pelloux viene messo in minoranza e la destra si divide in:
• Progressisti: fra cui Giolitti e Zanardelli, sono contrari a questa legge e vogliono un cambiamento nella politica.
• Conservatori: sono favorevoli alla legge e fra questi spicca Sidney Sonnino, il quale scrive “torniamo allo statuto”: pensa che se il parlamento non è d'accordo col re, quest'ultimo ha il diritto di scioglierlo. Il 29 luglio 1900 un attentato scuote il paese: re Umberto I viene ucciso a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci. Questo avviene per vendicare i morti dei moti di Milano, infatti il re ha decorato Bava Beccaris e lo ha fatto membro del senato nonostante abbia fatto sparare sulla folla. Il nuovo sovrano Vittorio Emanuele III decide di cambiare impronta alla politica nominando Zanardelli primo ministro e Giolitti ministro dell'interno.

Il fascio littorio

In origine si tratta di un simbolo imperiale romano composto da un insieme di verghe tenute insieme con un laccio; se tali verghe avvolgono una scure il fascio indica il potere dell'imperatore, altrimenti simboleggia coesione. Rappresenta un simbolo già presente nel regno d'Italia a fine '800 per indicare coesione fra un gruppo sociale di tipo contadino o operaio e viene ripreso successivamente dal fascismo.

