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Crispi e la crisi di fine secolo

Età Crispina: 1887 – 1896 (Crispi, Roudinì, Giolitti)
Crisi di fine secolo: 1896 – 1900 (Roudinì, Pelloux)

Crispi è stato il braccio destro di Garibaldi ai tempi della spedizione dei Mille. Era un mazziniano, ma dopo l’Unità d’Italia accettò la forma monarchica. Crispi ha tenuto insieme le cariche di Presidente del Consiglio, Ministro degli Interni e Ministro degli Esteri.
Nei primi mesi del suo governo stringe rapporti con il cancelliere tedesco Bismark e vuole imitare le sue idee anche in Italia. Dato che il suo obiettivo principale era quello di realizzare uno stato forte e mantenere l’ordine pubblico, tra le leggi che approvò ce ne fu una volta ad aumentare il potere esecutivo e una volta a dare più potere alla polizia.
Per quanto riguarda la politica economica, Crispi rilanciò il protezionismo (lo stato dà sostegni alle aziende italiane e impone dazi sull’importazione di merci dall’estero), per proteggere la nascente industria italiana.

Tuttavia, alla fine dell’Ottocento l’economia italiana era in crisi. A maggio del 1898 per tre giorni ci furono delle manifestazioni molto aspre, soprattutto socialiste, sotto il governo di Roudinì. Venne preso un provvedimento un po’ esagerato: dato che Roudinì pensava che il socialismo avrebbe potuto veramente sbaragliare il governo, i tumulti vennero repressi duramente dal generale Bava Beccaris, che usava i cannoni ad altezza uomo, causando diversi morti e feriti. I giorni successivi vennero effettuati centinaia di arresti tra tutti gli esponenti del partito socialista, tra cui Andrea Costa e Filippo Turati, e vennero repressi tutti i giornali dell’opposizione (stato d’assedio).
Roudinì fu costretto a dimettersi e fu sostituito dal generale Pelloux, che decretò subito la fine dello stato d’assedio. A febbraio presentò una serie di disegni di legge per annullare le libertà fondamentali dello statuto albertino (di associazione, di stampa, di opinione), cosa che lo fece sembrare l’artefice di un colpo di stato. Nel paese era nato un vasto schieramento contrario a questo disegno di legge, i cui esponenti fondamentali erano Giolitti e Zanardelli, entrambi di sinistra. Essi praticarono l’ostruzionismo, cioè cercarono di prolungare il più possibile la discussione dei disegni di legge in modo da ritardare il più possibile o addirittura impedire la votazione finale.
Per uscire da questa situazione il governo ricorse al decreto legge, che rende un decreto subito esecutivo, ma che deve essere convertito in legge dal parlamento entro 60 giorni. Esso deve però essere approvato dalla Corte di Cassazione, che però ritenne che fosse incostituzionale e lo rimandò al governo.

Si decise allora di sciogliere le camere e andare alle elezioni: si votò nel giugno del 1900. I deputati contrari al progetto come Giolitti e Zanardelli ottennero un ampio consenso e Pelloux fu costretto a dimettersi.
Un anarchico, Gaetano Bresci, uccide il re Umberto I poco dopo le elezioni per vendicare la strage di Beccaris.
Saracco ottiene la carica di presidente del consiglio per 7 mesi fino al febbraio 1901, quando il re Vittorio Emanuele III affiderà il governo a Zanardelli (1901-1903). Intanto, Giolitti ricopriva la carica di Ministro degli Interni e nel 1903 divenne Capo del governo, fino alla prima guerra mondiale.

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