I paesi europei pativano le conseguenze della prima guerra mondiale, soprattutto l’Italia. Il primo ministro Orlando e il ministro degli esteri Sonnino volevano far valere le promesse del Patto di Londra, ma con la fine dell’Impero Austro-Ungarico la geografia del mondo era cambiata e la Dalmazia venne inclusa nella Jugoslavia e la città di Fiume non gli venne concessa poiché alla Jugoslavia serviva un porto sul mare Adriatico.
Le altre potenze vincitrici non volevano considerare il patto tra Italia e Gran Bretagna (Patto di Londra​). All’Italia furono comunque concessi: il Trentino, l’Alto Adige e una parte della Venezia Giulia, completando l'unità nazionale.
Orlando e Sonnino si sentirono traditi dalla Gran Bretagna e abbandonarono la conferenza di Pace di Versailles, perdendo la possibilità di partecipare alla spartizione delle colonie tedesche. Per questo motivo si cominciò a parlare di “ vittoria mutilata ”, espressione coniata dal poeta Gabriele D’Annunzio in quanto egli sosteneva che le grandi potenze, a causa del loro egoismo, non avevano voluto cedere all’Italia tutti i territori che le erano stati promessi. Il 12 Settembre 1919 a causa di questa scelta D’Annunzio marciò sulla città di Fiume con un nutrito numero di ex combattenti e la occupò, costituendovi un governo autonomo. Un altro problema fu poi quello dei reduci di guerra (anche volontari) che non riuscivano a reinserirsi nella società; molti sono tornati mutilati e impossibilitati a lavorare e non ricevettero aiuto da parte dello Stato. Vi era poi il problema della crisi economica che colpì profondamente tutti i paesi usciti dal conflitto, legata soprattutto alla “conversione delle industrie, infatti durante la guerra tutte le fabbriche si erano dedicate alla produzione di materiale bellico e l’occupazione aumentò ma ora non era semplice ripristinare le cose. In Italia, però, tutto era più grave, soprattutto, per i contadini che erano quelli che sul campo ci avevano rimesso di più. I generali e il governo gli avevano promesso in caso di vittoria, la distribuzione di terre di proprietà, ma ciò non avvenne e per questo motivo i braccianti senza terre organizzati in “leghe rosse” o bianche si ribellarono. Vi erano poi gli operai che chiedevano la diminuzione dell’orario di lavoro, l’aumento degli stipendi e un miglioramento delle proprie condizioni e per questo motivo organizzarono numerosi scioperi e questi avvenimenti presero il nome di “biennio rosso”. A questa situazione economica e sociale si sommava una grave crisi politica che crebbe sempre di più. I liberali che governavano il paese sin dall’unificazione non erano mai stati particolarmente vicini alle esigenze del popolo, non avevano mai saputo comprendere adeguatamente i problemi dell’Italia, ma nacquero il partito socialista (1892) e il Partito Popolare (1919) che erano decisamente più vicini alla mentalità delle masse. Nelle elezioni del 1919 entrambi i partiti ottennero un risultato notevole, i liberali conservarono la maggioranza, ma con un margine troppo stretto per governare senza problemi, stessa cosa per i socialisti e i cattolici. Il partito socialista era dominato dallo scontro tra i riformisti che volevano cambiare la società attraverso la lotta politica e un programma di riforme e i massimalisti che intendevano realizzare la rivoluzione proletaria sul modello di quella russa, ma nel 1921 i massimalisti fondarono il Partito Comunista Italiano il cui segretario fu Antonio Gramsci, che aderì alla Terza Internazionale e adattò il programma rivoluzionario dei bolscevichi. Questa situazione causò la nascita del Movimento Italiano dei Fasci di Combattimento fondato nel marzo 1919 a Milano da Benito Mussolini. I fascisti erano repubblicani, volevano l'abolizione del senato, una giornata lavorativa di otto ore e il voto alle donne. Mussolini però faceva leva sull'ideale nazionalistico unendo le rivendicazioni dei socialisti con quelle dei reduci di guerra. Il simbolo usato per rappresentare il suo movimento era il Fascio Littorio, che richiamava i fasci dell’antica Roma e l'unità che l’Italia desiderava. Nel 1919 i fascisti si presentarono alle elezioni ma ottennero pochissimi voti e nel 1921 per questo motivo Mussolini decise di trasformare il movimento in Partito Nazionale Fascista, da repubblicano divenne sostenitore della monarchia. Il nuovo partito si dotò di squadre armate composte per lo più da ex combattenti che erano veri e propri gruppi d’assalto che organizzavano spedizioni punitive contro: partiti avversari, sindacati, giornali socialisti e cattolici e reprimevano scioperi e occupazioni con la violenza. In questo modo diedero l'impressione di poter mantenere l'ordine sociale di riuscire a sbarrare la strada alla Rivoluzione Socialista, guadagnando le simpatie degli industriali e dei grandi proprietari terrieri. Anche i liberali guidati da Giolitti vedevano di buon occhio il fascismo e per questo motivo propose a Mussolini un’alleanza in funzione delle imminenti elezioni e in tali elezioni il Partito Fascista entrò in Parlamento con ben 35 deputati.