Età giolittiana

Giovanni Giolitti è primo ministro per cinque volte: la prima volta durante la parentesi giolittiana, le successive tre durante l'età giolittiana (1903-1914) e l'ultima dopo la Grande Guerra. La sua tendenza di dimettersi spesso è dovuta alla sua politica liberale progressista e alla consapevolezza di riuscire a rientrare nel governo grazie al vasto sostegno del parlamento nei suoi confronti. Durante questo periodo storico inizia la vera e propria industrializzazione dell'Italia, nonostante si tratti sempre di un paese in cui l'agricoltura occupa il 55% della popolazione e produce il 43% del PIL. Lo sviluppo industriale cavalca l'onda della crescita economica internazionale successiva alla grande depressione fino ad arrivare ad una flessione nel 1907. Il PIL italiano cresce del 6,7%; nascono e si sviluppano importanti aziende: FIAT (1899), Olivetti (1908), Cirio (1900), le precedenti Montecatini (1888) e Pirelli (1872). Il capitalismo si sviluppa grazie ad un impulso dello stato, ma è caratterizzato da un dualismo: il centro-nord cresce più rapidamente ed intensamente rispetto al meridione. Questo sviluppo a forbice è dovuto principalmente alla nascita del triangolo industriale Milano-Torino-Genova che rende ancora più marcata la questione meridionale. Le condizioni del sud, inoltre, peggiorano drasticamente nel 1908 a causa del terremoto di Messina che provoca ottantamila morti. Con l'industrializzazione nasce la figura del proletariato con cui i politici devono imparare a confrontarsi, a sua difesa si schierano:
• Federterra: associazione a difesa dei lavoratori della terra (1901)
• CGDL: sindacato italiano (1906)
• Confindustria (1910)
• le preesistenti leghe e camera del lavoro Si verifica una crescita demografica, che comporta un aumento delle migrazioni in particolare dal sud: tra il 1900 e il 1914 otto milioni di cittadini lasciano l'Italia. Giolitti è convinto che per garantire equilibrio politico all'Italia sia necessario interagire con le altre forze politiche e ciò lo porta a formulare la riforma elettorale del 1912 e ad allearsi dapprima con i socialisti e poi coi cattolici. La politica giolittiana è caratterizzata da importanti riforme:
• Legge Daneo-Credaro: emanata nel 1911, riforma il sistema scolastico prendendo atto che la precedente legge Coppino non è applicabile. Questa avoca allo stato l'istruzione obbligatoria garantendo controlli per mezzo delle province.
• Leggi sul lavoro che limitano l'orario lavorativo a dodici ore e vietano il lavoro ai minori di dodici anni.
• Vengono nazionalizzati il telefono e le ferrovie, in quanto Giolitti è convinto che lo stato debba essere proprietario delle maggiori industrie.
• Non riesce ad attuare la legge fiscale sul criterio di progressività dell'imposta a causa dell'opposizione del blocco agrario-industriale.
• Riforma elettorale del 1912: viene proclamato il suffragio universale maschile, infatti possono votare tutti i cittadini maschi con almeno trenta anni di età più tutti i cittadini maschi con almeno ventuno anni che possiedono la licenza elementare o hanno prestato servizio militare. In questo modo in occasione delle lezioni del 1913 la platea dei votanti si estende fino al 23,2% della popolazione. Giolitti viene accusato di non interessarsi realmente a risolvere i problemi del meridione, tra i suoi detrattori spicca il nome di Gaetano Salvemini che nel 1910 scrive “il ministro della malavita”, in cui accusa lo statista di mantenere il sud intenzionalmente in condizione di inferiorità per sfruttarlo come bacino di voti. In realtà Giolitti fa emanare delle leggi speciali per il meridione, che però favoriscono la costruzione di opere pubbliche solo in alcuni luoghi, senza seguire un piano preciso di rinnovamento. Infatti cresce l'ilva di Bagnoli e viene costruito l'acquedotto pugliese: si tratta solo di “cattedrali nel deserto”. Giolitti deve interloquire con tre differenti forze politiche: socialisti, cattolici e nazionalisti.
• Inizialmente intraprende un rapporto di collaborazione con i socialisti, in particolare con Filippo Turati, tuttavia tale rapporto ha fine quando i massimalisti prendono il controllo del PSI mentre Turati è messo in minoranza. Questo avviene già nel 1904 in occasione del primo sciopero generale in Italia in seguito all'eccidio di Buggerru; lo sciopero rientra dopo che Giolitti si dimette ed avviene una situazione analoga nel 1907. Nel 1912, in occasione del congresso di Reggio Emilia, il controllo del PSI viene assunto definitivamente da massimalisti come Arturo Labriola e Benito Mussolini (già direttore dell'“Avanti!”), i quali criticano aspramente la guerra di Libia; Turati viene messo definitivamente in minoranza; i riformisti come Bissolati e Bonomi vengono espulsi dal partito.
• I cattolici si dividono in:
• Intransigenti: non vogliono partecipare alla vita politica a causa del “non expedit” di Pio IX.
• Modernisti: ritengono che ormai sia giunto il momento di partecipare alla politica altrimenti si rischia di subire le conseguenze della politica socialista. Nel 1904 entrano in parlamento non come “deputati cattolici”, ma come “cattolici deputati”, in quanto non esiste un partito cattolico, ma soltanto un mondo cattolico che collabora con la politica. Nel 1912 Giolitti firma il patto Gentiloni con il presidente dell'unione elettorale cattolica Vincenzo Ottorino Gentiloni. I cattolici promettono di appoggiare i liberali nelle imminenti elezioni del 1913 in cambio dell'istruzione della religione cattolica nelle scuole pubbliche e dell'impegno di Giolitti ad opporsi a qualsiasi disegno di legge sul divorzio e a non ostacolare scuole private ed università cattoliche. Grazie a questa alleanza Giolitti vince le elezioni, ma la sua attività rimane strettamente legata ai cattolici: viene messo in minoranza nel suo stesso partito ed è costretto a dimettersi. Viene sosituito da Antonio Salandra che reprime le rivolte di Ancona dell'estate 1914, note come “settimana rossa”.
• Ideali nazionalisti dominano la cultura italiana, tra gli intellettuali di spicco ci sono: D'Annunzio, Prezzolini, Papini, Pascoli, Marinetti. Nel 1909 Filippo Tommaso Marinetti pubblica il manifesto del futurismo, in cui viene glorificata la guerra “sola igiene del mondo” e il disprezzo per la donna. Nel 1910 nasce l'associazione nazionalista italiana. Pascoli nel 1911 pronuncia in un teatro di Lucca un discorso a favore della guerra in Libia in cui dice che “la grande proletaria si è mossa”, infatti pensa che l'imperialismo possa risolvere i problemi economici del paese. D'Annunzio sviluppa un'interpretazione del superuomo di Nietzsche realizzabile attraverso la guerra. Nel 1911 Giolitti decide di intraprendere la guerra di Libia in modo da consolidare la sua posizione politica. Infatti la guerra non solo è voluta dagli intellettuali nazionalisti, ma anche dai grandi industriali che vogliono arricchirsi con le commesse pubbliche. La Libia è parte dell'impero ottomano, per cui l'Italia si scontra con i Turchi e vince grazie ad una netta superiorità militare, conquistando la Tripolitana, la Cirenaica, Rodi e l'arcipelago del Dodecaneso. La guerra non ha però effetti benefici: come dice Salvemini si tratta di uno “scatolone di sabbia”, infatti la terra è povera ed arida, costa il sangue di tremila caduti e l'Italia deve mantenere contingenti militari cospicui nella regione per difendersi dalla guerriglia con le popolazioni berbere.

