Video appunto: Giorgione - Opere più importanti

Giorgione



Zorzi da Castelfranco, conosciuto come Giorgione, nacque a Castelfranco Veneto intorno al 1477 e morì poco più che trentenne, probabilmente durante l’epidemia di peste che colpì Venezia nel 1510.
Giorgione è autore di pochissimi quadri affascinanti e misteriosi, dedicati a soggetti particolari e molto colti con significati difficili da interpretare.
È certo che si formò verso la fine del Quattrocento nella bottega di Bellini, da cui apprese il senso della pittura tonale, la sensibilità per le gradazioni della luce e l’attenzione agli elementi naturali.

La tempesta



Uno dei primi e più celebri esempi di pittura tonale è il dipinto noto come La tempesta, realizzato da Giorgione entro il 1505.
A destra, ai margini di un boschetto e vicino a una fonte, siede una donna seminuda la quale allatta un bambino e volge lo sguardo verso lo spettatore; a sinistra un giovane viandante in abiti cinquecenteschi la guarda, appoggiato a un bastone. Alle loro spalle, vi è un contemplativo paesaggio in cui sono visibili grandi alberi frondosi, antiche rovine e, sullo sfondo, una città posta vicino a un fiume che scorre verso lo spettatore. Il cielo nuvoloso è squarciato da un fulmine.
Questo è il primo dipinto in Italia che ha come protagonista il paesaggio. Le figure si fondono in quest’ultimo con la tecnica della pittura tonale, che armonizza i colori e sfuma i contorni per creare effetti di compenetrazione atmosferica. Giorgione è riuscito a cogliere il particolare istante che precede i temporali serali. I tocchi di giallo e di verde chiaro delle fronde degli alberi riflettono l’improvviso lampo di luce. Quest’ultimo è un dettaglio di un’immagine più ampia e complessa, che possiede rimandi allegorici. Tuttavia, il soggetto dell’opera resta ancora oggi misterioso.
Alcuni studiosi hanno riconosciuto nell’opera un’allegoria delle virtù della Fortezza (l’uomo) e della Carità (la donna), entrambe soggette alla Fortuna (il fulmine); altri l’episodio biblico del ritrovamento del piccolo Mosè; altri ancora una rappresentazione mitologica di Mercurio e Iside, con la nascita di Bacco, oppure di Deucalione e Pirra dopo il diluvio.
Lo storico dell’arte Salvatore Settis, invece, ritiene che la composizione raffiguri Adamo ed Eva con il piccolo Caino dopo la cacciata dal paradiso terrestre. Il temporale imminente potrebbe alludere alla condizione degli esseri umani dopo il peccato, le colonne spezzate al tempo fuggevole della vita terrena e le rovine alla fine del paganesimo con l’avvento dell’era cristiana.

Pala di Castelfranco



La tavola risale al 1504 e rappresenta la Madonna seduta con il Bambino su un trono sopraelevato alla presenza dei santi Nicasio e Francesco. Sul basamento del trono è raffigurato lo stemma di famiglia del condottiero Tuzio Costanzo, committente dell’opera, che voleva commemorare il figlio Matteo, morto in guerra; da qui il tono malinconico e meditativo dei personaggi raffigurati. Al tragico evento allude probabilmente lo scontro fra i due soldati armati sullo sfondo.
Il tradizionale impianto piramidale della Sacra conversazione, codificato da Antonello da Messina fin dai tempi della Pala di San Cassiano è infatti semplificato e aperto sulla natura: l’ambientazione spazia su un vasto paesaggio fino a lontane montagne azzurrine. La scena acquista maggiore profondità, ma anche una luminosità morbida e naturale.
Giorgione si è abbandonato alla lirica e poetica contemplazione della natura, rappresentata con grande libertà attraverso zone di colore stese “a macchia” e mediante un rapido variare dei toni luminosi, che restituiscono l’atmosfera della campagna veneta.
L’impostazione non segue rigide regole prospettiche e insolito è il punto di vista rialzato.
I personaggi non spiccano isolati come protagonisti assoluti, ma sono inseriti nel contesto atmosferico e ne fanno intimamente parte.
A livello tecnico l’artista introdusse alcune importanti novità. Nella tradizionale pittura a olio su tavola si procedeva per sovrapposizioni di velature sempre più scure, che in certi punti lasciavano trasparire la sottostante preparazione a gesso, in modo da dare tocchi di luce. Giorgione, al contrario, per far risaltare le parti illuminate applica sul supporto scuro lasciato ruvido strati sempre più chiari di colore opaco. Le pennellate conferiscono ai suoi dipinti un senso di apparente immediatezza del tutto nuovo.

I tre filosofi



L’opera costituisce probabilmente un’altra allegoria filosofica o religiosa legata alle riflessioni dei circoli umanistici frequentati da Giorgione. Non sappiamo chi siano esattamente i tre misteriosi in primo piano.
Il pittore ambienta la scena in una piccola radura ai margini di un fitto bosco, mentre in lontananza si scorgono edifici, colline e, all’orizzonte, montagne azzurrine.
La prospettiva geometrica è assente. La profondità è suggerita dalle progressive variazioni luminose e cromatiche: da un primo piano dominato dal color ocra chiaro del terreno si passa a un secondo piano caratterizzato dal bruno delle ombre della grotta, delle rocce e dei tronchi degli alberi, per giungere infine al verde chiaro della vegetazione retrostante.
Il fulcro dell’opera è nell’armonia suprema e nella compenetrazione tra uomo e natura. La luce è l’elemento fondante: le sue infinite variazioni caratterizzano ogni passaggio cromatico.
Il dipinto resta uno dei più misteriosi del Rinascimento e cela significati complessi, non ancora chiariti. Per alcuni studiosi, le tre figure alluderebbero alle tre età dell’umano sapere (la filosofia antica e quella umanistica); alcuni recenti studi, invece, ipotizzano che si possa trattare di Mosè che guida il popolo ebraico (il vecchio con la barba), Maometto o il filosofo arabo Averroè ( l’uomo con il turbante) e, addirittura, l’Anticristo (il giovane matematico), di cui nel 1504 era stato previsto l’avvento; per altri critici ancora, si tratterebbe semplicemente dei tre re Magi con la grotta quale meta simbolica del viaggio.

Ritratto di vecchia



Molti ritratti del pittore erano destinati a incarnare un preciso significato morale o allegorico, come nel caso del Ritratto di vecchia: una povera donna ripresa a mezzo busto con il viso solcato dalle rughe, gli occhi stanchi e la bocca semiaperta, che guarda l’osservatore e indica sé stessa tenendo in mano un pezzo di carta con la scritta “Col tempo”. La figura allude alla temporaneità della bellezza terrena, inviando a non fondare su di essa la felicità. Il messaggio potrebbe anche avere una valenza religiosa dato che nella vita tutto è precario, quindi solo la fede in Dio può regalarci la vita eterna. Rispetto alla moda dell’epoca, secondo cui la vecchiaia era rappresentata con tratti grotteschi o caricaturali, questo ritratto colpisce per il naturalismo asciutto e profondo, per la verità fisica e umana che raffigura, concentrandosi sull’obbiettiva descrizione dei segni dell’età avanzata.