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Decolonizzazione e Terzo Mondo

La decolonizzazione

Il processo di decolonizzazione si attuò in più parti del mondo dopo la Seconda guerra mondiale e condusse all’indipendenza di molte nazioni extraeuropee. L’indipendenza fu raggiunta talvolta a mezzo dell’emancipazione pacifica delle colonie, talvolta mediante la lotta armata. Nel primo caso i nuovi paesi mantennero buoni rapporti con l’antico colonizzatore e tesero a schierarsi nel suo blocco di appartenenza (è il caso dei domini inglesi del Commonwealth). Nel secondo caso presentarono, spesso, la volontà di un cambiamento radicale, respinsero la presenza occidentale per creare nuove società egualitarie di stampo socialista. Questi paesi rientrarono inevitabilmente nell’orbita del blocco sovietico, finché anche al suo interno non si formarono ideologie opposte. In particolare si definì il contrasto tra il modello comunista “ortodosso” dell’Unione Sovietica e il modello maoista della Cina.

Tuttavia, non tutte le nazioni rispettarono la logica bipolare della Guerra fredda: un gran numero di ex colonie economicamente e socialmente sottosviluppate rientrò, infatti, nel nuovo concetto di Terzo Mondo, l’espressione volta ad indicare quei paesi in cui la decolonizzazione non sanò la miseria, l’arretratezza e la mancanza di una classe dirigente organizzata. Queste aree del mondo, addensate soprattutto nell’Africa subsahariana, furono teatro di sanguinose guerre etniche e tribali, a causa delle quali sprofondarono ulteriormente nella miseria. La dipendenza economica di questi stati dalle potenze coloniali non cessò mai del tutto: erano politicamente autonomi, ma sul piano economico mantennero un regime di produzione specialistica finalizzata all’esportazione.
Si perpetuò, negli anni, un regime di scambio ineguale tra le economie forti dei paesi sviluppati e le economie deboli del Terzo Mondo: le une acquistavano dalle altre merci preziose (minerali, spezie, cacao, caffè, …) e viceversa i prodotti di prima necessità. Si ebbe, dunque, una forma di neocolonialismo, che in molti casi generò nelle ex colonie movimenti indipendentisti antioccidentali. Il problema principale erano i confini delle nazioni meno sviluppate, definiti a tavolino dai paesi progrediti sulla base delle loro conquiste e delle loro esigenze. Spesso non fu rispettata l’omogeneità etnica, linguistica e religiosa dei popoli, i quali disponevano di identità nazionali debolissime o addirittura inesistenti. Per questo combatterono, e tutt’ora combattono, guerre furibonde per il loro stesso dominio.
Negli anni della Guerra fredda fu particolarmente sentito anche il problema dell’allineamento: i nuovi paesi, non necessariamente poveri, coltivavano ideologie antimperialiste che gli impedivano di schierarsi nel blocco occidentale come in quello sovietico. Questi paesi abbracciarono il principio di non allineamento: rimasero, cioè, neutrali a qualsiasi forma di influenza straniera e condannarono l’atteggiamento intrusivo delle superpotenze. Cina, India, Jugoslavia, Indonesia, Egitto ed altri stati aderirono al principio, ma quasi tutti faticarono a rispettarlo per la necessità di aiuti e finanziamenti internazionali. Inoltre, le diverse posizioni dei paesi non allineati generò tra loro conflitti anche armati, come accadde tra India e Cina per l’occupazione del Tibet.

L’indipendenza indiana (1947)

L’India completò il processo d’indipendenza nel 1947 con l’India Indipendence Act, dopo un ventennio di azione non violenta contro gli occupatori inglesi. La guida del Paese fu affidata al discepolo di Gandhi Jawaharlal Nehru, il quale ne dovette affrontare i problemi interni e le contraddizioni sociali. La società indiana, prevalentemente induista, mantenne fino agli anni Settanta la suddivisione in caste che ne aveva sempre minato l’unità. Dovette, poi, affrontare a più riprese il conflitto con il Pakistan per il possesso del Kashmir. Con l’indipendenza indiana erano, infatti, nati altri stati autonomi, come la Birmania, Ceylon (poi Sri Lanka) e lo stesso Pakistan. Quest’ultimo si separò, nel 1971, dalla regione del Bengala, in favore dello stato indipendente del Bangladesh, che l’India aveva sostenuto.

L’India entrò nel secondo Novecento all’insegna di una forte arretratezza e di gravi problemi interni, legati alla sua struttura rigida e stratificata. Lo stesso Gandhi, protagonista dell’indipendenza, fu vittima delle tensioni interne al Paese e fu assassinato.

