melaisa di melaisa
Ominide 2160 punti

La Primavera di Sandro Botticelli

La Primavera è il capolavoro del pittore, uno dei quadri più celebri del Rinascimento per la straordinaria bellezza della scena, ambientata in un lussureggiante giardino che pare incantato, per l’eleganza delle figure, che incarnano l’ideale estetico della corte di Lorenzo il Magnifico, per l’attenzione a ogni più piccolo dettaglio. È l’opera che costituisce la sintesi figurativa più completa degli interessi filosofici della Firenze medicea.
Il dipinto non fu concepito per una destinazione pubblica, bensì per una committenza privata d’alto livello, come dimostrano il soggetto mitologico nonché la complessità dei rimandi alla letteratura e alla filosofia, antiche e contemporanee. È possibile che questa grande tavola sia stata eseguita per Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, cugino del Magnifico e discepolo del filosofo Marsilio Ficino, forse in occasione delle nozze del giovane con Semiramide Appiani nel 1482.
L’identificazione delle figure, raccolte all’ombra di un agrumeto con ai piedi un bellissimo prato fiorito, è stata formulata in base alla descrizione di Giorgio Vasari, il quale annota di aver visto una «Venere che le Grazie fioriscono dinotando la primavera» (“Venere, che le Grazie fanno fiorire annunciando la primavera”). Un ruolo decisivo in tal senso hanno avuto anche i riferimenti al celebre poema di Poliziano Stanze per la giostra e ai testi dei poeti latini Lucrezio, Orazio e soprattutto Ovidio. La scena è quindi una raffigurazione del regno di Venere. Nell'ambiente può forse essere riconosciuto il mitico giardino delle Esperidi, i cui pomi d’oro nel Rinascimento erano identificati con le arance.
Partendo da destra, si riconosce la figura di Zefiro, il vento fresco della primavera, dalle gote gonfie e dal colorito azzurrino, che ghermisce alle spalle la giovane ninfa Clori. Al suo tocco la fanciulla, dalla cui bocca escono fiori, si trasforma nella bionda e sorridente Flora, dea della primavera e della fecondità, raffigurata con indosso un leggerissimo abito ricamato a motivi floreali mentre sparge i boccioli che tiene in grembo. Al centro, lievemente arretrata ma posta in evidenza da un’arcata naturale che si apre tra gli alberi, è Venere, intesa in questo caso in senso neoplatonico come dea dell’amore spirituale che indirizza le azioni umane al bene. Alle sue spalle vi è un cespuglio di mirto, simbolo del matrimonio, mentre sopra si avvicina in volo il figlio Cupido, che, bendato, scaglia una freccia infuocata in direzione di tre fanciulle guidate nella loro danza dalla dea e identificabili con le tre Grazie, coperte da delicatissimi veli trasparenti che fluttuano nell’aria al ritmo dei loro movimenti. All’estrema sinistra è Mercurio, messaggero degli dei, riconoscibile dai calzari alati e dal petaso (il copricapo a punta dei viaggiatori), che ferma o sposta le nubi con il proprio bastone (il caduceo).
II soggetto affonda le proprie radici nella corrente classicheggiante e nostalgica del neo-platonismo fiorentino, ma il suo significato è estrema-mente complesso e non ancora del tutto chiarito. In base alla committenza e all’interpretazione dei personaggi, il dipinto può essere considerato parte dell’educazione sentimentale del giovane Lorenzo di Pierfrancesco in vista delle nozze. La tesi più attendibile sul senso dell'opera è che essa rappresenti la conquista della ragione, virtù intellettuale per eccellenza, attraverso le varie fasi e i diversi aspetti dell’amore, da quello terreno - espresso nella sensualità e nell’abbraccio di Zefiro e Clori, oltre che nella fecondità di Flora - a quello platonico, più sacro e sublime, incarnato da Mercurio, emblema delle virtù razionali e dell’intelligenza. Venere rappresenta l’humanitas (ossia la bellezza scaturita dall’incontro fra materia e spirito) e, in quanto tale, svolge la funzione di mediatrice fra questi estremi, come vuole uno dei punti cardine della filosofia neoplatonica; inoltre, nelle vesti di divinità dell’amore casto, è un emblema del matrimonio. Le Grazie, allegoria della concordia e delle facoltà intellettuali, rappresentano a loro volta tre aspetti di Venere, intesa come Castità (al centro),Bellezza (a destra) e Voluttà (a sinistra).
Lo stile di Botticelli corrisponde perfettamente alla raffinatezza e alla complessità del significato dell’opera. Al realismo prospettico e volumetrico tipico della prima parte del Rinascimento fiorentino (per esempio di Masaccio) l’artista ha preferito l’idealizzazione delle immagini, ottenuta grazie alla linea di contorno, che si svolge sicura ed elegante su tutte le forme, definendo i particolari più minuti come le pieghe delle vesti o i fiori. Le figure si allungano e si assottigliano, dando vita alle celebri immagini femminili, vere icone universali di bellezza, di cui Botticelli è riconosciuto maestro. E una pittura tutta risolta in superficie, dove anche l’umanità è sublimata nei colori chiarissimi degli incarnati e nelle pose equilibrate e leggiadre di corpi che paiono non avere peso (il chiaroscuro è appena accennato). I visi esprimono un senso di malinconia, altra caratteristica dello stile botticelliano.
La mancanza di fisicità, la leggerezza e l’artificiosità delle movenze creano l’impressione di una favola volutamente lontana dalla realtà (a parte la straordinaria e dettagliatissima descrizione del tappeto fiorito e degli agrumi). Tuttavia l’innaturalità dell’arte di Botticelli e la sua ricerca del bello ideale si spiegano alla luce della dottrina neoplatonica, con la sua aspirazione a un mondo perfetto che, nell’unione di elementi classici e cristiani, coincideva con Dio.
Hai bisogno di aiuto in Dal Rinascimento al Romanticismo?
Trova il tuo insegnante su Skuola.net | Ripetizioni
Potrebbe Interessarti
Registrati via email