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Leonardo Da Vinci


Figlio di San Pietro da Vinci, Leonardo nacque il 15 aprile del 1452 a Firenze, Vinci.
Da come ci descrive Giorgio Vasari in alcuni suoi scritti, Leonardo fu un artista vario ed instabile in quanto molte cose iniziate poi le abbandonava. Dal carattere mutevole e impaziente, e tormentato dalla profonda insoddisfazione per quel che faceva, Leonardo era bravo ad esprimere i suoi concetti “col disegno delle sue mani”.
Ma egli credeva che neppure la grande maestria delle proprie mani avrebbe mai potuto raggiungere la perfezione dell’arte nelle cose che egli s’immaginava poiché queste erano sottili e tanto meravigliose.
A soli trent’anni godeva già di una fama leggendaria, tanto da essere ricordato come “l’uomo divinissimo”. Purtroppo morì molto giovane, all’età di 33 anni, il 2 maggio 1519 in Francia tra le braccia di re Francesco I.
Insomma, Leonardo fu un caso unico, nonostante fosse “homo senza lettere”: non conosceva il greco e il latino, il che comportava l’impossibilità di leggere le opere degli antichi direttamente nella loro lingua originale e l’esclusione dalla scienza ufficiale che veniva divulgata in latino. Egli fu tra i primi a riconoscere il valore dell’esperienza intesa come sperimentazione e studio meticoloso e scientifico della realtà in tutte le sue forme. Leonardo fu, infatti, il primo a studiare l’anatomia direttamente sui cadaveri. Lo stesso principio lo applicò alla botanica, all’astrologia, alla zoologia, alla meccanica e a tutte quelle altre numerose discipline di cui si interessò.

Il disegno


Numerosi sono i disegni e anche i fogli su cui ‘artista ha lasciato schizzi, abbozzi e figure che si accompagnano agli scritti.
Una Testa femminile ci introduce lo stile giovanile di Leonardo, risalendo al periodo in cui lavorava nella bottega Andrea del Verrocchio: il volto della fanciulla riporta alla tradizione disegnativa fiorentina di teste ideali che prestavano a rappresentare giovani donne, divinità, sante e madonne; insiste maggiormente su elementi come l’elaborata acconciatura, i capelli sottilissimi e le treccioline con il diadema frontale; effetti di luci e ombre contornano il luminoso volto giovanile.
Databile intorno agli anno Ottanta del ‘400 invece abbiamo il Cavaliere su un cavallo impennato: il segno è rapido e i contorno marcato da più tratti; ancora poco evidente è l posizione del nemico caduto; il tratteggio (che va da sinistra in alto a destra in basso, tipico dei mancini) definisce le ombre e le luci, interrompendosi in corrispondenza di quelle porzione del corpo soggette alla luce.
Tre dei caratteri fondamentali della etica figurativa di Leonardo sono:
il contrapposto > un bilanciamento delle masse corporee che hanno subito una torsione attorno ad un asse.
lo sfumato > passaggio graduale e impercettibile dall’ombra alla luce, ottenuto sfumando il segno del carboncino. Si ha dunque una perdita graduale della precisione dei contorni, che non sono più netti e continui ma delineati da infinite linee spezzate.
la prospettiva > necessaria per ricreare la natura, che l’artista deve conoscere ed interpretare. Leonardo ne individua tre: prospettiva diminutiva/lineare (poiché possediamo due occhi, sono necessari più punti di fuga); prospettiva cromatica/aerea, detta anche del colore (man mano che ci si allontana i colori si raffreddano); prospettiva di perdimento/spedizione, legata ai contorni. Per ricreare la natura, dunque, è necessario fare uso di tutte e tre le prospettive.

