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La destra storica al potere (1861-1876)

Il 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia. I problemi dell’Italia al momento dell’unità sono numerosi:
• completamento territoriale dell’unificazione
• unificazione amministrativa
• creazione di infrastrutture
• pareggio di bilancio
• Questione Romana
• lotta contro brigantaggio nel Sud.

L’economia del nuovo stato italiano

Da un punto di vista economico, il paese si fonda per il 70% sull’agricoltura; l’industria è poco sviluppata, la rete ferroviaria è molto ridotta e il tonnellaggio delle navi assai inferiore rispetto agli altri paesi europei.
Dal punto di vista sociale, le condizioni di vita della classe contadina e della classe operaia sono pessime. Inoltre, l’ alimentazione è inadeguata e le cattive condizioni igieniche favoriscono la diffusione di malattie infettive a tal punto che la mortalità infantile raggiunge il 20%.
Rispetto agli altri paesi europei, l’Italia unita è quindi in ritardo e molto debole, sia per la poca considerazione in cui esso è tenuto soprattutto dall’Austria e dai Borboni che per le differenze giuridiche, amministrative, culturali e linguistiche esistenti all’interno del paese. A questo si aggiunge l’ostilità della Chiesa nei confronti dell’ nuovo Regno d’Italia, dopo che lo stato pontificio è stato invaso dalle truppe piemontesi. In sintesi, il problema è duplice
1) come unificare veramente il paese
2) come fare affinché il nuovo Stato possa arrivare a competere con gi altri stati europei?

La destra storica al potere

Il partito politico che guida l’Italia dal 1861 al 1876 è la Destra storica. Non si tratta di un vero e proprio partito, ma di un gruppo di notabili e di ricchi borghesi, sia proprietari terrieri che imprenditori lombardi che sostengono le necessità di un libero mercato e sono convinti di essere capaci di gestire lo stato nell’interesse e per il bene del popolo. Esiste però un limite dato dalla legge elettorale sarda, in vigore: il suffragio fortemente censitario, cioè basato sulla ricchezza degli elettori, per questo si può affermare che la classe operaia, la classe contadina e il ceto medio non sono rappresentati al governo. La Destra storica ha una visione elitaria della politica: per accedere agli incarichi politici bisogna essere i possesso di mezzi economici e culturali adeguati. E’ convinta che un politico è legittimato a governare se ha cultura, se è in grado di governare, se è di alta estrazione sociale e non perché votato dal popolo. In sostanza nei confronti delle masse popolari, la destra storica ha un atteggiamento a volte paternalista e a volte autoritario, soprattutto nei confronti dell’Italia meridionale. I politici che fanno parte della Destra storica di origine meridionale sono molto pochi. Benché siano di grande valore e di origini meridionale, essi non conoscono la realtà del Sud perché hanno passato molto tempo in esilio in Piemonte.
I problemi da affrontare
a) Completamento dell’unità
E’ il problema più importante perché
1) il Veneto, il Trentino e Trieste sono ancora sotto il dominio austriaco
2) il Lazio con Roma sono ancora sottoposte al potere temporale del Papa.
Su questo problema la classe dirigente liberale-moderata si scontra con la Sinistra che porta avanti le idee di Mazzini, di Garibaldi e dei democratici in generale. Essa ripropone di nuovo un’azione molto decisa nei confronti degli Asburgo e del Papa.
La Destra ritiene che sia necessario procedere ad un’unificazione di tutta la penisola, ma non vuole lasciare in mano la questione ai democratici. D’altra parte, per risolvere il problema del Veneto e di Roma,la Destra deve tener conto del contesto internazionale, piuttosto complesso. Gli Stati Uniti, la Svizzera e la Gran Bretagna vedono di buon occhio il nuovo stato italiano ma non gli altri stati europei, che diffidano di uno stato come l’Italia perché che per ottenere l’unità ha violato la diplomazia ed è ricorsa alla forza o a sommosse popolari (es. spedizione dei Mille). Soprattutto Napoleone III è diffidente per diversi motivi. Infatti, egli
a) è irritato perché in definitiva l’Italia non ha rispettato gli accordi di Plombières
b) non vede di buon occhio un forte stato che confina con la parte meridionale della Francia
c) non vuole entrare in guerra contro l’Austria
d) è contrario all’annessione di Roma perché, in caso contrario, egli perderebbe l’appoggio dei cattolici francesi

