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Lorenzo Ghiberti, la Porta del Paradiso

La porta è stata ribattezzata da Michelangelo Porta del Paradiso per lo splendore del bronzo dorato e per la bellezza dei suoi rilievi. L’opera era simbolo del potere e della fioritura economica della città. Ghiberti, per favorire una rappresentazione più libera e di maggior respiro, optò per soli dieci riquadri, cinque per ciascun battente. Nelle cornici dei due battenti si alternano personaggi biblici a figura intera e teste che si affacciano da tondi: gli stipiti e l’architrave sono decorati con ghirlande e animali. Nelle prime formelle, come quella con le Storie di Caino e Abele: ritroviamo un naturalismo elegante, il linearismo e il ricamo decorativo che tende a prevalere sul plasticismo. Vi sono però anche delle novità: le scene sono più ampie e calibrate, le figure sono scalate nello spazio ed emergono con spessori diversi, senza però che ancora sia costituita una razionale sequenza di lettura. Ghiberti ha assimilato lo stiacciato donatelliano e grazie a questa tecnica nelle successive formelle, come le Storie di Giuseppe e l’Incontro di Salomone con la regina di Saba, introduce complessi sfondi architettonici, perfettamente scorciati in base a un punto di fuga centrale. Entro queste quinte prospettiche inserisce i personaggi dei racconti, che diventano più comprensibili. Alcune formelle nascondono, dietro al racconto biblico, rimandi a fatti contemporanei. Quella con le Storie di Giuseppe allude all’ascesa politica e sociale dei Medici. La formella dell’Incontro di Salomone con la regina di Saba richiama l’importante concilio che nel 1439 si era trasferito da Ferrara a Firenze per tentare di risolvere lo Scisma d’Oriente.

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