Il Cenacolo: 1495 - 1497


Il dipinto di notevoli dimensioni fu eseguito per volere di Ludovico Sforza su una parete del refettorio del convento milanese di Santa Maria delle Grazie.
Il tema è appunto l’ultima cena di Cristo con gli apostoli a Gerusalemme durante la celebrazione della pasqua ebraica. In tutti i dipinti rappresentanti questo tema, il Cristo è sempre intento nell’istituire il sacramento dell’eucarestia; gli apostoli lo affiancano dalla stessa parte di un lungo tavolo; Giuda, invece, viene isolato collocandolo di fronte a Gesù, dall’altra parte del tavolo; infine, San Giovanni posa il capo sul petto del signore.
Leonardo sconvolge ogni consuetudine: i dodici a postoli stanno tutti dalla stessa parte del tavolo, mentre il momento raffigurato è quello in cui Cristo ha appena annunciato il tradimento di Giuda. L’artista ha dunque voluto raffigurare un atto umano (il tradimento di un amico), piuttosto che un evento che riguarda la fede.
Le parole di Gesù generano angoscia, disapprovazione e stupore. I discepoli, in una sorta di moto ondoso, divergono da lui raggruppandosi a tre a tre. Essi isolano la figura immobile del redentore, che si erge possente, eroica e mite allo stesso tempo, al centro in una solitudine che è sempre compagna nei momenti cruciali della vita. Non c’è un aureola a indicare il Cristo, ma solo il luminoso cielo chiaro contro cui si staglia.
Partendo da sinistra: Bartolomeo è balzato in piedi e si protrae verso il Cristo poggiando entrambe le mani sul tavolo; Giacomo Minore e Andrea si sono alzati; Giuda, in uno scatto nervoso, si è girato per guardare Gesù con aria interrogativa e ha il gomito destro poggiato sul tavolo, mentre il busto è rovesciato indietro; Pietro si è portato con il volto vicino a Giovanni che, chino verso di lui, ne raccoglie la richiesta che gli viene sussurrata; Giacomo Maggiore inorridito, con le braccia sembra trattenere sia Tommaso, che ha un dito rivolto verso l’alto, sia Filippo, la più dolce e poetica figura rappresentata; Matteo, Giuda, Taddeo e Simone discutono tra loro.
Leonardo scriveva che “il buon pittore deve dipingere due cose principali, cioè l’uomo e il concetto della sua mente. Il primo è facile, il secondo difficile, perché è da raffigurare con gesti e movimenti delle membra”. Egli riesce a rappresentare il pensiero e le emozioni con il linguaggio dei corpi, delle mani e dei volti studiati nei minimi particolari.

La Gioconda: 1503/06 - 1513/15


Nota anche come Monna Lisa, Leonardo dipinse per Giuliano de Medici il ritratto più famoso del mondo. Quello di una gentildonna napoletana che era in relazione con il Medici, Isabella Gualandi. La tavola mostra una giovane donna in posa al di qua di un parapetto, mentre oltre quello si estende la più grandiosa visione geologica. Proposta di ¾, con il braccio sinistro poggiante sul bracciolo di una sedia e con la mano destra su quella sinistra, si volge verso lo spettatore e lievemente sorride. Quest’ultimo e il suo sguardo, che sembra seguire chiunque la
guardi, derivano il loro fascino gran parte grazie allo sfumato. Leonardo ha nascosto nell’ombra i lati della bocca e gli angoli degli occhi, il che impedisce di avere un’immagine sicura e definitiva della donna. Tale mancanza di definizione rinnova nello spettatore il desiderio di indagare e percepire meglio le forme. I contorni sfumati fondono Monna Lisa con il paesaggio alle sue spalle, deserto e roccioso, con due laghi color smeraldo su differenti livelli e un ponte all’altezza delle spalle.

Raffaello Sanzio


Figlio del pittore Giovanni Santi, nasce ad Urbino il 28 marzo 1483. Ha modo di educarsi nella bottega paterna e, soprattutto, a contatto con le opere d’arte della corte dei Montefeltro (Piero della Francesca). A undici/dodici anni gli muore il padre, quindi si reca nella bottega del Perugino dove diventerà anche più bravo del maestro. Nel 1504 si reca a Firenze attrattovi della presenza di Leonardo e Michelangelo. Quattro anni dopo, su invito di papa Giulio II, si trasferisce a Roma: qui, stimolato dalla nuova architettura bramantesca, dalla pittura di Michelangelo e dal confronto con le più elevate manifestazione dell’arte classica, si compie la sua maturazione artistica. A Roma Raffaello rimarrà fino alla sua morte, il 6 aprile 1520.
Giorgio Vasari descrisse Raffaello pieno di doti e ricco delle “più rare virtù dell’animo accompagnate da tanta grazia, studio, bellezza, modestia ed ottimi costumi”.

Il disegno


Raffaello dimostra sempre un’elevata capacità tecnica. Le sue figure sono precisate da una linea di contorno inizialmente non continua, ma realizzata con numerosi tratti che in parte si sovrappongono, mentre i volumi sono definiti da un tratto ondulato (caratteristica costante), ad archetti. Da Leonardo prende il chiaroscuro a tratteggio incrociato o a brevi chiazze, lo sfumato, che rende tutto più effimero, e la contrapposizione.
Raffaello copia le opere, ma a modo suo. Inserisce sempre qualcosa di nuovo e personale, perfeziona, rende il tutto più vero.
Per primo Raffaello disegnò modelli nudi per poi rivestirli nella traduzione pittorica e al solo fine di studiarne e comprenderne atteggiamenti, anatomia e senso del movimento.