La Grande Guerra - Cause e antecedenti

La Grande Guerra viene combattuta tra il 1914 e il 1918 e vede contrapposte la triplice alleanza e la triplice intesa. Si sviluppa su quattro fronti: orientale, occidentale, medio-orientale, italiano; inoltre risulta rilevante il modo in cui la guerra viene raccontata nei singoli stati: si parla di fronte interno. La causa occasionale del conflitto è rappresentata dall'attentato di Sarajevo, in cui viene ucciso in data 28 giugno 1914 l'arciduca Francesco Ferdinando e la moglie Sofia. Si tratta però solamente di un detonatore di un insieme di tensioni internazionali dovute a varie cause di lungo corso: • Causa economica: legata alle rivalità tra potenze in ottica imperialista.
• Causa culturale: negli stati europei crescono sentimenti di nazionalismo aggressivo: il pangermanesimo tedesco, il panslavismo serbo-russo, il revanscismo francese, l'irredentismo italiano... L'irredentismo nasce come movimento nazionalista emancipativo di ispirazione mazziniana per completare l'unità nazionale con la conquista di Trento e Trieste in seguito alla terza guerra d'indipendenza del 1866. Tuttavia a inizio '900 si tramuta in irredentismo nazionalista di stampo aggressivo, che non solo mira al completamento dell'unità, ma ad una politica espansionista per conquistare terre come l'Istria e la Dalmazia un tempo appartenenti alla repubblica di Venezia.
• Causa sociale: la guerra è vista dai vari governi come un mezzo per spegnere le tensioni sociali nei propri paesi. Inoltre il conflitto è molto voluto fra i membri del ceto medio.
• Causa politica: in Europa sono presenti molteplici tensioni regionali: ◦ Nei Balcani, dove sia Austria che Russia vogliono imporre la propria egemonia, inoltre dove sono presenti paesi slavi molto nazionalisti come la Serbia. ◦ Tra Francia e Germania a causa del sentimento di vendetta (revanscismo) a causa della guerra franco-prussiana di oltre trent'anni prima. ◦ Tra Inghilterra e Germania per imporre il proprio primato navale sul Baltico. ◦ In Italia, dove a causa del protezionismo è ancora in corso una guerra doganale con la Francia, inasprita dalle contese coloniali per la Tunisia. Inoltre, nonostante la triplice alleanza, l'Austria continua ad essere vista come nemico da parte degli irredentisti (per Trento e Trieste). • Corsa agli armamenti: i paesi europei continuano ad investire grandi quantitativi di soldi pubblici in armi, in particolare la Germania guglielmina.
• Trappola delle alleanze: reazione a catena dovuta agli accordi della triplice alleanza e della triplice intesa che trascina tutti i paesi velocemente nel conflitto. Antecedenti della guerra:
• Crisi marocchine: rappresentano una contesa coloniale tra Francia e Germania per il controllo del sultanato marocchino (allora facente parte dell'impero ottomano) e sono dimostrazione dell'imperialismo tardivo della Germania. Nel 1906 la Germania dichiara ad essere pronta a difendere il Marocco dalla Francia, tuttavia interviene l'Inghilterra: il Marocco non viene annesso alla Francia. Nel 1911, quando la Francia occupa alcune città marocchine, il kaiser Guglielmo manda l'incrociatore Punter nella rada di Agadir. Anche in questo caso la crisi è risolta dall'Inghilterra: il Marocco viene assegnato alla Francia che in cambio cede alcuni suoi territori in Congo alla Germania. Questo atteggiamento aggressivo da parte del kaiser mostra che la Germania non accetta la politica dell'equilibrio e, così facendo, fomenta le tensioni fra gli stati.
• Crisi balcaniche: l'impero ottomano esce indebolito da due eventi, ossia la rivolta di Salonicco nel 1908 e la guerra di Libia nel 1912 con l'Italia. A questo punto gli stati indipendenti slavi dei Balcani si alleano nella lega balcanica ed intraprendono una guerra con l'Impero Ottomano per espandersi. Successivamente a questo primo conflitto, nel 1912 si combatte una guerra fratricida in cui la Serbia, supportata dalla Grecia e dal Montenegro, si scontra con la Bulgaria (che è alleata dell'Austria) per il controllo della Macedonia. Lo scontro è vinto dalla Serbia e alla fine di queste guerre la presenza dell'Impero Ottomano in Europa si riduce ad una parte di Tracia e alle città di Adrianopoli e Istanbul. Nel 1913 le potenze europee (in particolar modo Francia e Inghilterra per sottrarre alla Serbia uno sbocco sul mare) decidono di creare uno stato musulmano nei Balcani: nasce l'Albania.

