kispy di kispy
Ominide 144 punti

La guerra produsse innumerevoli trasformazioni dal punto di vista sociale, civile e della mentalità dei popoli che l’avevano vissuta. In Italia il vecchio Stato liberale giolittiano, con il suo riformismo graduale, era diventato distributore di posti lavorativi. Infatti gli stabilimenti dei rifornimenti erano saliti dai 221 ai 1976 nel giro di tre anni, con 571 mila lavoratori dislocati, però, per il 70% nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova. Lo Stato stava diventando il centro dell’economia nazionale. I settori che più sentirono l’intervento dello Stato furono quello siderurgico e quello meccanico. Ilva e l'Ansaldo furono tra i colossi in questi settori, però ebbero uno sviluppo diseguale, tale da non reggere la situazione del dopoguerra con la sospensione delle commesse belliche. E così si giunse all’intervento dello Stato, chiamato il “salvatore” che, con il pubblico denaro, fece quest’opera di soccorso. Si svilupparono molto anche i sindacati: la Confederazione italiana del lavoro (CGL), di ispirazione socialista, salì dai 385 iscritti ai due milioni, senza contare il milione di iscritti della CGL di ispirazione cristiana. Le trasformazioni più significative si ebbero nel campo dei partiti politici. Compariva sulla scena il Partito popolare italiano (1919) che si rifaceva alla tradizione democristiana e rappresentava le aspirazioni del movimento cattolico. Questa comparsa significò il superamento del non expedit, vale a dire il divieto che imponeva la Chiesa sulla partecipazione dei cattolici al voto elettorale. Questo partito era sensibile ai problemi della classe contadina e della condizione operaia nelle società moderna. Anche se vantava ciò non era un partito contadino, ma più un partito di grandi mediazioni sociali con un concetto dinamico e storico della democrazia. L’artefice di tutto ciò fu Luigi Sturzo, sostenitore delle autonomie comunali, critico del trasformismo clientelare nel Sud, che cercò di attrarre al suo partito coloro che non si riconoscevano in quello liberale. Fu, peraltro, il solo partito che nel primo dopoguerra si pose il problema di alcune riforme istituzionali (nuova legge per i comuni, introduzione della proporzionale) per adeguare lo Stato liberale alle nuove esigenze della società di massa. Un altro partito trasformato dalla guerra fu il Partito socialista, che dai 30 mila iscritti passò ai 216 mila. I 52 deputati diventarono, con le elezioni del 1919, ben 156. Ma questo partito era profondamente diviso all’interno. Nel Congresso di Bologna del 1919 vinse la corrente massimalista e sull’esempio russo e ungherese si attribuiva una situazione di rivoluzione anche in Italia. La borghesia era data per spacciata, non era capace di affrontare i problemi del dopoguerra ed era considerato tradimento qualsiasi gesto di collaborazione con il governo borghese considerato prossimo alla fine. Ma alla volontà rivoluzionaria non corrispondeva un’analisi reale della situazione economica e sociale. Accadde allora che la direzione del partito si limitò solamente a registrare i sintomi della borghesia e questa, lontana dal fallimento, dì li a due anni trovò la via per liberarsi dalle sue paure dando fiducia al fascismo di Benito Mussolini. Il massimalismo si risolveva quindi nell’attesa di una rivoluzione che non sarebbe mai arrivata. Chi cercò di superare la posizione massimalista fu il gruppo socialista (Ordine Nuovo) che aveva alla sua testa il sardo Antonio Gramsci. Un altro gruppo che polemizzò contro i massimalisti faceva capo al napoletano Amadeo Bordiga. Mentre il Partito socialista raccoglieva le attese delle masse operaie e contadine, nasceva un altro movimento, incidente nel primo dopoguerra: il fascismo di Benito Mussolini. Questo movimento all’inizio aveva il nome di Fasci italiani di combattimento e si presentò dapprima con un carattere di élite, non di massa, dove confluivano nazionalisti, dannunziani, ex arditi contro il socialismo neutralista e contro i futuristi anticonformisti. Oltre a questi facevano parte anche ex socialisti e ex sindacalisti che avevano fatto parte delle file del sindacalismo rivoluzionario. I Fasci ebbero un’ascesa impetuosa e dalle centinaia di iscritti nel giro di due anni, dal 1919 al 1921, contavano 200 mila iscritti. All’origine dei Fasci sta il programma di San Sepolcro, un programma che si ispira più alla sinistra che alla destra.

