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La Cappella Sistina- l’affresco della storia dell’umanità


Come abbiamo visto, mentre Michelangelo si stava impegnando anima e corpo nel progetto della Tomba di Giulio II, nel 1506 il papa cambiò idea e decise di commissionare all’artista la decorazione della volta della Cappella Sistina, interrompendo così l’esecuzione del sepolcro e Sistina causando le ire dell’artista, che preferiva l’impresa scultorea all’esecuzione di affreschi, di cui non era per nulla pratico non avendone mai realizzati prima.
Le pareti della cappella erano state affrescate sotto Sisto IV, tra il 1481 e il 1483, con Storie dell’Antico e del Nuovo Testamento a opera di un importante gruppo di pittori toscani capeggiati da Botticelli, Perugino, Ghirlandaio e Cosimo Rosselli. La volta affrescata nello stesso periodo con un semplice cielo stellato, rifletteva un gusto ancora medievale; il pontefice propose a Michelangelo di ridipingerla seguendo un programma iconografico basato sulle Storie della Genesi, il primo libro della Bibbia che narra le origini dell’universo e dell'umanità prima dell’avvento del cristianesimo: si tratta quindi di un antefatto rispetto a quanto viene raccontato negli affreschi delle pareti.
Ancora una volta d'impresa che doveva affrontare Michelangelo era difficilissima, quasi sovrumana, visto l'enorme spazio da dipingere (oltre 500 m2) e la conformazione ad arco ribassato della volta, che alterava la visione degli affreschi osservati da terra. L'artista toscano risolse brillantemente ogni problema tecnico ed esecutivo. Dipinse tutto praticamente da solo (l'apporto di aiuti fu minimo) e quasi-a mano libera, passando interminabili sedute sdraiato sui ponteggi con la testa all’insù, che gli procurarono danni alla vista e dolori muscolari, come egli stesso racconta in alcune lettere. Nella raffigurazione dei personaggi l’artista tenne conto del punto di vista dello spettatore venti metri più in basso: osservate da vicino, infatti, le figure risultano deformate a causa della curvatura del soffitto, ma da lontano appaiono ben proporzionate e la visione risulta ottimale.
Michelangelo raggiunse ben presto una sicurezza esecutiva eccezionale, impensabile per un artista che non aveva mai lavorato ad affresco prima. Il risultato è grandioso e spettacolare, con oltre trecento personaggi giganteschi inseriti entro un poderoso e illusionistico inquadramento di finte architetture.
Nella volta della Cappella Sistina si fondono aspetti religiosi, filosofici e simbolici in una concezione poderosa, chiara ed efficace, espressa in termini monumentali. Vi è ribadito il legame diretto fra Antico e Nuovo Testamento, a sottolineare la continuità fra ebraismo e cristianesimo: le Storie della Genesi di Michelangelo sono prefigurazione delle Storie di Mosè e di Cristo dipinte sulle pareti alla fine del Quattrocento; la creazione, l’uomo plasmato da Dio a sua immagine e somiglianza, troverà il suo atto conclusivo nella nascita o, meglio nell’ incarnazione d i Cristo, la cui venuta è annunciata dalle Sibille e dai Profeti, figure di mediazione tra l’antichità pagana, l’età ebraica e l’era cristiana. Si tratta di un messaggio ancora fondato sulla fiducia umanistica nelle potenzialità umane e sulla centralità dell'individuo nell’universo: si comprende così la celebrazione della bellezza del corpo umano nudo, che invece provocherà reazioni scandalizzate nella generazione successiva, condizionata dalla Controriforma.
Trent’anni dopo lo stesso Michelangelo dipingerà sulla parete di fondo il Giudizio universale, concludendo in tal modo la più spettacolare, commovente e coinvolgente rappresentazione mai realizzata della vicenda dell’uomo dalla sua creazione alla fine del mondo.
Tutte le figure sono rappresentate in scorci illusionistici e in pose complesse, spesso caratterizzate da posizioni “di contrappunto”; i corpi, grazie all'intenso chiaroscuro, appaiono fortemente tridimensionali, vere e proprie sculture dipinte, e sprigionano grande energia. Tuttavia, tra le varie parti della decorazione vi sono evidenti evoluzioni stilistiche, corrispondenti alle varie fasi del lavoro, durato con interruzioni circa quattro anni.