Il casus belli e lo scoppio del conflitto

Il 28 giugno 1914 Gavrilo Princip, nazionalista bosniaco, spara e uccide l'arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d'Austria, e la moglie Sofia. Ciò accade perché l'arciduca è massimo esponente del trialismo, in contrasto con le mire indipendentiste dei nazionalisti bosniaci. L'Austria sospetta subito che l'attentato abbia complicità con la Serbia. A questo punto l'Austria reagisce mandando un ultimatum inaccettabile alla Serbia, che prevede che la polizia austriaca eserciti un'indagine sul territorio serbo, violandone la sovranità. Al rifiuto della Serbia, l'Austria dichiara guerra. Viene così innestato l'effetto domino provocato dalle alleanze: nonostante il kaiser cerchi di convincere lo zar (suo cugino primo) di non intervenire, Nicola II, a causa della pressione dell'opinione pubblica e dello stato maggiore, ordina la mobilitazione generale in data 29 luglio 1914. Guglielmo II decide di dichiarare preventivamente guerra a Russia e Serbia il 1 agosto, in virtù dei patti della triplice alleanza. La Francia dichiara guerra alla Germania il 3 agosto per difendere l'alleato russo. L'Inghilterra, la cui opinione pubblica è in maggioranza neutralista, entra nel conflitto il 5 agosto al fianco dei propri alleati dell'intesa dal momento che la Germania invade il neutrale Belgio (la cui neutralità è garantita dalle convenzioni dell'Aia) per attaccare la Francia secondo il piano Schliffen. Molti storici ritengono che questo sia solo un pretesto, in quanto il vero motivo è legato alla competizione economica e navale fra i due paesi. La guerra viene accolta con entusiasmo grazie alla propaganda. Si pensa che sarà una guerra di movimento di pochi mesi, si crede che sia un conflitto per difendere il proprio paese contro un nemico disumano (idea già presente nel malicidio delle crociate). Con lo scoppio della guerra si dissolve la seconda internazionale nata nel 1889.

Questo accade nel momento in cui i partiti socialisti dei paesi europei votano i crediti di guerra. In Francia il leader della SFIO (partito socialista francese) Jean Jaures si esprime contro il conflitto e viene assassinato, mentre in Italia si distingue l'interventismo del socialista Benito Mussolini. Alcuni intellettuali della seconda internazionale continuano a pronunciarsi contro la guerra nelle conferenze di Zimmerwald e Kienthal nel 1916 senza essere ascoltati. Secondo i membri dell'internazionale si tratta di una guerra di classe che vuole favore gli interessi della borghesia mandando a combattere il proletariato: il vero nemico del soldato è la borghesia del proprio paese che ti manda a morire per i suoi scopi.

