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1800: la crisi di fine secolo


Il 1° marzo 1896 l'esercito italiano subisce una disastrosa sconfitta ad Adua, in Etiopia. Il presidente del Consiglio, Francesco Crispi, che ha sostenuto con convinzione la necessità di una politica coloniale italiana, il 9 marzo 1896 si dimette. Per un attimo la caduta di Crispi sembra stemperare le tensioni politiche e sociali, che però riesplodono anche più gravemente di prima nel 1898 quando il prezzo del pane cresce improvvisamente a causa di un cattivo raccolto e di una flessione nelle esportazioni provenienti dagli Stati Uniti. Scoppiano allora, un po' ovunque, manifestazioni e proteste in larga misura spontanee. Il governo in carica, presieduto da Antonio di Rudinì (1839-1908), un liberal-conservatore siciliano, ricorre di nuovo allo strumento già utilizzato da Crispi per reprimere i Fasci Siciliani, ovvero impiega le forze di polizia e l'esercito per fronteggiare i manifestanti, e nei casi dove le proteste sembrano più insistenti ovvero in Toscana, Napoli, Milano, programma nuovamente lo stato d'assedio. A Milano la situazione ha un esito tragico: infatti l'8 e 9 maggio 1898 i manifestanti sono affrontati da reparti dell'esercito comandate dal generale Fiorenzo Bava Beccaris (1831-1924), che da ordine di sparare colpi di artiglieria contro la folla: i morti sono almeno 80, i feriti 450. Buona parte della stampa liberale apprezza il gesto; il re Umberto I conferisce a Bava-Beccaris la gran croce dell'Ordine militare di Savoia poi appena 8 giorni dopo la strage viene nominato senatore.

Intanto in Parlamento prima Antonio di Rudinì e poi Luigi Pelloux (1839-1924), che gli succede alla presidenza del Consiglio alla fine del giugno 1898, presentano nuove misure repressive che intendono limitare la libertà di stampa e di associazione. A questa svolta politica si oppone un buon numero di parlamentari liberali, guidati da Giuseppe Zanardelli e da Giovanni Giolitti, che in Parlamento ingaggiano una dura lotta contro i progetti di legge presentati da Rudinì e da Pelloux, riuscendo a impedirne l'approvazione. Tra il 1899 e il 1900 la situazione è in una fase di stallo politico assoluto. Ma il 29 luglio 1900 ecco il colpo di scena: infatti a Monza l'anarchico Gaetano Bresci (1869-1901) spara al re Umberto I e lo uccide. Bresci vuole vendicare così le vittime di Milano, che egli ritiene oltraggiate dal riconoscimento concesso dal re a Bava Beccaris. A Umberto I succede il figlio, Vittorio Emanuele III (1900-46). Tutti si aspettano che il nuovo re voglia risolvere la lunga crisi nominando un conservatore, anche perché in Parlamento il raggruppamento della destra liberale è in maggioranza. E invece nuovo colpo di scena: Vittorio Emanuele III decide che è arrivato il tempo di attenuare le tensioni e così da l'incarico di primo ministro al liberale Zanardelli, il quale come ministro dell'Interno sceglie Giolitti.

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