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Nell’aprile del 1924 venne fatta approvare la cosiddetta legge acerbo, una legge elettorale fortemente voluta da Mussolini poi chiamata legge truffa perché garantiva una maggioranza sfacciata a una formazione politica minoritaria: la formazione politica che avesse preso non meno del 25% dei consensi elettorali avrebbe ricevuto un premio di maggioranza pari ai 2/3 dei seggi delle camere. Questa legge era funzionale alle nuove elezioni politiche che erano state preparate con una propaganda serratissima fascista.
In parlamento un deputato del partito socialista, Giacomo Matteotti, denunciò i brogli elettorali avvenuti nel corso delle elezioni oltre alle violenze e alle minacce alla popolazione e ai candidati dell’opposizione. Intorno alla metà di giugno Matteotti venne rapito e ucciso e questo delitto creò un’indignazione enorme nel paese tanto che tra il 30 maggio e la fine del 1924 il fascismo conobbe il suo periodo di maggiore impopolarità, la sua fase di minimo storico di consenso. In questi mesi le forze di opposizione furono incapaci di reagire, di passare all’attacco e costringere il governo alle dimissioni o la magistratura ad indagare.

Se da un lato in seguito al delitto Matteotti, Mussolini finse di aver trovato l’esecutore, Cesare Rossi, il suo addetto stampa che avrebbe incaricato un certo Amerigo Domini, mostrando in questo modo l’efficienza del governo, dall’altro i deputati antifascisti decisero di abbandonare il parlamento sollevando la cosiddetta indignazione morale: scelsero la secessione aventiniana denunciando lo stravolgimento del dettato costituzionale sancito dallo statuto albertino che garantiva l’incolumità dei deputati. La secessione aventiniana è compiuta da 100 deputati guidati da Turati, leader del PSU, De Gasperi che era succeduto a Sturzo nella guida del partito popolare e il liberale Amendola. Non rientrare a Montecitorio voleva dire fare un’opposizione morale nella convinzione che questo fatto avrebbe convinto il re ad una presa di posizione contro il fascismo. Il re invece non fece nulla e l’opposizione aventiniana rimase sterile, senza alcun effetto, consegnata alla irrilevanza e all’impotenza.
Ancora una volta queste forze politiche sbagliarono pensando che il fascismo sarebbe potuto crollare per una condotta morale. Non solo non organizzarono il cosiddetto biennio rosso (la lotta degli operai organizzata dalla FIOM, il sindacato metal meccanico e ispirata dal lavoro teorico-politico di Gobetti e Gramsci che teorizzarono la nascita dei consigli di fabbrica) e non seppero far fronte al biennio nero (la risposta fascista alle manifestazioni, agli scioperi e al tentativo rivoluzionario) ma ancora una volta non ebbero il coraggio di chiamare la massa alla lotta.

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