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Il fallimento della Rivoluzione permanente e la costruzione del socialismo in un solo Paese

Il testamento politico di Lenin

Lenin morì nel gennaio dei 1921. Lenin lasciò un importante testamento che non fu reso pubblico. Indicava Bucharin come il maggior teorico bolscevico e il più amato dall'intero partito, ma avanzava delle riserve sulla sua capacità di svolgere un'azione pratica adeguata alle sue analisi teoriche. Scriveva che Trockij era forse «personalmente il più capace», ma ne criticava l'eccessiva fiducia nelle proprie capacità. Il giudizio su Stalin era negativo. Scriveva Lenin: «Il compagno Stalin, essendo diventato segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un illimitato potere, e non sono sicuro che saprà sempre usarlo con sufficiente prudenza». Stalín, sosteneva Lenin, era troppo rude, e consigliava di sostituirlo con un uomo più tollerante e leale. Il testamento non venne fatto conoscere ai membri del partito, ma solo ai massimi dirigenti. Due anni più tardi qualcuno di loro lo fece pervenire al «New York Times», che lo pubblicò il 18 ottobre 1926, quando ormai Stalin era saldamente al potere.

Trockij e la rivoluzione permanente

Il potere illimitato» che Stalin aveva nelle sue mani ebbe un peso decisivo nella lotta per la successione che si svolse nel 1924. Solo Trockij cercò di contrastarlo. Negli anni della rivoluzione e della guerra civile Trockij era stato il bolscevico più vicino a Lenin, sebbene non condividesse la concezione leniniana del partito come avanguardia forte e coesa, in grado di dirigere il proletariato e di portarlo alla rivoluzione. A questa concezione Trockij ne contrapponeva un'altra: la classe operaia poteva prepararsi all'esercizio del potere soltanto svolgendo una sua «attività autonoma», non diretta rigidamente dal partito. Trockij era d'accordo con Lenin, invece, sulla possibilità che in un paese economicamente arretrato, qual era la Russia, il proletariato giungesse al potere prima che in un paese di capitalismo avanzato. Trockij riteneva che la rivoluzione russa avrebbe avuto successo solo se il movimento rivoluzionario si fosse diffuso ad altri paesi; se ciò non fosse avvenuto, la società sovietica sarebbe andata incontro i processi degenerativi.

La vittoria di Stalin su Trockij

nella lotta per la successione risultò decisiva la discussione sul rapporto tra rivoluzione mondiale e rivoluzione russa. Si contrapponevano due concezioni: quella della <<rivoluzione permanente>>, sostenuta da Trockij, il quale riteneva che l’Internazione comunista dovesse impegnare tutte le sue forze nell'organizzare la rivoluzione nei paesi economicamente più avanzati, e quella di Stalin, sostenitore della possibilità della costruzione del socialismo in un solo paese, l'Unione Sovietica. Poco tempo prima della morte di Lenin la tesi della soluzione permanente aveva ricevuto un duro colpo, con il fallimento di un tentativo rivoluzionario in Germania. La data per l'insurrezione era stata fissata da Trockij per il 7 novembre. Se essa avesse avuto successo, il centro della rivoluzione comunista mondiale non sarebbe stato più la Russia, ma la Germania. Ma il piano, preparato in ogni dettaglio era fallito completamente. Anche dopo questo fallimento, Trockij continuò a insistere sulla sua tesi, riteneva che se l'Unione Sovietica si fosse chiusa in se stessa per procedere alla costruzione del socialismo, avrebbe corso il rischio di cadere nazionalismo proprio delle grandi potenze. L'analisi di Trockij non era priva di fondamento. Ma, nella lotta contro Stalin, egli partiva da una posizione di svantaggio: per quanto godesse di un grande prestigio all’intento dell'URSS, aveva minore influenza di lui sugli iscritti al partito. Inoltre Stalin devette far leva su un argomento molto solido: la rivoluzione in Occidente ormai era fallita.