I primi episodi dipinti sono l’Ebbrezza e derisione di Noè, il Diluvio universale e il Sacrificio di Noè (1508-09), affreschi ancora gremiti di personaggi dalle dimensioni ridotte e dove è presente un’ambientazione paesaggistica. Il Diluvio universale è una scena drammatica: l’acqua sta salendo vertiginosamente mentre sull’isolotto in primo piano, destinato inevitabilmente a scomparire, la tempesta scuote con colpi di vento l’albero e il manto dell’uomo che vi si è aggrappato; in basso a sinistra una bambina piange la madre morente. La disperazione è palpabile e dilaga tra i pochi esseri umani che tentano di salvarsi pur sapendo di non avere via di scampo: l’arca di Noè, dipinta sullo sfondo, è irrimediabilmente chiusa.
Nelle scene successive, risalenti al 1509-10, le figure iniziano a giganteggiare e il paesaggio appare semplificato: così nel Peccato originale e cacciata dal paradiso terrestre i corpi diventano massicci e scultorei e i personaggi sono caratterizzati da gesti semplici ed eloquenti (le braccia tese del serpente, che si sporge dall’albero per offrire a Èva la mela del peccato, e dell’angelo, che allontana i progenitori minacciandoli con una spada). A destra, nelle due figure di Adamo ed Eva che fuggono dal paradiso traspare evidente il ricordo delle torsioni e del dramma psicologico visibili nel gruppo marmoreo ellenistico del Laocoonte. Il paesaggio diviene spoglio ed essenziale.
La Creazione di Adamo, posta quasi al centro della volta, è la scena più celebre del ciclo ed è certamente una delle invenzioni più straordinarie della pittura di tutti i tempi. .
L’affresco Dio Padre è raffigurato come un vecchio dalla fluente barba bianca, vestito di una tunica rosa, che scende potente dal cielo su un manto violaceo gonfiato dal vento, sorretto da numerosi angeli. Egli tende il braccio destro per dare la vita al primo uomo. Le mani si allungano luna verso l’altra, si sfiorano ma non si toccano, a evocare l'anelito costante dell’anima all’unione con Dio, non realizzabile nella vita terrena. Il giovane Adamo, nudo e dal corpo atletico, colto nella posizione di una statua classica, sembra lentamente risvegliarsi da un sonno profondo e distendersi a sua volta per ricevere il flusso vitale. Le due braccia, volutamente isolate sul cielo latteo, costituiscono il fulcro di tutta la scena. Un’idea ancora una volta nuovissima, nata da una creatività inarrivabile capace di scardinare la tradizione delle Sacre scritture (che raccontano invece come Dio soffiasse sulla sagoma in argilla del primo uomo) e di realizzare una scena di disarmante potenza nella sua semplicità, portatrice di un messaggio universale che esprime la vicinanza di Dio all’uomo e la nostra aspirazione al bene e alla salvezza.

Nella Creazione di Adamo, capostipite di un'umanità nata dall'argilla, ritorna anche il tema, caro a Michelangelo, dell’anima che anela a sciogliersi dai vincoli terreni; lo stesso tema è evocato anche nelle figure degli Ignudi, interpretabili, secondo la filosofia neoplatonica, come spiriti colti nell’atto di liberarsi dal peso della carne.
I colori originari, anneriti dal tempo, dal fumo delle candele e dalle ridipinture, sono tornati alla luce grazie a un lungo e coraggioso intervento di pulitura, iniziato nel 1980 e ultimato (per quanto riguarda la volta) nel 1989. Ne sono emerse cromie violente, accostamenti audaci e toni cangianti che hanno rivelato un Michelangelo straordinario colorista, in grado di sconcertare critici e profani a distanza di secoli.
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