La questione del Veneto trova una soluzione nella guerra contro l’Austria (1866), chiamata anche Terza Guerra d’Indipendenza, che vede il Regno d’Italia alleato con la Prussia del Bismarck. In cambio dell’appoggio a fianco della Prussia, l’Italia ottiene il Veneto, ma non il Trentino e nemmeno Trieste. C’è anche da dire che il conflitto è disastroso per l’Italia: sconfitta di Custoza, disfatta navale a Lissa. L’unico successo è riportato da Garibaldi che dopo la vittoria di Bezzeca si apre la strada verso il Trentino ma il governo italiano gli ordina di fermarsi perché nel frattempo gli Austriaci e i Prussiani hanno firmato l’armistizio e non è previsto che il Trentino passi all’Italia. La procedura è piuttosto umiliante perché l’Austria non intende trattare con uno stato sconfitto. E’ per questo che cede il Venero e il Friuli alla Prussia che lo cede a Napoleone III affinché consegni queste due terre all’Italia. La sconfitta crea delusione e soprattutto prostrazione negli Italiani a tal punto che qualcuno comincia a chiedersi se lo lo Stato italiano esista veramente.

b) La “Questione Romana”, un problema piuttosto complesso.
Bisogna premettere che, fin dall’inizio, tutti erano del parere che Roma avrebbe dovuto essere capitale d’Italia (lo stesso Parlamento nel 1861 aveva dichiarato Roma capitale d’Italia). Il problema è come raggiungere questo obbiettivo. Diverse sono le proposte:
1) proposta dei moderati della Destra che, ispirandosi alla teoria di Cavour “libera Chiesa in libero Stato” sostenevano che lo Stato avrebbe dovuto essere laico e che ci fosse una netta separazione fra Chiesa e Stato. Il Papa, tuttavia, avrebbe avuto la massima autonomia spirituale.
2) Una parte della Destra e della Sinistra sostiene, invece, che è necessario affermare il diritto dello Stato a scapito di quello della Chiesa se si vuole un reale progresso della società civile (“non possono essere concessi i diritti politici ai sudditi di due stati”).
3) I democratici sono a favore di una conquista di Roma con un’azione militare e con una rivolta popolare, mentre la Destra eè più prudente perché pensa alle conseguenze che ciò comporterebbe in un paese cattolico come l’Italia e nei rapporti con la Francia di Napoleone III sempre pronta ad intervenire in difesa del Papa. Molti, giustamente, pensano che una soluzione militare e violenta scatenerebbe una guerra, farebbe crollare il nuovo Regno d’Italia anche perché molti stati europei non sono contrari al ritorno dei Borboni nell’Italia Meridionale.
Da parte sua, Pio IX non accetta l’ipotesi di rinunciare al potere temporale su Roma e sul Lazio in cambio di una totale indipendenza della Chiesa. Nel 1861, Garibaldi, con alcuni volontari, marcia su Roma, Napoleone III protesta vivamente e Rattazi, (inizialmente d’accordo) che presiede il governo italiano, dà ordine ai bersaglieri di attaccare Garibaldi: lo scontro avviene sull’ Aspromonte. Successivamente, nel 1864, viene firmato con Napoleone III la Convenzione di Settembre: Napoleone III si impegna a ritirare gradualmente le truppe da Roma e l’Italia si impegna a difendere lo Stato pontificio da eventuali attacchi. Inoltre l’ Italia avrebbe trasferito la capitale da Torino a Firenze dimostrando così che avrebbe rinunciato a Roma-capitale. Ma Garibaldi non desiste e tenta di nuovo di occupare Roma: è sconfitto prima dalle truppe pontificie e successivamente a Mentana da quelle francesi (1867).
La posizione dei cattolici di fronte alla “questione romana” è duplice:
• la posizione transigente è a favore di una conciliazione fra Stato Pontificio e Regno Italiano (“cattolici con il Papa, liberali con lo Statuto”)
• la posizione intransigente, contraria ad ogni forma di compromesso, è decisa a difendere ad ogni costo il potere temporale del Papato. Intorno al 1965, il contrasto Stato/Chiesa diventa più acceso: il parlamento approva leggi di orientamento laico come il matrimonio civile e la soppressione degli ordini religiosi senza finalità educative. Da parte sua, il Papa pubblica il Sillabo con cui, fra l’altro, viene rifiutato il concetto del principio dell’autonomia dello Stato dalla Chiesa.