Stanze Vaticane - 1508/09 – 1520


Dopo aver avuto conferma della sua grandezza, il papa affidò a Raffaello la decorazione delle stanze dell’appartamento papale. I soggetti vennero suggeriti dai colti umanisti della corte pontificia. Raffaello fu costretto a servirsi degli allievi come aiutanti.
Le stanze di cui esso si occupò sono quattro: stanza della segnatura, dove aveva sede la biblioteca privata del papa dove firmava i documenti; quella detta di Eliodoro; stanze dell’incendio di Borgo; stanze di Costantino.
Il programma iconografico della Stanza della Segnatura prevede la visualizzazione dei concetti del
Vero: verità teologica/della fede (al centro di tutto vi è la particola) e la verità della ragione (scuola di Atene).
Bene
Bello: raffigura il parnaso, monte dedicato agli dei e alle muse.



La Scuola di Atene: 1509 – 1510


Qui Raffaello rappresenta una delle due vie attraverso le quali si può arrivare a Dio (il Vero): la filosofia.
Nel grandioso edificio classico sono riuniti i più importanti filosofi dell’antichità. L’edificio è preceduto da una scalinata, dove l’artista ha collocato i vari personaggi disponendoli secondo un andamento semicircolare attorno alle figure centrali di Platone (indica il cielo ricordando che il mondo non è altro che la brutta copia di una realtà ideale e superiore) e Aristotele (col braccio destro teso davanti a se, vuole significare che l’unica realtà possibile è quella concreta in cui viviamo, quella sensibile, cioè percepibile dai nostri sensi.
Fra i due filosofi è posizionato il punto di fuga, la cui rigorosa costruzione determina un senso di equilibrio, classicità e di grande compostezza. Anche l’inclinazione dei corpi di Eraclito e Diogene, sdraiato scompostamente sulla scalinata, segue quella delle linee di fuga.
Ad alcuni filosofi Raffaello ha dato le sembianze di artisti suoi contemporanei (ha posto anche se stesso: è il giovane con il berretto scuro che guarda all’esterno della composizione, all’estrema destra in basso): Bramante è ritratto in Euclide; Platone ha il volto di Leonardo; Michelangelo è raffigurato in Eraclito. Quest’ultimo non era stato previsto nel progetto originario, tant’è che manca nel cartone preparatorio, ma la sua inclusione è un omaggio a Michelangelo.


Michelangelo Buonarroti


Michelangelo nacque il 6 marzo 1475 a Caprese, cittadina dell’aretino di cui il padre era podestà. A Firenze compì i suoi primi studi finché, nonostante l’opposizione del padre, andò alla bottega di Domenico Ghirlandaio. Egli si formò soprattutto copiando gli affreschi di Giotto e Masaccio. Si applicò molto nello studio della scultura e degli antichi, senza trascurare Pisano e Donatello.
Morì il 18 febbraio 1564 all’età di 89 anni, mentre lavorava alla Pietà Rondanini.
Michelangelo riteneva che lo scopo dell’arte fosse l’imitazione della natura, e solo indagandola si poteva arrivare alla bellezza. Credeva inoltre che dalla natura occorresse scegliere i particolari migliori ma anche che con la fantasia l’artista fosse capace di dare vita a una bellezza superiore a quella esistente in natura. C’è dunque un modello di bellezza che ogni artefice concepisce nella propria mente, cioè un modello ideale al quale conformare ogni propria creazione.
Il perfetto copro umano è la cosa più bella del creato. Michelangelo cominciò a ritenere del tutto secondaria la bellezza fisica rispetto a quella spirituale, in quanto essa era solo un mezzo per rendere evidente la bellezza interiore e condurre alla contemplazione di quella divina.
L’artista non deve solo essere padrone del proprio mestiere, ma anche pio. Tanto più lo sarà, tanto più riuscirà a infondere credibilità e fede alle proprie figure che solo così sapranno commuovere e ispirare reverenza.

