pexolo di pexolo
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Annibale seminò il panico per due interi anni, fino al 216 a.C., quando i consoli Marco Terenzio Varrone e Lucio Emilio Paolo ne arrestarono l’avanzata organizzando un’enorme battaglia nella piana di Canne (in Puglia): sebbene questa volta la battaglia fosse campale i consoli furono ugualmente sconfitti, Annibale sconvolse i loro piani accerchiando i manipoli con la fanteria mobile dopo aver fatto penetrare a fondo i fanti romani tra le fila cartaginesi. Una disfatta di queste proporzioni segnò il secondo peggiore momento per la storia di Roma sinora, dopo il diesAlliensis: se Annibale, stremato e ferito in battaglia, non avesse deciso di riposarsi negli Ozi di Capua avrebbe facilmente potuto prendere Roma; infatti quasi il 90% dell’esercito romano era stato annientato e la città era piombata nel panico generale: i mariti erano morti in guerra e a Roma erano rimaste solo vedove. Tuttavia emerse in questo momento anche la capacità della classe dirigente patrizio-plebea di resistere al panico collettivo: l’esercito fu riorganizzato attraverso gli auxilia, senza punire (anzi ringraziando) i generali sconfitti in battaglia; a tutti i cives romani si chiese di cooperare con l’oro personale e l’esercito era di nuovo pronto e schierato intorno a Roma nel caso in cui Annibale avesse deciso di attaccare: per la prima volta, nel 216 a.C. i cittadini romani vennero tassati con un tributo eccezionale, mentre fino ad allora gli unici sottoposti a tassazione erano stati i sudditi provinciali, che permise di rimettere in sesto l’esercito. Umbri, Etruschi e Sabini non si erano schierati al fianco di Annibale: la sua tattica, vittoriosa fino al lago Trasimeno, non aveva più trovato nessun altro seguace fino alla Puglia, dove Sanniti, Apuli, popoli legati a Roma da foedera e città punite in precedenza si erano schierati con il nemico.

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