Nel 1870, Napoleone III è sconfitto nella guerra franco-prussiana.: il Papa perde quindi il suo difensore. Il governo italiano ne approfitta e il 20 settembre 1870 i bersagliere entrano a Roma attraverso la breccia di Porta Pia, ponendo così fine al potere temporale del Papa. Quest’ultimo colpisce con la scomunica gli autori di tale gesto di forza e si dichiara prigioniero dello stato italiano.
La presa di Roma ha come conseguenza una profonda frattura fra laici e cattolici. Nel 1871, il Governo italiano promulga la Legge delle Guarantigie che regolano, in modo unilaterale, i rapporti fra Chiesa e Stato (al Pontefice è riconosciuta la sovranità sulla Città del Vaticano e una dotazione annua) e la capitale è trasferita da Firenze a Roma. Il Papa respinge queste norme e vieta ai cattolici di partecipare alle elezioni e alla vita politica in genere.
c) L’unificazione amministrativa e problemi economici
Il 20 marzo 1865 viene promulgata la Legge di unificazione amministrativa che estende a tutta la penisola la legge comunale e provinciale, la legge Casati sull’istruzione, il Codice civile, il Codice di Commercio, il Codice di navigazione. Soltanto le leggi penali non sono estese a tutta l’Italia perché la Toscana aveva già abolito la pena di morte alla fine del XVIII secolo. Il regno viene diviso in provincie e capo di ognuna di esse il Governo centrale nomina un Prefetto che dipende direttamente dal Ministro degli interni. Anche i sindaci sono di nomina governativa ed anch’essi rispondono del proprio operato all’autorità centrale. Come si vede, le realtà locali non hanno alcun potere autonomo. Questo sistema amministrativo accentrato contribuisce alla formazione di un senso estraneità della popolazione, soprattutto meridionale, nei confronti delle istituzioni. Comunque, al di là di questo limite, bisogna riconoscere che è la prima volta che l’élites italiana contribuisce alla formazione della volontà politica come mai era avvenuto negli stati italiani pre- unificazione.
In campo economico, la Destra è favorevole ad una politica commerciale liberista, fondata sul concetto di libero scambio: si sostiene che l’Italia può svilupparsi soltanto grazie alla creazione di un mercato interno e a condizione che si apra verso il commercio internazionale. Per il primo aspetto di tale politica economica, la lira piemontese viene estesa a tutta la penisola. Per quanto riguarda il secondo, in tutta l’Italia è esteso il sistema doganale piemontese e sono firmati dei trattati commerciali sia con la Francia che con l’Inghilterra. Bisogna però dire che il libero scambio ebbe delle conseguenze non sempre positive. Se da un lato esso favorì le esportazioni di prodotti del settore primario e della seta grezza, dall’altro espose il sistema industriale alla forte concorrenza delle industrie francesi e inglesi. Per questo motivo soprattutto le attività industriali del Sud risentirono in modo particolare di tale politica economica.
La Destra aveva anche due altri gravi problemi da risolvere, interconnessi fra di loro: le infrastrutture e il pareggio di bilancio.
Per sviluppare il commercio internazionale era necessario costruire strade, ferrovie e organizzare un sistema postale efficiente : questo comportava grandi investimenti pubblici soprattutto in campo ferroviario. Tale obiettivo era in contrasto con l’obiettivo di pareggio di bilancio dello Stato , necessario visto l’enorme debito pubblico, ereditato dagli stati pre-unitari (circa il 40% del Prodotto nazionale).
Per arrivare al pareggio di bilancio sono intraprese diverse strade:
1) ricorso a prestiti, con l’emissione di titoli di debito pubblico
2) vendita dei beni demaniali ed ecclesiastici
3) inasprimento del prelievo fiscale

