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La fine del primo Rinascimento

Piero della Francesca, Pollaiolo, Botticelli, sono gli ultimi grandi esponenti di quella cultura del primo Rinascimento che, servendosi della linea, coglie l’idea che sta dietro le cose, piuttosto che rappresentare le cose stesse. Il “naturalismo” del ‘400 è solo apparente: si studia la natura, si studiano gli oggetti che ne fanno parte per risalire, da essi, alle grandi leggi, eterne ed immutabili, che regolano l’universo. La linea di Piero è marcata, quasi dura, evidenzia le difficoltà della vita; la linea del Pollaiolo esprime il movimento continuativo e scattante, esprime il “divenire” inarrestabile della vita; la linea botticelliana, lirica, intimistica, malinconica, raggiunge la suprema bellezza dell’essere e dell’anima.
Si parla di ultimi esponenti del primo Rinascimento, perché nel secondo periodo vi sono altri artisti che svilupperanno un orientamento diverso: Leonardo da Vinci creerà una totale integrazione dell’uomo con la natura, superando il tradizionale linearismo e con ciò mettendosi al di fuori della grande corrente fino ad ora sviluppatasi, e operando un rinnovamento di grande portata. Il ‘500 sarà pervaso da una corrente classicista, per l’effettivo interesse culturale verso opere dell’antichità classica greco-romana e per la tendenza a realizzare una forma di bellezza idealizzata, raggiunta, appunto, dall’arte greca in particolare. Secondo le più comuni correnti estetiche del ‘500, l’idealizzazione si può raggiungere rifuggendo dal ritrarre l’oggetto reale, che non sarà mai perfetto, e togliendo a vari oggetti reali le singole loro parti più belle per fonderle in una sola immagine. Altra caratteristica di questo nuovo periodo artistico è il senso dell’equilibrio, ossia la bilanciata distribuzione delle varie parti della composizione , fino a raggiungere un armonico rapporto fra esse. La constatazione dell’esistenza del classicismo nel Rinascimento, ha portato talvolta a concludere che la teoria cinquecentesca del bello ideale significherebbe ricerca della bella forma fine a se stessa, priva di contenuti e perciò vacua. Ma è una tesi ingiustificata. Il ‘500 è anche periodo di crisi a causa della rottura degli equilibri politici, della lotta tra Francia e Spagna, e, soprattutto, a causa della crisi religiosa: la Riforma di Martin Lutero ,1517, dava inizio ad una profonda crisi delle coscienze e dei valori universali. Questa sarà la crisi rinascimentale che spingerà l’uomo alla continua ricerca, andando oltre ogni nuova conoscenza fino al limite estremo delle sue possibilità. E da qui si giunge agli studi leonardeschi, al suo metodo sperimentale: non si deve partire da leggi universali accettate da sempre , ma, al contrario, partire dall’esperienza e dagli infiniti casi che ci offre la realtà, per poi risalire alle leggi universali. Un altro aspetto importante del classicismo cinquecentesco è la monumentalità , intesa però non come immobilità, ma piuttosto come movimento grandioso nello spazio. La crisi del Rinascimento è dunque insita nelle stesse sue caratteristiche di ricerca e perciò di insoddisfazione, come la crisi religiosa, è già presente anche prima della Riforma, per l’impossibilità di accettare senza discussione le verità dogmatiche della Chiesa.

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