L'Italia alla guerra

L'Italia nel 1914 si dichiara neutrale nonostante faccia parte della triplice alleanza per varie ragioni:
• La triplice alleanza è un patto difensivo, mentre l'Austria ha attaccato per prima.
• L'alleanza prevede che eventuali operazioni nei Balcani vadano comunicate tempestivamente agli alleati, invece l'Austria non dice nulla all'Italia.
• L'Italia non è pronta alla guerra, i politici sanno che l'esercito non è all'altezza di quello degli altri stati a causa della guerra di Libia appena combattuta e di un'industria ancora arretrata. I protagonisti dell'ingresso in guerra dell'Italia sono il re Vittorio Emanuele III, il primo ministro Antonio Salandra e il ministro degli esteri Sidney Sonnino; quest'ultimo conia l'espressione “sacro egoismo”, infatti l'Italia inizia a dialogare con le parti coinvolte per vedere l'eventuale bottino in caso di intervento.
• L'Austria si mostra esitante nel concedere le terre irredenti (Trento e Trieste).
• L'Inghilterra, invece, promette all'Italia qualsiasi cosa questa chieda per motivi strategici. Infatti l'unico scopo del primo ministro Loyd George è vincere. La popolazione italiana si divide in due, da una parte i neutralisti e dall'altra gli interventisti: • Neutralisti: ◦ Giolittiani: liberali progressisti, rimangono neutralisti per motivi di realismo. Conoscono i limiti dell'esercito e temono un tracollo economico e politico. In particolare Giolitti stesso, primo ministro durante la guerra di Libia, sa bene quanto l'esercito non sia pronto al conflitto e vorrebbe trattare con gli altri paesi per ottenere qualche concessione territoriale in cambio della neutralità.
• Socialisti riformisti: filo turatiani, sono pacifisti.
• Cattolici: appartenenti principalmente al mondo contadino, seguono le direttive del nuovo papa Benedetto XV. Questo spiega che la Chiesa è neutrale, ma riconosce l'autorità del governo italiano di cui vanno rispettate eventuali decisioni relative all'intervento. Il papa si esprime in modo totalmente opposto nel 1917, coniando l'espressione “inutile strage”.
• Interventisti.
• Nazionalisti: uniti presso l'associazione nazionalisti, credono che sia giunta l'ora di rendere l'Italia una grande potenza. Il nome di spicco è Gabriele D'Annunzio, che nel maggio 1915 (maggio radioso) arringa più volte la folla nelle piazze, osannando l'intervento e insultando il parlamento e i neutralisti (definisce Giolitti “vecchio boia labbrone”).
• Irredentisti: vogliono completare l'unità nazionale con Trento e Trieste, spicca Cesare Battisti. ◦ Democratici: tra cui Gaetano Salvemini; ritengono che un paese democratico quale è l'Italia si debba schierare contro potenze imperialiste autoritarie come gli imperi centrali.
• Socialisti massimalisti e sindacalisti rivoluzionari: pensano che la guerra possa rappresentare l'anticamera di una rivoluzione sociale per svecchiare la società. Il loro massimo esponente è Benito Mussolini, che per le sue posizioni è espulso dal partito socialista e dall'“Avanti!”: fonda un nuovo giornale chiamato “il Popolo d'Italia”. Il 26 aprile 1915 il governo italiano firma con le potenze dell'intesa il patto di Londra. Attraverso questo accordo l'Italia si impegna ad entrare nel conflitto entro un mese in cambio di laute concessioni territoriali: Trento, Trieste, l'alto Adige, l'Istria, la Dalmazia, i giacimenti carboniferi di Valona in Albania e Adalia in Turchia e il riconoscimento ufficiale della Libia, del Dodecaneso e di Rodi. Questo patto rimane segreto tra i governi degli stati firmatari: in Italia solamente il re, Salandra e Sonnino ne sono a conoscenza. Tuttavia questi non hanno pensato al fatto che serve consultare il parlamento al fine che questo voti i crediti di guerra. A inizio maggio 1915 il parlamento è a maggioranza neutralista, infatti trecentoventi deputati lasciano davanti alla casa di Giolitti il loro biglietto da visita, per indicare il loro supporto nei suoi confronti. A causa della situazione imbarazzante venutasi a creare il 13 maggio Salandra si dimette; il re, che inizialmente pensa di abdicare, decide di rifiutare le dimissioni e riaffida il compito di primo ministro a Salandra. Intanto in molte città d'Italia insorgono manifestazioni interventiste, con ampia partecipazione nel ceto medio, guidate da intellettuali di destra: è il noto maggio radioso. A fine maggio il parlamento vota i crediti di guerra, infatti, forse a causa di vere e proprie minacce fisiche, molti deputati cambiano idea. Il 24 maggio 1915 il re Vittorio Emanuele III annuncia l'ingresso in guerra.