La dittatura di Stalin

La rinuncia alla rivoluzione mondiale

Non fu difficile per Stalin far accettare le sua posizioni alla maggioranza dei dirigenti sovietici. Le conseguenze della sua vittoria si fecero sentire non solo in Unione Sovietica, ma anche nel resto d’Europa e del mondo. L’Internazione comunista diventò un organismo in cui prevalsero sempre più gli interessi dello Stato sovietico. Il movimento comunista internazionale, caduta la possibilità di una rivoluzione mondiale, aveva ormai come unico punto di riferimento l'Unione Sovietica. All'interno dell'Internazionale comunista il peso dell'Unione Sovietica crebbe così fino a diventare del tutto preponderante. Il ristabilimento, nel febbraio del 1924, di normali relazioni diplomatiche tra Italia e URSS rese evidente che gli interessi dello Stato sovietico prevalevano ormai su quelli dell'internazionalismo proletario. In quanto Stato, l'URSS doveva stabilire buone relazioni con tutti gli altri Stati e la sua politica in questo campo aveva già ottenuto dei successi: l'invito a partecipare, nel 1922, alla conferenza di Genova aveva mostrato che gli altri governi europei ritenevano utile il coinvolgimento dell'URSS nella ricostruzione dell'Europa.

Lo scontro sui ritmi dell'industrializzazione

Lo scontro tra Trockij e Stalin proseguì negli anni successivi, allargandosi dalla politica estera a importanti aspetti di politica interna. Tutti i dirigenti sovietici erano convinti che soltanto un paese fortemente industrializzato avrebbe potuto tener testa a un eventuale attacco delle potenze capitalistiche. Anche se in alcune città esistevano forti insediamenti industriali, l'economia della Russia e, ancor più, delle altre repubbliche che componevano l'unione Sovietica era fondata sull'agricoltura. Per poter avere un adeguato sviluppo industriale era necessario spostare dall'agricoltura all'industria risorse molto ingenti, imponendo gravi sacrifici ai contadini. Durante la NEP una parte degli agricoltori si era arricchita, ed era nata una classe di kulaki (contadini ricchi), che si erano inseriti nel mercato. Trockii, appoggiato da Kamenev e da Zinov'ev, sosteneva che occorresse lottare subito a fondo contro di loro, mentre Stalin, col quale si era schierato Bucharin, era del parere che non fosse ancora giunto il momento. Il gruppo dirigente del partito si divise così in un'ala di destra e in un'ala di sinistra. Nel 1927 quest'ultima ebbe definitivamente la peggio: Trockii fu espulso dal partito e si rifugiò. Zinov'ev e Kamenev accettarono le tesi di Stalin e Bucharin. Stalin attribìi la colpa di tutte le difficoltà che l'URSS doveva affrontare al <<trozkismo>>. L'accusa di «trozkista» cominciò a essere considerata gravissima. Nel 1928 fu impostato un primo piano quinquennale, che indirizzava tutte le risorse economiche allo sviluppo dell'industria. Fu possibile, così, imprimere alla crescita industriale sovietica una fortissima accelerazione, che fece dell'Unione Sovietica una grande potenza industriale, a spese però delle condizioni di vita della popolazione, che non subirono alcun miglioramento, mentre gli operai erano sottoposti a ritmi di lavoro estremamente intensi. Per giustificare i sacrifici imposti dall'industrializzazione, Stalin si richiamò alla necessità di rafforzare la potenza nazionale della Russia e dunque più al nazionalismo che all'internazionalismo. Nel 1931 disse: «La storia della vecchia Russia consistette fra l'altro nel fatto che essa fu continuamente battuta a causa della sua arretratezza».