La Repubblica popolare cinese (1949)

Negli anni del dopoguerra la Cina fu definitivamente assoggettata al regime comunista di Mao Zedong: le forza nazionaliste di Chiang Kai-shek dovettero arretrare fino all’isola di Formosa, tutt’oggi indipendente con il nome di Taiwan. Nel 1949 Mao proclamò la nascita della Repubblica popolare cinese, sul modello comunista dell’Unione Sovietica. La società cinese dipese per molti anni dagli aiuti dell’URSS, finché, nel 1957, la destalinizzazione di Kruscëv non provocò il progressivo allontanamento dei due paesi. La Cina, in contrasto con Mosca e non riconosciuta dal mondo occidentale, doveva avviare un deciso processo di sviluppo economico che non facesse affidamento sugli aiuti esterni. Mao lanciò la cosiddetta rivoluzione culturale, con la quale riformò la mentalità del Paese e riorganizzò le istituzioni. L’iniziativa si concretizzò in un’attuazione del comunismo più efficace del modello sovietico, ma venne criticata per la negazione delle libertà individuali che aveva comportato.

L’Indocina e la guerra del Vietnam (1964-1975)

Nel dopoguerra, la penisola indocinese fu teatro del conflitto tra gli occupatori francesi e i movimenti indipendentisti locali. Le forze occidentali dovettero cedere l’indipendenza a Laos e Cambogia, mentre il Fronte di liberazione vietnamita (Vietminh) di Ho Chi Minh riuscì a costituire la Repubblica democratica del Vietnam, con capitale Hanoi. La Francia mantenne nella penisola una ristretta regione meridionale, che trasformò nel Vietnam del Sud, con capitale Saigon. La guerra, inevitabile, con la Repubblica vietnamita di Ho Chi Minh fu persa dai francesi: nel Vietnam del Sud si generò il movimento nazionalista filo-comunista dei vietcong.
Nonostante la sconfitta francese, gli Stati Uniti non poterono permettere la nascita di un Vietnam comunista unito, perciò intervennero su iniziativa del presidente Lyndon Johnson. Tra il 1964 e il 1975 si combatté la guerra del Vietnam: gli Stati Uniti impiegarono mezzi bellici altamente distruttivi (come il napalm) generando un numero incalcolabile di vittime militari e civili. Pur non perdendo alcuna battaglia non riuscirono ad annientare i guerriglieri vietcong, i quali, supportati dalla popolazione, resistettero a stragi e bombardamenti. Negli anni Settanta la guerra del Vietnam fu ampiamente contestata dal mondo occidentale: il nuovo presidente americano Richard Nixon vi pose fine, nel 1973, con gli accordi di Parigi. Gli ultimi due anni di guerra sancirono la ritirata statunitense e la definitiva costituzione di un Vietnam unito.

La nascita di Israele (1948)

Fin dal XIX secolo il movimento sionista aveva raccolto in Palestina un numero sempre maggiore di ebrei al fine dichiarato di costituire uno stato ebraico indipendente. L’emigrazione di ebrei proseguì fra le due guerre sotto il dominio controllato della Gran Bretagna e dopo la Seconda guerra mondiale crebbe in modo considerevole. Il massiccio afflusso degli ebrei sopravvissuti ai lager nazisti destabilizzò l’area mediorientale, dove la cultura araba era prevalente. La Gran Bretagna impedì l’emigrazione ebraica per salvare la situazione: l’imbarcazione Exodus, carica di ebrei, fu bloccata al largo della Palestina e costretta a ritornare al porto di partenza. L’episodio esasperò la comunità ebraica, che organizzò atti terroristici nei confronti degli occupatori inglesi. Non potendo sostenere la rivolta, la Gran Bretagna sottopose la questione palestinese all’ONU, che concesse l’indipendenza. Non appena gli inglesi lasciarono il Medio Oriente, il leader sionista David Ben Gurion proclamò la nascita di Israele. Solo un giorno dopo gli stati circostanti, uniti nella Lega araba, attaccarono Israele per distruggerlo sul nascere. Le forze ebraiche riuscirono, però, a resistere ed avviarono la costruzione economica e sociale del loro stato. Grazie all’impegno e al lavoro collettivo Israele divenne presto lo stato più ricco e sviluppato dell’area mediorientale.

