melaisa di melaisa
Ominide 2160 punti

Palazzo Te a Mantova


L’opera più importante di Giulio Romano a Mantova fu la costruzione e la decorazione di Palazzo Te (1525-35 circa), cosi chiamato a causa della denominazione medievale del territorio in cui fu edificato: Teieto (da tilietum, “località di tigli” oppure da tegia, "capanna”). Si trattava di un’isola, fino ad allora occupata da rustiche abitazioni, posta in uno dei laghi (oggi parzialmente interrati) che all’epoca circondavano la città e dove Federico II aveva fatto sistemare le scuderie dei suoi amatissimi cavalli. Qui il marchese voleva inizialmente far sorgere una dimora di campagna in cui trascorrere il tempo libero; tuttavia, per la sua ricchezza, il complesso divenne presto una vera e propria sede di rappresentanza della corte, teatro di feste, spettacoli teatrali e degli incontri politici più importanti: nel 1530, quando i lavori non erano ancora terminati, vi fu ospitato l’imperatore Carlo V d’Asburgo in occasione della nomina a duca dello stesso Federico.
L’impianto del palazzo è di ispirazione classica: l'edificio, a un solo piano, si sviluppa attorno a un cortile d’onore quadrato, proprio come negli esempi antichi descritti dalla trattatistica classica, con riferimento particolare ai modelli della domus romana delineata nelle pagine di Vitruvio. A esso si annette un grande giardino con le scuderie e i locali di servizio, separato da un loggiato che si affaccia su due peschiere e chiuso in fondo da un'esedra ad archi, costruita in epoca seicentesca ma già prevista dal progetto di Giulio Romano. Le facciate esterne sono nobilitate dall’impiego dell’ordine gigante, strutturato in paraste tuscaniche lisce poste su un alto zoccolo e reggenti una trabeazione con fregio dorico a triglifi e metope. La partitura muraria è rivestita con un finto bugnato liscio, realizzato in realtà a mattoni e intonaco, a imitazione di conci di pietre. Il piano terreno, dove si trovavano gli ambienti ufficiali, ha grandi finestre architravate con cornici a conci rustici; il basso primo piano, dove erano ubicati i locali di servizio, ha aperture quadrate più piccole. In prossimità delle finestre i finti blocchi di pietra sembrano visibilmente sporgere dalla superficie, quasi fossero spinti verso l’esterno da qualche strana, misteriosa forza vitale. Al centro della facciata principale (esposta a ovest) si apre un portale alto quanto i due piani, affiancato da paraste binate tra cui sono collocate nicchie, motivo che si ripete alle due estremità.
La simulazione di materiali pregiati con mezzi poveri locali, l’alternanza di citazioni classiche e invenzioni estrose, il contrasto tra "regola” e "licenza” e tra enfasi grandiosa e ironia sono tutti ingredienti del nuovo linguaggio architettonico manierista. A Palazzo Te, infatti, pur nel desiderio di ricreare programmaticamente un’unità abitativa veramente “all’antica’’, Giulio Romano si sentì libero di apportare personali e fantasiose varianti: il disegno del fronte principale non è per esempio replicato nelle altre facciate, che si presentano diverse fra loro; ciò costituisce di per sé un indizio di squilibrio anticlassico, così come anticlassica è l'alternanza di bugnato liscio e bugnato rustico.
Attraverso un vestibolo con volta a lacunari ottagonali e una bizzarra fila di colonne dal fusto non sgrezzato, si entra nel cortile d’onore, ritmato da semicolonne doriche riprese dalla romana Basilica Emilia. Su due lati dell’ampio spazio è presente il curioso motivo dei triglifi 'scivolati" dal fregio, quasi che la struttura portante del muro fosse in rovina e mostrasse cedimenti: è un ulteriore esempio di come per Giulio Romano l’arte classica non rappresentasse un modello inviolabile né tanto meno una costrizione, quanto piuttosto un repertorio da utilizzare con fantasia e, come in questo caso, con ironia.
II fronte posteriore, che si apre sui due specchi d'acqua (peschiere) ed è collegato al vasto giardino attraverso una passerella, è scandito da una sequenza di serbane, con una loggia centrale aggettante composta da tre arcate che poggiano su colonne binate unite da una comune trabeazione. Originariamente questa facciata doveva differenziarsi ancora di più dalle altre quattro: un secondo loggiato, più basso (eliminato nei restauri del XVIII secolo, con i quali fu aggiunta l'odierna terminazione a timpano triangolare, non prevista nel progetto di partenza), la qualificava infatti come una incongrua facciata a due piani, priva dell’ordine gigante che cinge invece gli altri tre lati dell’edificio.
