Video appunto: Foibe - Una tragedia dimenticata

Foibe - Una tragedia dimenticata



Nel linguaggio geologico il termine “foibe” indica delle fenditure naturali, molto diffuse nel Carso. Invece, nel linguaggio storico esse ci fanno pensare all’eliminazione di tanti italiani nel periodo settembre-ottobre 1943e e agli eccidi di massa compiuti nel 1945 dall’esercito di liberazione del maresciallo Tito.
Il primo periodo si collega al giustizialismo politico del movimento partigiano e alla violenza selvaggia delle rivolte contadine. La seconda ondata di esecuzioni è invece il frutto di un obbiettivo perseguito in modo molto lucido. Lo scopo del comunismo jugoslavo era quello di annettere, una volta finita la guerra, le zone mistilingue della Venezia Giulia. Affinché la conferenza di pace riconosca l’annessione è necessario che le zone occupate siano pacificate in nome della rivoluzione sociale e sotto il governo di Belgrado. Per questo motivo, l’esercito jugoslavo predispone un piano per eliminare tutti coloro che potrebbero rappresentare un riferimento, qualunque esso sia, per comunità italiana. Viene deciso allora di far sparire i collaboratori del nazismo, gli esponenti della Repubblica sociale di Salò, i militanti antifascisti, i funzionari pubblici che in quanto tali rappresentano in un certo qual modo lo Stato italiano. Questa pulizia etnico-politica fu affidata all’Ozna, la polizia politica del maresciallo Tito. Coloro che venivano considerati “nemici” venivano prelevati con la forza dalle loro case per essere eliminati con esecuzioni sommarie e fatte sparire all’interno delle foibe. Quando gli americani, gli inglesi e i russi, dopo il 12 giugno del 1945 fissano il confine fra l’Italia e l’Jugoslavia, corrispondente all’incirca al confine attuale fra Italia e Slovenia, le barbarie delle foibe si esauriscono. Il numero delle vittime delle foibe è stato oggetto di polemiche sia da parte di chi ha voluto minimizzare per motivo politici e chi invece a sovradimensionato: si parla di 10.000 vittime italiane gettate vive o morte nelle voragini carsiche dell’Istria. Sta comunque di Fatto che pochi ne parlano o non ne vogliono parlare oppure non sanno, nonostante il parlamento abbia istituito la Giornata del ricordo delle foibe e dell’esodo. Essa è stata stabilita nel 10 febbraio, perché in tal giorno nel 1947 fu firmato il trattato di pace che assegnò l’Istria e le isole del Quarnaro all’Jugoslavia.
Ma perché sulle foibe si è spesso voluto calare il silenzio?
La risposta più comune è quella che attribuisce la responsabilità del silenzio alla sinistra che voleva così nascondere una verità troppo scomoda. Tuttavia, le ragioni del silenzio sono più profonde e si ricollegano alle vicende internazionali della Guerra Fredda. Nel 1948, Stalin rompe ogni rapporto con il maresciallo Tito e il Cominform condanna la sua politica perché considerata deviazionista. Le potenze occidentali cominciano allora a guardare al governo di Belgrado come in interlocutore prezioso e si attivano per attirare l’Jugoslavia entro il proprio raggio di azione. IN pratica il maresciallo Tito insieme all’indiani Nehru e l’egiziano Nasser, è visto non come un leader comunista ma come un leader di un paese non allineato. In un clima simile, la diplomazia richiede che all’interlocutore con cui si dialoga non devono essere poste domande che possano metterlo in difficoltà e in questa prospettiva viene meno l’interesse a fare chiarezza sulla scomparsa di migliaia di italiani nelle foibe e sulle ragioni per le quali centinaia di italiani della Venezia Giulia furono costrette a lasciare l’Istria e la Dalmazia.
Un altro motivo del silenzio è dato dalla necessità di dare dell’Italia una nuova immagine, diversa da quella di una nazione sconfitta durante la Seconda guerra mondiale. Per passare come nazione vincitrice, l’Italia del 1945 aveva bisogno di autorappresentarsi come paese della resistenza partigiana, come alibi per assolversi dalle sue responsabilità e per cancellare con un colpo di spugna il periodo del Fascismo. La nuova Italia era pertanto quella della resistenza partigiana e dell’antifascismo clandestino, una nuova immagine che piaceva molto agli U.S.A.e agli Inglesi, ma soprattutto, al Partito Comunista Italiano che trovava nella Resistenza la propria legittimazione. Affinché l’Italia fosse vista come paese vincitore, era pertanto necessario che fosse eliminato dalla memoria collettiva tutto ciò che ricordava la sconfitta. Quindi nascono le negazioni e i fatti “indicibili” della storia nazionale. Gli “indicibili” sono la popolazione civile per la quale viene chiesta l’estradizione dai governi albanesi, jugoslavi o etiopi. Indicibili sono soprattutto le foibe e gli esuli giuliani. Pertanto, tacere sugli infoibati e sui profughi e relegarli a memoria locale giuliana senza farla rientrare nella memoria collettiva, ghettizzando così gli esuli dalmati ed istriani nei campi profughi, costituiva la risposta più facile ed immediata per non parlare dell’Italia come paese sconfitto. È come dire che un paese, se vuole passare da vincitore, non deve parlare delle sconfitte e quindi nella memoria italiana, almeno fino ad ora non c’è stato un posto adeguato per chi è stato ucciso nelle foibe, né per chi è stato costretto a lasciare le proprie terre.