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L'età dell'Imperialismo: La Grande Depressione
Tra il 1875 e il 1896 si ebbe quella che fu chiamata la Grande Depressione, una fase di prolungata crisi economica che in realtà fu essenzialmente una fase di trasformazione dell'economia nel corso della quale vennero introdotte iniziative decisive per il superamento della crisi, oltre che l'avvio ad un nuova fase espansiva. La crisi fu innanzitutto una crisi di sovrapproduzione (industriale e agricola): negli Stati Uniti la messa a coltura di enormi terre che potevano essere lavorate con macchine moderne aveva portato ad un incremento della produzione (per esempio, di grano) a costi molto più bassi che in Europa. Lo sviluppo dei commerci marittimi aveva permesso che questi prodotti a basso costo arrivassero anche in Europa, sottoponendo ad una concorrenza durissima le colture e i commerci europei. Al tempo stesso ai produttori europei di beni industriali si erano aggiunti quelli statunitensi e giapponesi determinando anche in campo industriale il fenomeno della sovrapproduzione: la quantità del prodotto era superiore rispetto alla capacità di assorbimento del mercato. Questi fattori, oltre alla speculazione finanziaria a seguito della guerra franco-prussiana e alla saturazione del sistema ferroviario, fecero sì che la crisi diventasse grave e generale. Le risposte alla crisi determinarono una riconfigurazione del sistema economico e politico nel 1900: ci furono trasformazioni importanti nel modo di organizzare le società industriali e il lavoro di fabbrica.

La concorrenza portò al fallimento di molte imprese piccole e medie, determinando la concentrazione industriale (grandi agglomerati industriali che spesso si assicurarono il monopolio del settore di appartenenza). Questa concentrazione si divise in due forme: i trust e i cartelli. I trust sono delle concentrazioni di imprese di diversi settori produttivi sotto un'unica proprietà e "management" o anche la verticalizzazione delle imprese operanti nel medesimo settore. I cartelli sono degli accordi di controllo del mercato di imprese che lavorano nello stesso settore ma che mantengono ciascuna la propria indipendenza (cartello delle società petrolifere) per stabilire i livelli di produzione del prezzo del prodotto e spesso i livelli salariali e per spartirsi quote di mercato. L'altra innovazione riguarda l'organizzazione del lavoro di fabbrica: il Taylorismo e il Fordismo.
Taylor era un ingegnere che si pose il problema di come ottimizzare il lavoro operaio e ritenne che, per farlo, bisognasse scomporre il lavoro dell'operaio nei singoli gesti stabilendo il tempo necessario per svolgerlo efficacemente e assegnando agli operai lavori specifici e ripetitivi. Ciò portò ad una dequalificazione del lavoro operaio. Questo sistema aveva bisogno di controlli sul tempo e sull'efficacia, così sorsero i quadri: figure preposte al controllo del lavoro operaio. Il Taylorismo venne applicato nelle fabbriche di Ford con la messa in uso dello strumento tecnico per la divisione del lavoro, ossia la catena di montaggio, un nastro di trasporto che portava all'operaio gli attrezzi permettendogli di eseguire il lavoro efficacemente. Il fordismo è in realtà una concezione più complessa della fabbrica e del suo ruolo sociale perché Ford ritiene che coloro che usufruivano delle macchine dovessero essere i suoi operai, così nelle fabbriche adotta la politica degli alti salari e della standardizzazione del prodotto, passando così alla produzione di serie. Questi prodotti uguali venivano poi immessi nel mercato accompagnati dalla pubblicità in larga scala che puntava ad agire sulla psicologia del consumatore con metodi subliminali che lo spingevano all'acquisto già pianificato. Per superare la crisi il mondo dell'industria richiese una nuova fisionomia politica agli stati. Cambiava il ruolo dello Stato nei processi economici lungo tre linee d'azione.
Innanzitutto agli Stati fu chiesta una politica protezionistica, con l'introduzione di elevate tariffe delle merci in entrata (tasse doganali) per proteggere le industrie nazionali. Lo Stato si fece direttamente committente delle imprese, soprattutto delle industrie belliche e pesanti. Naturalmente questo apparato bellico sarebbe dovuto essere smaltito e questa fu una tra le concause della Prima guerra mondiale. In terzo luogo vi era la ricerca di nuovi sbocchi di mercato e di nuove terre da cui estrarre materia prima attraverso la politica imperialista con un dominio diretto del territorio con i propri sistemi di governo e esercito. Ciò fece sì che tutta l'Africa e gran parte dell'Asia fossero sottoposte al potere dell'Europa e anche degli Stati Uniti e del Giappone (il che permise a questi Paesi la spartizione a tavolino dei territori africani). L'Inghilterra fu il Paese che ottenne conquiste più ampie, divenendo un impero mondiale, poi vi furono la Francia, la Germania e i Paesi minori, tra cui l'Italia.
In Asia la penetrazione occidentale ebbe caratteri diversi. L'occupazione del territorio venne praticata dagli inglesi in India, dai francesi in Indocina, gli americani nelle Filippine, gli olandesi nelle isole indonesiane. In Cina le due guerre dell'oppio imposero la politica delle porte aperte, ossia l'apertura forzata dei mercati orientali al commercio occidentale. In Asia emerse una nuova potenza imperialista, il Giappone, che avrebbe invaso territori cinesi e scatenato la guerra del 1904 con la Russia, vincendola. Dopo la fine del secolo la crisi fu sanata grazie a nuove invenzioni e dall'uso di nuove fonti di energia: l'elettricità e il petrolio, che consentirono una delocalizzazione dell'industria. Tra le altre scoperte vi furono quella del telefono, fertilizzanti chimici che determinarono un forte incremento della produttività dell'agricoltura, e l'acciaio che sostituì il ferro.
Tutte queste trasformazioni segnarono la formazione della società di massa, in cui le grandi masse popolari irrompevano nella politica e nell'economia. Le premesse maturarono già nel corso dell'Ottocento, ma si svilupparono con l'avvento della produzione di merci standardizzate e a basso costo che consentivano l'accesso al consumo di grandi masse. Nascono in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti i primi grandi magazzini che poi si diffusero in Europa e poi anche in Italia. I nuovi prodotti vennero diffusi attraverso la pubblicità che contribuì anche alla diffusione della stampa quotidiana e periodica. Nacque un'industria del tempo libero, rendendo popolari le abitudini riservate prima solo ai ceti abbienti e nacquero le manifestazioni sportive di massa, come le Olimpiadi.
La politica nel corso dell'Ottocento era contenuta nei limiti del sistema liberale: accesso al voto censitario, sistemi elettorali uninominali che consentivano ai deputati di essere eletti in collegi piccoli, in cui il controllo era capillare e con l'uso della clientela, i partiti si formavano in Parlamento e non avevano una struttura diffusa sul territorio. L'emergere della massa portò alla modifica di questi aspetti di questa linea politica: l'allargamento del suffragio maschile (anche se in questo periodo si diffondono i primi movimenti femministi, come le Suffragette), il sistema elettorale divenne proporzionale e basato sul voto di lista (al partito, non al singolo) e nacquero i partiti di massa, fondati su un'ideologia di riferimento su un corpo di funzionari che sono politici di professione e su una struttura frammentata su tutto il territorio attraverso sedi periferiche coordinate dal centro del partito.
I primi partiti di massa furono quelli socialisti (il primo nacque in Germania 1875). Nacquero anche partiti cattolici, specialmente dopo la morte di Pio IX, perché mutò l'atteggiamento dei cattolici verso le questioni sociali. Il punto di svolta fu l'enciclica di Leone XIII del 1891, "Rerum novarum". Caratteri di massa ebbero anche i movimenti reazionari che si nutrivano di ideologie molto diffuse: il nazionalismo e il razzismo, tematiche trattate da scrittori come Guinot, Chamberlain e Kipling. Il più aggressivo di questi movimenti fu l' "Action Français" in Francia, ma anche in Italia il Partito Nazionalista.