Il pareggio di bilancio viene raggiunto nel 1876. Tuttavia, esso causa l’impoverimento dei ceti popolari perché oltre all’imposta diretta sui redditi (= ricchezza mobile) il prelievo fiscale, con le imposte indirette, direttamente proporzionali al consumo, colpisce soprattutto le classi sociali più deboli. E’ in quest’ottica che nel 1868 fu ripristinata la Tassa sul macinato, che ovviamente colpiva i più poveri. Questa misura provoca delle violente proteste dei contadini un po’ ovunque che sono represse con violenza. In pratica la Destra considera come una pura e semplice questione di ordine pubblico le varie sommosse che ogni tanto sorgono all’interno dei ceti meno abbienti senza tenere conto che sono necessarie, prima di tutto, delle riforme sociali.
d) Il brigantaggio
Il problema dell’autorità statale era particolarmente grave nel Mezzogiorno fino ad allora governato dai Borboni. Poiché il Piemonte aveva trasferito nel Sud un sistema fiscale più severo di quello precedente ed aveva introdotto il servizio militare obbligatorio per ben 7 anni, il nuovo stato non era visto di buon occhio e non veniva considerato il garante della giustizia e dei diritti di tutti. Per questo motivo le popolazioni non avevano fiducia nelle istituzioni liberali di provenienza piemontese e preferivano, invece, dar fiducia ai poteri locali come le grandi famiglie proprietarie, le reti di parentela, ecc…. ; ciò porta al rafforzamento delle organizzazioni criminose (mafia in Sicilia e camorra nel Napoletano). Lo stato unitario, privo di ogni forma di autorità riconosciuta, cerca inutilmente di combatterle, anzi in molti casi la criminalità giunge perfino a stringere accordi con il potere politico riuscendo a far eleggere questo o quel politico. In altre parole si può dire che nel Sud l’amministrazione piemontese era considerata come estranea contro la quale bisognava combattere. E’ su questo sfondo che va inserito il fenomeno del BRIGANTAGGIO, attivo nel Meridione dal 1865 in poi. Delle bande criminali, molto ampie fanno parte ex soldati dell’esercito borbonico, i nostalgici della monarchia borbonica, contadini, renitenti alla leva e criminali comuni. Le motivazioni sono varie:
1. protesta sociale
2. volontà di restaurare il vecchio regime borbonico
3. desidero di difesa contro i “piemontesi” considerati invasori
4. ostilità della Chiesa contro il regime liberale piemontese
Comunque tutte queste cause si possono ridurre a due:
1. il centralismo piemontese (causato a sua volta dall’unificazione amministrativa)
2. l’aumento del prelievo fiscale (a sua volta causato dall’obiettivo di pareggio di bilancio e sviluppo delle infrastrutture.
Il brigantaggio mette il governo in grave difficoltà perché
1. dà motivo alla sinistra di riprendere vigore
2. dava forza a quei moderati che erano sempre stati contrari all’annessione del Sud
3. all’estero dà un’immagine di uno stato debole e incapace di imporre la sua autorità e per questi cominciano sa farsi strada ipotesi di un assetto territoriale italiano diverso
Lo Stato attua una dura repressione militare per stroncare il brigantaggio: guerriglia, fucilazioni sul posto, rappresaglia, dichiarazione dello stato d’assedio, legge Pica, un provvedimento illiberale e repressivo ma che ha il merito di ridurre l’arbitrarietà dei comandanti e le esecuzioni sommarie. Cinque anni dopo l’unità, il brigantaggio, almeno quello più grande ed organizzato, è debellato e, anche se, in forma latente, continuerà ancora per qualche anno. Da ricordare nel 1866 l’insurrezione di Palermo in nome di concetti diversi: radicalismo democratico, clericalismo, autonomia siciliana, ritorno dei Borboni.

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