Mussolini era un politico abile e spregiudicato: non approvava mai le violenze squadriste apertamente, ma faceva capire che era in grado di controllarle. Tra il 1921 e il 1922 il clima di violenza e intimidazione dei fascisti raggiunse il culmine, e Mussolini decise di prendere il potere. Il 28 ottobre 1922 le camicie nere marciarono su Roma dimostrando tutta la loro forza. Questo avrebbe dovuto portare alle dimissioni del governo e alla consegna del potere ai fascisti. Gli squadristi però erano relativamente pochi e male armati. Il capo del governo Luigi Facta presentò al re Vittorio Emanuele III un decreto per imporre lo stato d’assedio ma questi si rifiutò di firmarlo poiché non c’era garanzia che i comandanti militari avrebbero obbedito ai suoi ordini e Vittorio Emanuele III, i politici liberali e la grande borghesia pensavano che consegnare il potere a Mussolini fosse l'unico modo per stabilizzare la situazione italiana. Per questo motivo il 30 Ottobre Mussolini ricevette dal re l’incarico di formare un nuovo governo. Mussolini non si comportò subito da dittatore, egli aspettava semplicemente l’occasione propizia per eliminare del tutto gli avversari politici, ma nel frattempo fece passare alcune misure non propriamente democratiche. Istituì la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale: una sorta di esercito parallelo nel quale confluirono tutti i componenti delle squadre d’assalto, giustificando con la necessità di controllare i più estremi e pericolosi del fascismo. Creò il Gran Consiglio del Fascismo​: un organismo composto dai suoi più importanti collaboratori che assunse alcune delle funzioni del Parlamento. Nel 1923 ottenne ottenne l'approvazione di una legge elettorale per l'elezione della camera dei deputati che stabiliva che con la maggioranza avrebbe ottenuto due terzi dei seggi. In questo modo Mussolini aveva posto le basi per una vera e propria dittatura. Nell’Aprile 1924 si svolsero le elezioni politiche e il Partito Fascista ottenne più del 60% dei voti: anche se ottenuto con forza e minacce nei confronti degli oppositori. Giacomo Matteotti (deputato socialista) denunciò tutte queste malefatte mettendo in luce la natura criminale del fascismo e per questo fu rapito e ucciso (ritrovato morto in un bosco alla periferia di Roma). Mussolini però non era a conoscenza di questo avvenimento e perciò restò anch’egli stupefatto, in quanto le camicie nere non erano mai arrivate ad uccidere un politico. Alcuni deputati dell'opposizione decisero di abbandonare i lavori del parlamento fino a quando Mussolini non avesse dato le proprie dimissioni. La “secessione dell’Aventino” si rivelò una mossa infelice perché serviva un'azione decisa per liberarsi di Mussolini. Il re si rifiutò di agirò perché temeva il “salto nel buio”​ e anche i grandi industriali e i proprietari terrieri non ritirarono la loro fiducia.
Il 3 Gennaio 1925 Mussolini si recò alla Camera e tenne un discorso in cui si assumeva la responsabilità politica, morale e storica e dichiarò che l’Italia era in grado di stroncare l’Aventino facendo capire che la nazione era caduta nelle mani di un dittatore.
Tra il 1925/1926 furono emanate le leggi “fascistissime​”, che misero fine alla democrazia. Vennero sciolti tutti i partiti politici, vennero soppressi tutti i quotidiani indipendenti che però vennero completamente riorganizzati con l’inserimento di persone gradite dal Duce.