Subito dopo ci fu il governo presieduto da Francesco Saverio Nitti (1868-1953) succeduto ad Orlando che durò pochi mesi. Egli voleva la congiunzione tra democrazia e sviluppo industriale. Introdusse la proporzionale (sistema elettorale per cui ogni partito ha un numero di candidati eletti in proporzione ai voti ottenuti dal partito), abolendo il sistema uninominale che aveva favorito in passato le coalizione liberali e moderate. Nitti si trovò a governare in un periodo critico di continui scioperi, di difficoltà economiche e condizioni lavorative gravi. A rendere ancor più caotica la situazione fu la notizia, nel 1919, che Gabriele D’Annunzio stava marciando su Fiume con alcuni reparti dell’esercito. Nitti divenne oggetto delle offensive propagandistiche e in queste condizioni, nel 1920, egli diede le dimissione e a lui succedette Giolitti. Quest’ultimo si dichiarò subito convinto che fossero necessarie nuove riforme sociali, specialmente per i contadini. Volle che i trattati fossero resi pubblici, non come il Patto di Londra che restò segreto di Stato. Nella politica finanziaria propose la revisione dei contratti stipulati dallo Stato con le grandi aziende industriali durante la guerra; propose la rigida applicazione dell’imposta sul capitale e che tutti i titoli al portatore fossero convertiti in titoli nominativi. Il Partito popolare, anche se diffidente, accettò la collaborazione al nuovo governo con alcuni tra i suoi migliori uomini: Filippo Meda al Tesoro e Giuseppe Micheli all’Agricoltura. Nel bel mezzo della programmazione giolittiana si verificarono l’occupazione degli operai nelle fabbriche e dei sindacati socialisti. Gli operai metallurgici aderenti al sindacato della FIOM avevano chiesto l’aumento del salario in proporzione al costo della vita, ormai troppo caro. Ciò non fu dato dalle industrie già in crisi e fu allora che la FIOM decise di far occupare le fabbriche. I sindacati di sinistra (sindacati bianchi) erano per lo sciopero bianco, ovvero che gli operai entravano in fabbrica ma non lavoravano, però non furono operativi molto nel settore metallurgico. Ma cosa si voleva dall’occupazione delle fabbriche? I riformisti ritenevano che ci si dovesse limitare all’aumento dei salari; i massimalisti ritenevano che questo era un primo passo per una grande rivoluzione e che doveva portare, come in Russia, alla realizzazione di una repubblica socialista. Giolitti assunse, in questa situazione, un atteggiamento neutrale. Si rifiutò di intervenire con mezzi repressivi e i socialisti riformisti, messi in un vicolo cieco, con Turati alla testa invocarono il soccorso di Giolitti che mise d’accordo sindacati e industriali e promise una legge che consentisse agli operai la gestione amministrativa delle fabbriche, ma che però non vide mai la luce. L’occupazione delle fabbriche era parsa agli occhi dei conservatori e giolittiani come l’applicazione al caso italiano di una pericolosa filosofia rivoluzionaria. Fu allora che Giolitti, in politica estera, cercò di trarre consensi dall’opinione pubblica che aveva favorito il suo ex esperimento politico. Così, avvicinandosi alla Gran Bretagna e alla Francia, il ministro degli Esteri Carlo Sforza raggiunse un accordo con gli Jugoslavi nel Convegno di Rapallo (1920) in base al quale Fiume veniva proclamata Stato indipendente e l’Italia si insediava nell’Istria e Zara, lasciando alla Jugoslavia il resto della Dalmazia. Successivamente, nel 1924, la Jugoslavia riconoscerà Fiume italiana, ricevendo in cambio Porto Barros e Delta. D’Annunzio non riconobbe il Trattato di Rapallo e continuò a remare su Fiume. Mussolini rimase fedele al Trattato, mentre Giolitti incaricò al generale Enrico Caviglia di occupare Fiume e allontanare D’Annunzio. Nel 1920 fu bombardato il palazzo di D’Annunzio, ma i suoi gesti eroici non commossero. Infatti nessuno intervenne e D’Annunzio fu costretto ad abbandonare Fiume. Mussolini comprese meglio di D’Annunzio che lo Stato liberale non poteva essere conquistato dall’esterno e l’unica pista da battere rimaneva per lui quella della lotta contro il socialismo e le forze dei nuovi partiti di massa. Qui egli avrebbe potuto trovare i consensi per la sua ascesa politica. L’antisocialismo scavò profondamente nell’animo della borghesia conservatrice e Mussolini si preoccupò di non farsi ingoiare dal mondo della destra. Ma allora quale fu il vero fascismo, quello di piazza di San Sepolcro o quello rivoluzionario imponente di sinistra di Mussolini? Sicuramente Milano fu il suo laboratorio mentre a Torino Gramsci era alle prese con i problemi della classe operaia. Le vie che avrebbe preso Mussolini, giunto al potere, furono diverse. Il suo criterio gli fu offerto anche dal nazionalismo e soprattutto dalla concezione giuridica di Alfredo Rocco (che diverrà ministro fascista della Giustizia). L’idea nazionale del 1911, fu per Rocco, in breve, che impresa, sindacato, partito, Stato e rispettive burocrazie dovevano formare un blocco solidale per l’interesse pubblico. Nel 1921 si tenne a Livorno il Congresso del Partito socialista. Giolitti si aspettava un successo della corrente riformista, che però fu battuta. Il partito faceva parte della III Internazionale, o Internazionale comunista, ispirata dal Partito comunista sovietico. Lenin chiese al massimalista Serrati, che dirigeva il Partito socialista italiano, di espellere i riformisti. I socialisti della corrente massimalista si rifiutarono di rompere le antiche radici con la corrente riformista e a questo punto la corrente che faceva capo a Gramsci decise di staccarsi dal Partito socialista e di fondare un nuovo partito, che sarà appunto il Partito comunista italiano. Il divario tra riformisti e comunisti fu assurdo: nei riformisti prevaleva l’idea di un partito volto alle conquiste salariali, all’allargamento dell’influenza socialista nello Stato liberale; nei comunisti prevaleva l’idea di un partito che obbediva alla disciplina internazionalista, un partito alla Lenin, formato da rivoluzionari professionisti, uniti nella lotta contro la borghesia.

Hai bisogno di aiuto in Storia Contemporanea?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Registrati via email