La sconfitta di Bucharin

Dopo avere battutola sinistra con l'aiuto di Bucharin, Stalin decise di far i conti con la destra, rappresentata dallo stesso Bucharin. Stalin era convinto che fosse venuto il momento di dare un colpo decisivo a ciò che restava della borghesia russa. Questa veniva effettuata attraverso i sovchoz, aziende agricole di proprietà dello Stato, e i kolchoz, cooperative agricole: i contadini dei kolchoz avrebbero conservato un piccolo appezzamento, da coltivare privatamente. In teoria, i contadini avrebbero potuto usare macchinari agricoli di proprietà dello Stato, ma in pratica ciò non fu possibile ed essi, almeno in un primo tempo, dovettero continuare a lavorare la terra con i vecchi strumenti di lavoro, sicché videro solo gli svantaggi della collettivizzazione. Bucharin era contrario a una collettivizzazione integrale, imposta con la violenza. Stalin, invece, riteneva che fosse indispensabile per la costruzione del socialismo nell'URSS. Nel 1928 egli affermò che doveva essere eliminato dalla vita economica del paese tutto ciò che di «borghese» restava nelle campagne.

Gli anni più duri

La collettivizzazione forzata

La lotta contro i kulaki aveva una causa ideologica e una economica. Secondo l'interpretazione che Stalin e Lenin davano dell'ideologia marxista, la borghesia rurale rappresentata dai kulaki avrebbe prodotto
continuamente nuovi capitalisti, i quali avrebbero costituito un pericolo per il regime sovietico. La causa economica invece deve essere cercata nel fatto che resistenza dei kulaki impediva una completa pianificazione, provocando gravi difficoltà di approvvigionamento per le città. Alla fine del 1929 Stalin impose la sua linea: occorreva procedere alla collettivizzazione forzata delle terre, spezzando ogni resistenza dei contadini. La collettivizzazione cominciò nel 1930 e fu portata avanti con estrema durezza. La resistenza assunse toni esasperati: non potendosi rifiutare di entrare nei kolchoz, moltissimi contadini preferirono macellare i propri animali, piuttosto che darli alle aziende collettive. Un'altra forma di sabotaggio era costituita dalla riduzione delle semine e dal rifiuto di consegnare il grano allo Stato. Solochov era un sostenitore del governo e mirava perciò ad attenuare o a ignorare le colpe del governo. In realtà la collettivizzazione forzata non poteva non incontrare la resistenza dei contadini. Tra lo Stato e il Partito comunista da una parte e i kulaki dall'altra si combatté una sorta di guerra civile.

La carestia e la repressione

La grande maggioranza delle vittime, però, non fu provocata dalla repressione governativa o dagli atti dí terrorismo con cui i contadini si difendevano, ma dalla fame, infatti nel 1932 ci fu una terribile carestia, che si protrasse anche nell'anno seguente, con un elevatissimo numero di morti. L'atteggiamento del governo aggravò la situazione: Stalin, infatti, accusò i contadini, che si opponevano alle requisizioni di cereali, di sabotare lo sforzo che gli operai stavano compiendo nelle città per accrescere la produzione, e intensificò la repressione. I kulaki furono considerati un nemico interno che doveva essere combattuto con gli stessi mezzi che si adoperano contro quelli esterni: molti furono chiusi in campi di concentramento (gulag), insieme agli altri oppositori, moltissimi furono deportati con le loro famiglie in regioni lontane.

I sacrifici nelle città

Anche gli abitanti delle città dovettero sopportare gravi sacrifici. Lo sviluppo dell'industria provocò una rilevante migrazione interna, dalle campagne verso i maggiori centri urbani, che risultarono perciò inadeguati nell'offrire a tutti i nuovi cittadini alloggi e sevizi. La mancanza di alloggi assunse aspetti drammatici: in una stessa abitazione dovevano di regola convivere più famiglie, ciascuna in una stanza. Anche gli approvvigionamenti divennero difficili e i viveri furono razionati. Gli operai, soprattutto quelli dell'industria pesante, potevano ricorrere alle mense aziendali, ma anche le loro condizioni di vita conobbero un peggioramento.

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