Gli Stati Uniti e il Giappone

I due Paesi emergenti in questa fase furono Stati Uniti e Giappone. Negli Stati Uniti la guerra civile scoppiò dopo la fase di espansione verso Occidente. Il contrasto tra Nord e Sud riguardava la questione dello schiavismo che il Nord voleva abrogare e il Sud mantenere, ma la ragione fondamentale era il contrasto sulla politica economica: gli Stati del Nord, la cui politica era legata alla manifattura e al commercio interno, volevano una politica protezionistica per il commercio con l'Europa; gli Stati del Sud, la cui politica era basata sull'export, volevano il liberismo. La guerra scoppiò con l'elezione di Abraham Lincoln che era abolizionista. Durò quattro anni e fu una guerra ferocissima, per numero di morti e comportamento degli eserciti. Vinse il Nord e si arrivò alla parità tra bianchi e neri, parità che non fu realmente effettiva perché i neri furono sempre schiavizzati.

Lincoln fu ucciso alla fine della guerra. L'ultimo quarto del secolo vide gli Stati Uniti sviluppare la propria industria con i capitali dei profitti agricoli e grazie allo sviluppo della ferrovia. In questo sviluppo gli Stati Uniti divennero un Paese d'immigrazione della manodopera, anche da parte italiana nel Novecento che, avendo bassi costi, permetteva grandi compensi. In America si formarono i grandi Trust ai quali il governo oppose una politica anti-trust con Theodore Roosvelt. Roosvelt, correggendo il liberismo del partito repubblicano, tentò di fare una politica filo-popolare e anti-monopolistica.
A questi elementi, Roosvelt accompagnò una politica estera imperialistica nei confronti dell'America latina in cui, secondo la dottrina Monroe, gli Stati Uniti tentarono di imporre il controllo politico e l'egemonia economica. Intrapresero e vinsero una guerra contro la Spagna per sostenere l'indipendenza di Cuba, che si trasformò in un protettorato statunitense. Similmente avvenne anche su Panama, dove vi fu il taglio del canale che collegava Atlantico e Pacifico sul quale gli Stati Uniti mantennero il potere. Il Giappone aveva mantenuto una fisionomia feudale fino alla metà del 1800. L'egemonia politica era detenuta dagli Shogun, sin dal 1600 dalla famiglia dei Tokugawa. Il Giappone aveva adottato una politica di chiusura verso l'esterno che dovette abbandonare e aprire mercati e commercio. Il Giappone adotta una forma di modernizzazione, la "Restaurazione dei Meiji", che restituì all'imperatore l'autorità perduta, abbattendo il potere dei Tokugawa e dei signori feudali. In questo periodo il Giappone intraprese una fase di industrializzazione promossa dallo Stato che si avvale di tecnologie e tecnici stranieri. Per altro questa rivoluzione avviene mantenendo una struttura feudale, con pochissimi grandi proprietari che detenevano il controllo dei monopoli giapponesi e che potevano contare su un uso della manodopera militarizzata imperniata su modelli di obbedienza del confucianesimo. In questo periodo il Giappone si diede un esercito avanzato con il quale intraprese una politica espansionistica con direttrici la Cina e territori limitrofi. Conquistò la Korea, l'isola di Formosa e la Manciuria al termine della guerra del 1904 con la Russia, che vinse.

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