La guerra in Algeria

L’Algeria era una delle più antiche colonie europee in Africa: molti contadini francesi vi erano emigrati negli anni (i cosiddetti pieds noirs) per coltivare nuovi e vantaggiosi appezzamenti di terra.
Nel dopoguerra, in seguito alla sconfitta francese in Indocina, nacque in Algeria il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), che organizzò rivolte e atti terroristici nei confronti degli occupatori. L’esercito francese represse duramente le forze indipendentiste e per lungo tempo la città di Algeri fu sconvolta dallo scontro. Quando il Marocco e la Tunisia ottennero l’indipendenza la situazione precipitò: l’opinione pubblica francese contestò duramente l’anacronistico dominio in Algeria; nella colonia si verificò un colpo di stato che rischiò di estendersi alla stessa Francia. Il ritorno al potere del generale De Grulle segnò la distensione del conflitto: il governo della Quinta Repubblica francese indisse un referendum per decidere il destino dell’Algeria, la quale divenne uno Stato indipendente di stampo democratico.

La decolonizzazione dell’Africa

Il processo di decolonizzazione dell’Africa nera si completò, salvo eccezioni, negli anni Sessanta e Settanta, talvolta pacificamente, talvolta attraverso conflitti e rivolte. Nel 1960 (l’anno dell’Africa) ben diciassette paesi raggiunsero l’indipendenza. Tra questi il Congo fu teatro di un processo drammatico: il Belgio oppose una forte resistenza ai nazionalisti; inoltre, si generò una spaccatura tra i movimenti di liberazione congolesi che portò alla secessione dello Zaire (ex Congo belga). Analoghi episodi di scontro si verificarono in Nigeria, nel Kenya britannico e tra l’Eritrea e l’Etiopia. Le colonie portoghesi dell’Angolo e del Mozambico dovettero combattere ed ottennero l’indipendenza solo nel 1975.
In Rhodesia (l’attuale Zimbabwe) e nell’Unione sudafricana i governi bianchi minoritari si rifiutarono di abbandonare le istituzioni nonostante la decolonizzazione dei territori inglesi. In entrambi i paesi si instaurarono regimi di segregazione razziale (apartheid), che emarginarono i neri dalle attività sociali e dai diritti politici.

La Libia divenne indipendente nel 1951 con il re Idris I, ma nel 1969 il colpo di stato del colonnello Muhammar Gheddafi la trasformò in una repubblica di ispirazione socialista. Gheddafi espulse gli italiani rimasti in Libia ed assunse posizioni espressamente antioccidentali: fu tra i principali sostenitori della guerra araba per il dominio della Palestina e finanziò gruppi terroristici affinché colpissero Israele. Nel 1986 le tensioni tra Libia e Occidente culminarono con il bombardamento di Tripoli da parte degli Stati Uniti.
La Somalia italiana divenne indipendente nel 1960 e si unì all’ex Somalia britannica. L’Etiopia combatté un aspro conflitto per il controllo dell’Eritrea, che solo nel 1993 divenne indipendente grazie all’appoggio dell’ONU.

L’Egitto di Nasser e la guerra araba contro Israele

L’Egitto, protettorato inglese dal 1922, era solo formalmente libero dall’influenza britannica, soprattutto sul piano economico: il controllo diretto del canale di Suez era, infatti, estremamente importante per l’Occidente. Negli anni Cinquanta si sviluppò un movimento nazionalista attorno alla figura di Gamal Abdel Nasser, capo degli Ufficiali liberi, che organizzò un colpo di stato ai danni dell’attuale sovrano Farouk. L’Egitto divenne una Repubblica governata dal Consiglio rivoluzionario e cercò la piena indipendenza dall’Occidente. Quando Nasser proclamò la nazionalizzazione del canale di Suez, da sempre un possedimento franco-britannico, Francia e Gran Bretagna si accordarono con Israele perché occupasse la penisola del Sinai. Tuttavia USA e URSS condannarono l’intervento e, anche in base a una risoluzione dell’ONU, costrinsero gli europei ad abbandonare le pretese sul suolo egiziano.
L’episodio portò un enorme prestigio alla figura di Nasser, che divenne il simbolo della riscossa araba sull’occidente. Con lui l’Egitto attraversò un momento di crescita decisa e si allineò definitivamente con il blocco sovietico. Inoltre, Nasser ispirò l’ideale nazionalista del panarabismo, cioè la volontà di unire i popoli arabi in un’unica, grande federazione. Il tentativo, rappresentato dalla RAU (la Repubblica Araba Unita di Egitto e Siria) fu, tuttavia, breve. In seguito Nasser fu anche ispiratore di una analogo ideale panislamico, che per decenni pervase i paesi musulmani.

