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La Primavera di Botticelli

Tra XV e XVI secolo l’arte italiana aveva ormai fatto propri i principi della rappresentazione prospettica, promossa, con modalità diverse, dai maggiori artisti del tempo, da Leonardo a Michelangelo al giovane Raffaello, tutti presenti a Firenze nel primo Cinquecento. Un altro grande pittore del tempo, Sandro Botticelli (1445 - 1510), rifiutò invece la concezione della pittura come rappresentazione “scientifica” dello spazio e dunque finalizzata alla conoscenza della natura. Nella sua concezione l’arte – come “idea del bello” – ha invece un valore autonomo. Per questo può prestarsi ad alludere allegoricamente a significati che vanno al di là della natura, cioè della realtà concreta e della sua rappresentazione. Questa funzione allegorica dell’arte emerge chiaramente nella cosiddetta Primavera, commissionata sul finire degli anni Settanta del Quattrocento (1477-78). Il titolo fu attribuito al quadro dopo la lettura che ne diede l’artista e trattatista d’arte Giorgio Vasari (1511-74), ma esso è certamente depositario di un significato allegorico riconducibile alla cultura neoplatonica della Firenze dell’epoca. Su questo significato ancora si discute. Secondo l’interpretazione tradizionale, l’opera, che va letta da destra a sinistra, raffigurerebbe a un estremo Zefiro (un vento) che attira fra le braccia una fanciulla; poi la Primavera, protagonista dell’intera composizione; quindi Venere, che è posta al centro del dipinto in posizione un po’ arretrata, con Eros che volteggia sopra di lei, pronto a scagliare la sua freccia, puntata verso le tre Grazie, a loro volta presentate nella figura classica del girotondo; al loro fianco, ultimo personaggio del quadro, Mercurio. Il significato di secondo livello alluderebbe all’esistenza dei due tipi d’amore, “volgare” (o profano) e divino (o sacro), concepiti dalla cultura neoplatonica. Radicalmente diversa, però, è la proposta d’interpretazione recentemente avanzata (1998) dalla studiosa Claudia Villa, secondo la quale Botticelli avrebbe trasferito nel quadro le personificazioni citate dal retore Marziano Capella (IV-V secolo) nel trattato De nuptiis Mercurii et Philologiae (“Le nozze di Mercurio e Filologia”). La scena rappresenterebbe allora il Pomerium Rethorice, il giardino dai cui alberi pendono i pomi dorati delle Esperidi, e la rappresentazione sarebbe incentrata sulla figura della Filologia (la donna interpretata come Venere nella lettura tradizionale), posta al centro del quadro. A sinistra Mercurio, allegoria dell’Ermeneutica (cioè l’interpretazione dei testi) e dell’Eloquenza, si volge verso Apollo-Sole (la Poesia), cui chiede consiglio per sposare Filologia, la quale si trova accompagnata da un lato dalle tre Grazie, favorevoli alle nozze, in alto dal Genio volante dio dell’Amore, e dall’altra parte da Retorica (nella lettura tradizionale Primavera). La ninfa che fugge, e dalla cui bocca sbocciano i fiori, avvinta dal Genio alato, è Flora, protettrice delle unioni coniugali. Così interpretata, l’opera rimanderebbe in modo immediato all’ambiente letterario di Lorenzo il Magnifico e precisamente al giardino come luogo d’incontro e di studi, in cui fioriscono la poesia e la nuova filologia.

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