Il disegno


Alla base di tutto c’è per Michelangelo il disegno che consiste nel rendere evidente e concreta l’idea che l’artista ha nella mente. Nei disegni giovanili egli ricorre essenzialmente alla penna e al tratteggio sottile e incrociato. Tende a rappresentare figure singole, circondandole con una decisa linea di contorno. Non ricorre alla punta d’argento, ma utilizza lo stilo di metallo calcato sulla carta per i trecciati preliminari invisibili (segni acromi).
I disegni della maturità mostrano il graduale abbandono del tratteggio, troppo forte e incisivo, per appropriarsi di una tecnica più dolce e leggera, quella dello sfumato, la cui resa è più pittorica. La matita rossa si presta più di ogni altro mezzo a rendere la muscolatura e il colore di un corpo, mentre la matita nera definisce con estrema precisone e finitezza un vero e proprio disegno di presentazione (o di omaggio).

Volta della Cappella Sistina: 1508 – 1512


Nel 1508 Giulio II offrì all’artista la possibilità di affrescare l’immensa volta della Cappella Sistina.
La volta venne organizzata fingendo delle membrature architettoniche alle quali l0illusione prospettica conferisce un realismo sconcertante. Essa si presenta attraversata in senso trasversale da Marconi che appoggiano su una cornice corrente poco al di spora delle vele triangolari e sorretta da pilastri che affiancano i troni di sette Profeti e cinque Sibille.
Gli arcani e la cornice ripartiscono la superficie centrale in nove riquadri con scene tratte dal libro della Genesi, cinque dei quali sono di dimensioni minori poiché lasciano spazio a dieci grandi coppie di Ignudi, atteggiati nelle pose più stravaganti e trattati come delle vere e proprie sculture viventi.
Nelle vele e nelle sottostanti lunette sono raffigurate le quaranta generazioni degli Antenati di Cristo, mentre nei pennacchi angolari trovano posto le raffigurazioni di quattro eventi miracolosi fondamentali per la salvezza di Israele in pericolo.
I colori sono accesi e cangianti perfino nelle ombre, distribuiti con libertà di accostamenti.
La più famosa delle scene è la Creazione di Adamo: a destra Dio padre in volto è sorretto da numerosi angeli ed è avvolto da un manto rosa - violaceo che si gonfia al vento, richiamando il contorno di un cervello simbolo di sapienza, razionalità, sede del pensiero; a sinistra Adamo, disteso a terra, si solleva. I due neppure si toccano, solo le loro dita si sfiorano, al centro della composizione, stagliandosi contro un cielo chiarissimo.
Qui e negli Ignudi Michelangelo esprime il suo concetto di bellezza: realizzare corpi perfetti, proporzionati, atletici e maestosi nei quali si rifletta la bellezza stessa della divinità.

Giudizio Universale: 1536 - 1541


Realizzato vent’anni dopo, sulla parete dietro l’altare della stessa cappella Sistina. L’immenso dipinto, commissionatogli da papa Clemente VII de Medici, venne realizzato durante il pontificato del successore, Paolo III Farnese.
L’artista non cerca più la bellezza ideale, ciò che lo interessa ora è il senso tragico del destino dell’uomo. I corpi sono tozzi e pesanti. I Salvati, a sinistra, attoniti e disorientati, come foglie volano verso l’alto. Non c’è gioia nei loro volti, ma solo cupo terrore. Faticosamente conquistano il cielo aggrappandosi alle nuvole, quasi fossero solide rocce, o con affanno vi vengono issati. Con angoscia e disperazione i Dannati, a destra, vengono al loro volta trascinata in basso da creature diaboliche. Alcuni tentano l’assalto al cielo, ma gli angeli con forza li respingono e così precipitano pesantemente verso l’inferno rosseggiante di fuoco. Caronte, il traghettatore che li percuote con un remo, è dipinto seguendo la descrizione che ne da Dante nell’Inferno.
L’ascesa dei Salvati, ai quali la Vergine voce io suo sguardo pietoso e materno, e la discesa dei dannati seguo il gesto imperioso e terribile delle braccia di Cristo - giudice. Posto al centro della composizione e nella posizione più elevata, Gesù è attorniato da una moltitudine di santi al di spora dei quali sono dipinti due gruppi di angeli in volo che recano gli strumenti della passione. Egli ha il braccio sinistro piegato e tenuto all’altezza della ferita sul costato. Con fatica, angeli muscolosi e apteri (privi di ali) trasportano la croce del supplizio e la colonna e, nel tentativo di metterle in posizione verticale, assumono le più svariate posizioni.
Ritenuto sconveniente e scandaloso per i troppi nudi, il concilio di Trento decretò la copertura di alcune arti considerate oscene. Daniele da Volterra fu incaricato di eseguire il lavoro che gli valse il titolo di braghettone.
L’affresco è il riflesso del tormento dell’anima di Michelangelo, priva della certezza della salvezza.
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