Andamento e caratteristiche della guerra

Nel 1914 il mondo si rende conto che il conflitto non può essere breve: da una guerra di movimento si passa ad una guerra di trincea. Infatti sia sul fronte orientale, sia su quello occidentale gli eserciti contrapposti si arrestano ed iniziano a scavare trincee sempre più profonde.
• Sul fronte orientale la Russia attacca la Germania, ma viene sconfitta sia nella battaglia di Tannenberg che in quella dei laghi Masuri; inoltre le truppe dello zar invadono la Galizia, dove si scontrano con gli Austriaci.
• Sul fronte occidentale i Tedeschi, dopo aver invaso il neutrale Belgio come previsto dal piano Schliffen, entrano in Francia. Qui incontrano difficoltà di tipo logistico e vengono fermati dall'intervento congiunto di Inglesi e Francesi nella battaglia della Marna. Il governo francese, temendo l'ingresso tedesco a Parigi, si sposta preventivamente a Bordeaux. Qui la guerra assume i suoi tratti più crudi e brutali, infatti in una battaglia in Belgio ad Ypres i Tedeschi sperimentano l'uso di un gas asfissiante chiamato iprite: da questo momento in poi ogni soldato viene dotato di una maschera antigas. Inoltre nel 1916 vengono combattute battaglie con bilanci spaventosi, infatti l'offensiva tedesca a Verdun registra ottocentomila morti; invece la controffensiva inglese sulla Somme provoca un milione di morti. Le trincee vengono strutturate in modo sempre più complesso con diverse linee, infatti, oltre alla prima ne è presente una seconda di appoggio e una terza di riserva. Le condizioni nella prima linea, come documentato da filmati registrati, sono spaventose: i soldati, oltre ad essere esposti al fuoco nemico, sono a stretto contatto con fango, topi, scarse condizioni igieniche. Le battaglie sono caratterizzate da bombardamenti da parte dell'artiglieria e successivi attacchi frontali. Al suono del fischietto dell'ufficiale le truppe devono balzare fuori dalle proprie trincee e correre per conquistare la prima linea nemica. Questi attacchi si rivelano delle carneficine a causa del fuoco incrociato di una nuova arma: la mitragliatrice. I soldati sono considerati dai propri ufficiali delle macchine, semplice carne da cannone preposta ad eseguire gli ordini. Le truppe iniziano a sviluppare espedienti per non combattere come l'automutilazione.

Fronte balcanico e mediorientale

Sul fronte balcanico si schierano a favore dell'intesa Montenegro, Grecia e Romania; invece la Bulgaria, a causa della sua contesa con la Serbia per la Macedonia, si schiera con gli imperi centrali. In Medio Oriente l'Impero Ottomano entra in guerra con Germania ed Austria in quanto si sente minacciato dalla Russia. Il primo lord dell'ammiragliato britannico Wiston Churchill decide di attaccare i Turchi in Medio Oriente per il controllo dello stretto dei Dardanelli. Nel 1915 la flotta inglese, supportata da Francesi, Australiani e Neozelandesi si scontra con gli Ottomani a Gallipoli. Lo scontro è vinto dai Turchi che subiscono sessantamila perdite, mentre gli Inglesi duecentomila. Non riuscendo a vincere sul piano militare l'Inghilterra prova a sgretolare l'Impero Ottomano su quello diplomatico:
• Nel 1917 lord Arthur Balfour dichiara che il governo britannico è favorevole alla formazione di un focolare ebraico in Palestina. Quindi l'Inghilterra avalla il piano sionista, ma solo con lo scopo di vincere la guerra.
• I servizi segreti inglesi inviano in terre arabe degli agenti il cui obiettivo è formare movimenti nazionalisti arabi che si ribellino contro i Turchi. Spicca il nome di Edward Lawrence, noto come Lawrence D'Arabia, il quale diventa leader di un movimento indipendentista arabo ed esprime la sua passione per questo mondo nel testo “i sette pilastri della saggezza”. Nello scenario mediorientale va in scena il triste genocidio degli Armeni (genocidio è un termine coniato solo nel 1944 dal giurista ebreo Raphael Lemkin ed indica l'eliminazione programmata di un gruppo etnico). Gli Armeni sono accusati di essere legati ai Russi a causa della comune religione cristiana ortodossa; vengono prima esclusi dalla società e poi deportati in Siria nel corso di marce forzate nel corso delle quali un milione e mezzo di persone perdono la vita.-LA GUERRA SUI MARI Lo scontro tra la Royal Navy britannica e la Kriegsmarine tedesca risulta decisivo nel corso del conflitto. La battaglia più importante viene combattuta vicino alla costa danese nel 1916, è chiamata battaglia dello Jutland e il suo esito è un pareggio. A questo punto gli Inglesi decidono di adottare una nuova strategia, ossia il blocco navale, in modo da fermare tutti commerci degli imperi centrali. La risposta tedesca è feroce: nel 1917 il governo dichiara la guerra sottomarina “totale e illimitata”.

