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La Porta del Paradiso, il capolavoro di Ghiberti

La Porta settentrionale del battistero venne subito salutata come un capolavoro e già nel 1425 l'Arte di Calimala o dei mercatanti commissionò a Ghiberti anche l’ultima porta mancante, dedicata all’Antico Testamento. Si tratta di uno dei massimi capolavori del Rinascimento fiorentino, tanto che la leggenda vuole che, per lo splendore del bronzo dorato e per la bellezza dei suoi rilievi, Michelangelo l’avesse ribattezzata “Porta del Paradiso”. Divenuta simbolo del potere e della fioritura economica della città, la Porta del Paradiso segnò il punto più alto della camera artistica di Ghiberti, affiancato ormai da una folta bottega di notevoli artisti. Come già era stato per la Porta settentrionale, anche in questo caso la realizzazione, con la tecnica della fusione a cera persa e le successive delicate operazioni di doratura e finitura, fu lunga e complessa tanto che si protrasse fino al 1447; la porta fu collocata sul lato orientale del battistero nel 1452.
Lo schema iconografico era stato ideato nel 1424 dall’umanista Leonardo Bruni, cancelliere della Repubblica fiorentina, che aveva previsto ventotto formelle come per le altre porte. Tuttavia la struttura delle formelle appare profondamente diversa: Ghiberti avvertì la necessità di una rappresentazione delle scene e degli sfondi più libera e di maggior respiro, e preferì optare per soli dieci riquadri, cinque per ciascun battente. I tempi erano radicalmente cambiati, la cultura umanistica era ormai imperante, il tardogotico costituiva solo un ricordo, e lo scultore si adeguò con grande intelligenza e visione storica. Fu quindi abbandonata la tardogotica cornice polilobata delle formelle delle prime due porte, troppo limitante per le nuove idee di rappresentazione che si basavano sulla prospettiva, e si inserirono più episodi entro un’unica scena, come aveva insegnato Masaccio nel Tributo della Cappella Brancacci. Lungo i profili dei due battenti furono scolpiti personaggi biblici a figura intera alternati a teste che si affacciano da tondi (tra cui l’autoritratto dell’artista), mentre gli stipiti esterni e l’architrave vennero decorati con ghirlande e animali.
Nei primi pannelli, come quelli con le Storie di Caino e Abele, si riscontrano tratti già presenti nelle precedenti opere ghibertiane: un naturalismo elegante, il linearismo, il ricamo decorativo che tende a prevalere sul plasticismo. Vi sono però anche novità rispetto alla porta precedente: la forma quadrata permette di creare scene più ampie e calibrate, con un maggiore respiro paesaggistico, mentre le figure sono scalate nello spazio ed emergono con spessori diversi. Nel corso dell’esecuzione Ghiberti assimila progressivamente lo stiacciato di Donatello: grazie a questa tecnica, nei successivi pannelli l’artista introduce complessi sfondi architettonici, perfettamente scorciati in base a un punto di fuga centrale e realizzati con un delicatissimo bassorilievo. Ne è un esempio Incontro di Salomone con la regina di Saba 26, l’unico pannello che rappresenti un solo
  • episodio biblico; la scena è una delle più belle dell'intera porta per l’armonia di proporzioni tra figure e architetture e per la credibilità della rappresentazione dello spazio - illusionistica ma al contempo logica, che testimonia la grande abilità raggiunta da Ghiberti nella resa prospettica.
    Alcuni pannelli nascondono, dietro al racconto biblico, rimandi a fatti contemporanei. L’episodio dell’incontro tra il re Salomone e la regina di Saba, per esempio, richiama l’importante concilio che nel 1439 si era trasferito da Ferrara a Firenze per tentare di risolvere lo Scisma d’Oriente. Salomone, che rappresenta la chiesa d’Occidente, e la regina di Saba, che rappresenta la chiesa d’Oriente, si stringono la mano in segno di pace al cospetto dei rispettivi seguiti, di fronte a un edificio che ricorda la solennità del Duomo
  • di Firenze. Ghiberti rappresenta alcuni personaggi con tuniche e turbanti orientali, mescolandoli a soldati in armatura romana (l’antichità classica come emblema dell'Occidente). L'artista scolpisce un numero enorme di figure che si affollano ad assistere alla cerimonia, i cui diversi atteggiamenti richiamano l’evento visto dal vivo. Ancora una volta sulla scia di Donatello, non disdegna momenti di notevole realismo che vivacizzano la composizione: a destra due bambini (scolpiti ad altorilievo) si sporgono illusionisticamente dal muretto, mentre dietro di loro un giovane suona due tamburi; a sinistra, in primo piano, spunta un cane. La Porta del Paradiso sancisce come i nuovi ideali del Rinascimento siano stati ormai completamente assimilati anche da artisti di formazione tardogotica: essi sono a questo punto parte integrante del gusto e della cultura fiorentini e sono pronti per essere esportati nel resto d’Italia.
    La Porta del Paradiso è stata oggetto di un lungo e complesso restauro durato ben ventisette anni e concluso nel 2012. Fu rimossa nel 1990 (impresa non semplice in quanto nel suo complesso pesa quasi nove tonnellate) e sostituita con una copia perché l’oro e il bronzo si stavano rapidamente degradando. Dopo approfondite indagini diagnostiche, i vari pannelli sono stati smontati e si è effettuata un’accurata pulitura, inizialmente mediante solventi chimici e poi tramite laser infrarosso, che ha permesso la rimozione dello sporco accumulatosi negli anni sull’oro delle superfici senza danneggiarle.
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