Tra il 1922 e il 1924 Mussolini, forte dei risultati positivi in ambito economico e politico, vuole trovare il modo per imporre definitivamente il dominio del suo partito. L'obiettivo è raggiunto con l'approvazione nel luglio del 1923 di una nuova legge elettorale sostenuta anche dai cosiddetti "deputati fiancheggiatori" ( che sono in grandissima parte liberali e popolari di destra). La legge prevede che la lista che raccoglie la maggioranza relativa ottenga i 2/3 dei deputati alla Camera, l'unico sbarramento da superare per assicurarsi questo premio di maggioranza è che la lista che vince le elezioni abbia presso almeno il 25% dei voti. Le elezioni con la nuova legge si celebra il 6 aprile del 1924, in un clima di totale violenza che intimidisce gli elettori e in pratica li orienta verso le cosiddette "Liste nazionali", raggruppamenti di coalizione dominati dai fascisti, ma con un buon numero di liberali di destra e con alcuni esponenti cattolici di destra. I gruppi di opposizione fanno la scelta elettoralmente suicida di presentarsi divisi. Il risultato è un trionfo per le "liste nazionali" fasciste che prendono il 65% dei voti e il 70% dei seggi.

I giochi sembrano fatti ma accadde qualcosa di eclatante ovvero il 30 maggio del 1924 il segretario del Psu, Giacomo Matteotti pronuncia alla Camera un duro è chiaro discorso nel quale evidenzia e denuncia le violenze e le intimidazioni che hanno caratterizzato le elezioni e per questo ne chiede l'annullamento. Dopo dieci giorni, il 10 giugno 1924, Matteotti fu rapito da gruppi di fascisti e ucciso e il corpo viene nascosto nella campagna romana, dove verrà ritrovato due mesi dopo. Sebbene sembri che l'ordine di rapire e uccidere Matteotti non sia direttamente da Mussolini, è chiaro che la responsabilità politica e morale di quell'omicidio ricade sul capo del Pnf e sul suo movimento. Per il Pnf e per lo stesso Mussolini è un movimento di grave crisi. Le opposizioni decidono di ritirarsi dal parlamento e di riunirsi separatamente, è la cosiddetta "secessione dell'Aventino". Gli oppositori sperano in un intervento del re, che ristabilisca la legalità ma il re decide di non fare niente. La situazione viene sbloccata con grande determinazione dallo stesso Mussolini che il 3 gennaio 1925 tiene un discorso alla Camera nel corso del quale si assume provocatoriamente tutte le responsabilità di quanto accaduto. Il senso del discorso di Mussolini era chiarissimo nel senso che la fase di convivenza del fascismo con le norme e le tradizioni dello Stato liberale è finita. Lo Stato liberale steso è finito ed era arrivato il momento di portare a compimento la rivoluzione fascista iniziata ormai con la marcia su Roma.

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