In questo modo gli U-boot tedeschi (sottomarini) iniziano ad affondare non solo le navi militari nemiche, ma anche quelle mercantili e civili. Nel 1915 viene affondato il transatlantico Lusitania, tra i milleduecento morti ce ne sono centoventitré americani: questo evento è tra i fattori del successivo intervento statunitense. -IL FRONTE ITALIANO FINO A CAPORETTO L'esercito italiano è guidato dal capo di stato maggiore Luigi Cadorna, ufficiale preparato, ma con una concezione della guerra di tipo ottocentesco in cui il soldato è solo una macchina. Inoltre teme molto le idee socialiste. Le truppe sono dislocate su tre differenti aree:
• Trentino
• Cadore o alto Isonzo
• Basso Isonzo - Quest'ultima area del fronte è quella in cui è situata la componente più massiccia delle truppe italiane siccome l'obiettivo è attaccare per prendere Trieste. Nonostante l'esercito nemico sia più forte, le forze in gioco sono bilanciate dal fatto che l'Austria sia impegnata su più fronti contro Russia e Serbia: questa condizione rende possibile all'Italia condurre una guerra offensiva. Tra il giugno 1915 e il settembre 1917 vengono combattute undici battaglie dell'Isonzo, di cui le più rilevanti sono la sesta nell'agosto 1916 con la conquista di Gorizia e l'undicesima, nota come battaglia della Bainsizza in cui viene preso l'omologo altopiano. L'unica offensiva austriaca risale al maggio 1916 ed è denominata battaglia degli altipiani o Strafexpedition (spedizione punitiva): il nemico riesce a sfondare il fronte, ma viene fermato sull'altopiano di Asiago. In seguito alla battaglia della Bainsizza lo stato maggiore austriaco teme che alla prossima offensiva il fronte possa cadere definitivamente, permettendo agli Italiani di raggiungere Trieste. Questa situazione porta gli Austriaci a chiedere aiuto all'alleato tedesco per operare un'offensiva in Italia. Viene scelto come punto dell'attacco una località slovena detta Cobarid (Caporetto in italiano), da cui è possibile attaccare lungo la valle del fiume Natisone. Il tutto è possibile siccome la Russia nel 1917 esce dalla guerra, quindi la Germania può destinare le divisioni stanziate in Russia sul fronte italiano. L'obiettivo è quello di prendere alle spalle il grosso dell'esercito italiano in modo da costringere Cadorna a ritirarsi fino al Tagliamento (un esercito di tali dimensioni deve per forza ritirarsi dietro un grande fiume). L'operazione prende il nome di “Fratellanza d'armi”, costituisce la dodicesima battaglia dell'Isonzo e ha luogo il 24 ottobre 1917.