Come la maggior parte dei paesi arabi, l’Egitto fu a lungo ostile allo stato di Israele. Nel 1967 partecipò alla Guerra dei Sei giorni, che vide gli israeliani imporsi sulle forze arabe ed occupare una vasta area della Cisgiordania. Il conflitto, risolto dall’ONU, accentuò l’azione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) di Yasser Arafat, che ispirò una serie di atti terroristici contro Israele e il mondo Occidentale. Le azioni dell’OLP partivano principalmente dalla Giordania, un paese monarchico che cercò di mantenere buoni rapporti sia con i paesi arabi moderati, sia con gli stati più sensibili alla causa palestinese. La Giordania temeva l’OLP e i suoi atteggiamenti eversivi: innescò, perciò, una lotta contro i guerriglieri palestinesi (i feddayn) costringendoli a cercare altrove la terra in cui organizzarsi.
La situazione, complice la morte dell’egiziano Nasser, portò a una nuova guerra nel 1973: l’Egitto di Anwar Sadat e la Siria attaccarono di sorpresa Israele. Lo scontro non ebbe esiti particolari per entrambe le parti in causa. Al contrario, Sadat comprese che la guerra non avrebbe risolto i problemi della regione ed optò per una svolta diplomatica. Nel 1978 Egitto e Israele firmarono gli accordi di Camp David davanti al presidente americano Jimmy Carter. Le concessioni tra i due stati ignorarono il problema delle rivendicazioni palestinesi: Sadat fu accusato di tradimento dai paesi arabi estremisti e nel 1981 fu assassinato.

L’Iran e il fondamentalismo islamico

Anche in Iran, soggetto alla monarchia degli scià della famiglia Pahlavi, nacque un movimento nazionalista contrario alle ingerenze straniere. Il fondatore del movimento, il primo ministro Mohamed Medayat Mossadeq, nazionalizzò l’economia locale del petrolio e, per questo, fu estromesso dal potere. L’ultimo scià attuò una politica fortemente autoritaria ed assunse posizioni apertamente filo-americane. Negli anni Settanta si sviluppò, dal basso, una nuova opposizione al regime monarchico, fondata, questa volta, sulle aspirazioni di un radicale rinnovamento religioso. Fu un primo caso di integralismo (o fondamentalismo) islamico, che trovò espressione soprattutto nelle prediche dei capi spirituali sciiti, noti come ayatollah. Tra questi spiccò la figura dell’anziano Khomeini, che nel 1979 costrinse lo scià all’esilio ed ispirò la fondazione della Repubblica islamica dell’Iran.

La rivoluzione cubana (1956-1959)

Nel dopoguerra si instaurò a Cuba il regime dittatoriale filo-americano di Fulgencio Batista: l’isola, autonoma dal 1898, dipendeva dagli Stati Uniti sia sul piano economico, sia politico. L’opposizione al regime di Batista si organizzò attorno al giovane avvocato Fidel Castro, che più volte tentò di insorgere contro il governo in carica. Nel 1956 Castro raccolse un nutrito gruppo di guerriglieri e, aiutato dal carismatico medico argentino Ernesto Guevara, entrò vittoriosamente a L’Avana. Il regime castrista si instaurò nel 1959 ed assunse posizioni sempre più vicine al blocco sovietico. Castro si impegnò nell’estromettere le multinazionali americane dall’economia cubana e perciò fu sempre più inviso al mondo occidentale. Nel 1961 il presidente americano Kennedy autorizzò uno sbarco di esuli anticastristi a Cuba, per destabilizzarne il potere. Il tentativo fallì ed accrebbe la tensione. L’anno successivo gli Stati Uniti attuarono un blocco navale attorno a Cuba contro l’URSS, intimando a quest’ultima di abbandonare le sue installazioni missilistiche sull’isola: il mondo fu prossimo alla guerra nucleare, finché Kruscëv non cedette alle richieste americane.
La rivolta di Cuba fu un episodio estremamente significativo per tutta l’America latina, che era per lo più soggetta all’influenza economico-politica degli USA. Ernesto Guevara, detto il Che, fu il principale sostenitore dei movimenti di liberazione: completato il colpo di stato a Cuba partecipò attivamente ai tentativi di rivolta negli altri stati del Sud America. Nel 1967 fu, però, tradito dagli stessi contadini oppressi che si proponeva di liberare: catturato in un’imboscata in Bolivia fu assassinato.

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