La capacità creativa di Giulio Romano diede la sua prova migliore nella decorazione degli interni del palazzo: straordinari affreschi e stucchi destavano ammirazione e stupore negli ospiti così come oggi suscitano meraviglia nel pubblico, rendendo la visita alla dimora gonzaghesca un’esperienza unica e coinvolgente.
Il progetto della eterogenea decorazione delle sale, realizzata con l’ausilio di maestranze romane e settentrionali, dimostra come a Roma l’artista non solo avesse fatto tesoro dello studio dell’antichità, ma avesse assorbito l’esempio di Raffaello (a Villa Farnesina e nelle Logge Vaticane), imitato anche nella capacità di coordinare una vasta bottega di aiutanti, in grado di terminare un ciclo decorativo di vaste proporzioni in un arco di tempo relativamente ristretto. Negli affreschi di Palazzo Te non mancano nemmeno importanti, anche se più generiche, suggestioni michelangiolesche, visibili soprattutto nell’enfatico gigantismo dei personaggi.
I numerosissimi ambienti interni dell’edificio sono del tutto diversi per morfologia, soggetti e registri espressivi. La Sala delle imprese, per esempio, venne decorata con stemmi araldici ed emblemi gonzagheschi; la Sala dei cavalli con le immagini dei purosangue di Federico II intervallate dalle Fatiche di Ercole; la Sala degli stucchi con episodi tratti dalla biografia di Giulio Cesare, che esaltavano il ruolo militare del marchese. Alla raffaellesca Loggia di Psiche della Farnesina si ispira poi la Sala di Amore e Psiche (1526-28), ornata da stucchi dorati e dalla rappresentazione - nelle lunette e nelle vele della volta - della favola di Apuleio, mentre sulle pareti si dispiegano storie di amori clandestini o contrastati che culminano nel sontuoso Banchetto di nozze di Amore e Psiche: la scelta dei soggetti allude al focoso temperamento amoroso di Federico II e all’ideale dell’otium a cui era destinata la dimora. I colori preziosi e vivaci fanno risaltare i numerosi personaggi, ritratti virtuosisticamente in pose complesse e multiformi e articolati in scorci che esaltano la loro nuda fisicità: qui Giulio Romano si mostra lontanamente debitore anche nei confronti della Camera degli sposi di Mantegna e delle cupole di Correggio.
L’ambiente più suggestivo del palazzo è però la celeberrima Sala dei Giganti (1531-34), in cui è raffigurata la vittoria di te sui Giganti ribelli che tentarono la scalata al monte Olimpo.
Il soggetto era un omaggio esplicito al trionfo di Carlo V (che, come si è detto, durante uno dei suoi soggiorni italiani aveva visitato di persona Palazzo Te) sui principi protestanti e sugli eretici.
Nella parte bassa delle pareti i mostruosi protagonisti, immaginati con fattezze goffe, grossolane e caricaturali, sono rappresentati mentre vengono schiacciati da una frana provocata dall’ira di Giove e di Giunone, raffigurati nella parte alta insieme ad altre divinità in subbuglio tra le nubi bianche, avvolte a spirale sino alla sommità. L’insieme è interpretato in modo tumultuoso, teatrale, fortemente scenografico. L’artista ha eliminato la distinzione tra pareti e soffitto; gli stessi angoli della sala furono arrotondati con lo stucco per suggerire uno spazio avvolgente. La stesura pittorica prosegue quindi ininterrotta, circondando e coinvolgendo chi osserva con un dirompente potere illusionistico: i Giganti sembrano franare addosso allo spettatore, quasi gettandosi verso il centro della stanza, in un fragoroso e irrefrenabile vortice. La raffigurazione sembra poi voler irridere anche le più elementari leggi della fisica e della statica: il finto loggiato circolare, visto da sotto in su al centro della volta, dovrebbe, a rigor di logica, appoggiarsi sui muri e sulle colonne dipinte nella parte bassa, che però sono sul punto di crollare; l’intelaiatura architettonica dipinta si presenta quindi come fondata su un paradosso instabile e irrazionale.
Ad accentuare la sensazione di straniamento concorreva la pavimentazione, che era originariamente concava, rivestita in pietra e ciottoli di fiume per mantenere un’illusoria continuità con le pareti, allora dipinte nella parte inferiore a finti blocchi di pietra; quasi che la frana di massi investisse e facesse sprofondare anche il visitatore, che ancora oggi non può che rimanere affascinato dalla straordinaria invenzione di Giulio Romano.
Hai bisogno di aiuto in Dal Rinascimento al Romanticismo?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
Registrati via email