I soldati austro-tedeschi sfondano grazie alla superiorità tecnologica e logistica della Germania: le truppe italiane sono costrette a ritirarsi di centocinquanta chilometri dietro al Piave (quindi oltre il Tagliamento), mentre il comando dell'esercito si sposta da Udine a Padova. La battaglia causa quarantamila morti, ma i veri dati preoccupanti sono i trecentomila prigionieri (un italiano su cento è prigioniero a Caporetto), i quattrocentomila profughi costretti a lasciare le proprie terre a causa dell'invasione nemica e i trecentocinquantamila sbandati, ossia soldati che nel corso della ritirata buttano via il fucile, cantano e si ubriacano con un atteggiamento allegro e spensierato siccome pensano che la guerra sia finita e possono tornare a casa. Il tutto avviene in uno scenario apocalittico siccome si ordina di bruciare cibo ed armamenti per non lasciare nulla in mano nemica. Lo stato maggiore si rivela non all'altezza, infatti Cadorna con un comunicato, che dovrebbe essere dedicato solo ai membri dell'esercito, ma invece viene diffuso anche ai giornali, addossa la colpa dell'accaduto ala seconda armata, accusandone i soldati di codardia. Caporetto segna una svolta nel modo di fare la guerra da parte dell'Italia. Per prima cosa su pressione degli alleati il primo ministro Orlando sostituisce Cadorna con sua eccellenza il tenente generale Armando Diaz. Inizia ad essere considerato importante il morale delle truppe, che viene monitorato attraverso il servizio P (propaganda) per mezzo di intellettuali professionisti, giornali, conferenze e volantini. Iniziano ad essere concesse licenze, prima molto limitate con Cadorna, i rifornimenti di cibo sono subito destinati alle trincee e si smette di risparmiare sui costosissimi proiettili dell'artiglieria. Infine vengono reclutati i giovanissimi ragazzi del '99: si parla di guerra del popolo che coinvolge tutta la popolazione per liberare la patria dall'invasore.

Svolta ed epilogo nella Prima guerra mondiale

Nel marzo 1918 la Russia esce dal conflitto firmando con la Germania la pace incondizionata di Brest Litovks. Questo avviene in seguito alla caduta del regime zarista con la rivoluzione d'ottobre e quella di febbraio. L'anno decisivo della guerra è il 1917:
• Intervento degli Stati Uniti.
• Il papa cambia idea sulla guerra, definendola “inutile strage”.
• I comandi faticano a contenere diserzioni ed automutilazioni, l'Italia ricorre alla decimazione (ovviamente prima di Caporetto). L'intervento americano segna senza dubbio una svolta decisiva nel conflitto. Gli USA già dal 1915 sostengono economicamente le potenze dell'intesa, ma a partire dalla fine del 1917 passano ad un intervento diretto, inviando in Europa duecentomila soldati al mese. Questo intervento è dovuto alla contrarietà nei confronti della guerra sottomarina tedesca, ma soprattutto ad un interesse economico. Infatti gli Americani temono di non riuscire a riavere i propri soldi prestati agli stati dell'intesa se questa dovesse perdere la guerra. L'8 gennaio 1918 il presidente Woodrow Wilson espone alla camera il discorso dei quattordici punti, in cui spiega le ragioni ideali dell'intervento: garantire l'autodeterminazione dei popoli, garantendone libertà politica ed economica. Tra i quattordici punti ne risulta rilevante uno in cui si sostiene la nascita di un ente internazionale garante della pace. Nell'agosto 1918 nella battaglia di Amiens l'intervento americano risulta risolutivo, infatti l'offensiva tedesca è respinta e viene attuata una controffensiva tanto forte da far capire alla Germania che ormai lo sforzo bellico è insostenibile. A questo punto la guerra finisce con le potenze degli imperi centrali che chiedono delle condizioni di pace:
• Nel settembre 1918 la Bulgaria chiede la pace.
• Nell'ottobre 1918 l'Impero ottomano è sconfitto dagli anglo-indiani che conquistano Damasco e Gerusalemme.
• Il 24 ottobre 1918 gli Italiani sconfiggono gli Austriaci a Vittorio Veneto.
• Il 4 novembre 1918 l'Austria si arrende firmando l'armistizio di Villa Giusti con l'Italia.
• L'11 novembre 1918 la Germania firma l'armistizio di Rethondes.
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