Venne istituito un “Tribunale Speciale per la difesa dello Stato” che aveva il compito di punire ogni opposizione al regime. Per i reati contro al re e a Mussolini venne ripristinata la pena di morte. Venne stravolto lo Statuto Albertino e con una serie di decreti approvati in tempi rapidi, il capo del governo divenne responsabile delle sue azioni solo di fronte al re e acquisì la capacità di legiferare per decreto anche senza l’approvazione del parlamento. A partire da questo momento, la Camera e il Senato divennero organismi simbolici e rappresentativi. Politici e intellettuali furono aggrediti o incarcerati, oppure dovettero ripararsi all’Estero, dove provarono ad organizzare una resistenza al fascismo. I sindacati di aspirazione cattolica e socialista furono aboliti e venne creata la Magistratura del Lavoro che regolava le controversie tra operai e datori di lavoro. Furono istituite delle corporazioni, organizzazioni che prendendo spunto dal modello medievale raggruppavano lavoratori della stessa categoria e ne regolavano gli interessi. Esse erano controllate dallo Stato ed avevano il compito in teoria di risolvere equamente i conflitti del mondo del lavoro ma in realtà il sistema dimostrò di offrire una tutela ben maggiore agli imprenditori rispetto ai lavoratori. Secondo Mussolini lo stato fascista avrebbe dovuto controllare dall’alto ogni aspetto politico, economico e sociale. Il suo programma principale si basava sull’aumento della produzione interna e la diminuzione delle importazioni. Questi traguardi furono perseguiti attraverso due iniziative principali che furono: 1. La battaglia del grano → puntava ad accrescere la produzione agricola; 2. La bonifica integrale di vaste zone → con cui lo Stato spinse i braccianti a recarsi in queste cose da ogni parte d’Italia; Un’altra importante iniziativa dell’economia fascista fu la rivalutazione della lira che favorì l’industria siderurgica, elettrica e meccanica. La politica economica e sociale del fascismo conseguì alcuni risultati positivi: furono introdotte l'assistenza alla maternità e all'infanzia, le pensioni per gli operai e le assicurazioni per gli infortuni sul lavoro e la malattia. La settimana lavorativa venne ridotta a 40h ma i salari vennero diminuiti di conseguenza. Lo Stato concesse infine un finanziamento alle famiglie più numerose. L'ideologia mussoliniana metteva al centro della società la famiglia in quanto strumento per favorire la crescita demografica della nazione nel segno del motto "il numero è potenza". Fu imposta anche una tassa sul celibato che colpiva coloro che non sposandosi, non creavano una famiglia e non si mettevano nelle condizioni di "dare figli alla patria."Nella sua particolare visione lo stato è molto più importante del singolo individuo che trova la sua piena realizzazione solo nel servire il proprio paese. Egli insistette infatti nel diffondere concetti come l'amore per la patria, la disciplina, l'obbedienza e soprattutto il culto carismatico del Duce, unica e suprema guida della nazione. Per trasmettere tutto questo agli italiani, il fascismo si servì di una massiccia propaganda, utilizzando i mezzi di comunicazione di massa come la radio e il cinema. L'ideologia fascista vedeva il Duce come valoroso condottiero della nazione, al quale veniva tributato un vero e proprio "culto della personalità." Egli veniva presentato come il modello dell'italiano forte e virtuoso, ne venivano esaltate le caratteristiche intellettuali, fisiche, politiche e morali. Il fascismo si considerava anche l'unico depositario dell'educazione dei giovani, infatti il suo progetto era quello di formare nuovi individui completamente devoti al regime, venne stabilito infatti che dai primi anni di vita, ogni italiano avrebbe dovuto appartenere ad apposite organizzazioni come:”I figli della lupa”, i “Balilla”, “Le piccole e le Giovani Italiane”, che svolgevano attività ludiche e sportive, e andavano in vacanza a spese dello Stato, ma erano anche addestrati alla vita militare ed educati all’obbedienza a Mussolini. Per gli adulti venne creata l’Opera Nazionale Dopolavoro. Grazie ai miglioramenti in ambito economico e sociale il regime godette di un ampio consenso popolare, e anne perché i ceti popolari vedevano nel fascismo qualcosa che li valorizzava e li rendeva partecipi. Molte persone erano legate più alla figura di Mussolini che al fascismo in sé. Negli anni che vanno dal 1929 al 1936 gli italiani favorevoli al fascismo erano molto più di quelli contrari. Mussolini non appoggiava il Cristianesimo e la religione Cattolica ma comprendeva che la chiesa e il papà avevano un ruolo importante. Per questo firma con la chiesa cattolici un accordo che risolvesse la “QUESTIONE ROMANA”. Questo accordo prende il nome di “Patti Lateranensi”, che vennero firmati l’11 febbraio 1929, con cui lo stato italiano riconosceva la sovranità del papa sul territorio tra la Basilica di San Pietro e i palazzi vaticani e altri edifici situati in varie parti di Roma. Lo stato pagò alla chiesa una forte somma di denaro, come indennizzo per la presa di Roma del 1870, e la religione cattolici divenne religione di stato. Il Vaticano riconobbe Roma come capitale d’Italia e si impegnò a nominare vescovi che non fossero sgraditi al regime fascista. I Patti Lateranensi furono un guadagno maggiore per la chiesa piuttosto che per il fascismo: Mussolini rinunciò a esercitare un potere assoluto anche se il fascismo e il suo leader uscirono rafforzati da questi accordi, sia all’Italia che all’estero. Mussolini intensificò il controllo delle istituzioni della chiesa e fece pressioni a Papa Pio XI affinché sciogliesse l’AZIONE CATTOLICA (associazione dei laici cattolici italiani che si occupava della formazione religiosa e culturale dei suoi aderenti), poiché l'educazione dei giovani spetta solo al fascismo. La chiesa però non avrebbe mai accettato di rinunciare ad uno dei suoi compiti principali. Infatti Mussolini dovette cedere.

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